La svolta del 1974 e il piano di Rinascita Democratica – terza parte

7. I netti contorni della svolta del 1974 si possono cogliere anche nel raffronto tra i contenuti di ben noti documenti provenienti da Licio Gelli e più in generale dalla Loggia massonica P2. Sull’analisi di tale fenomeno e sul suo intrecciarsi con le vicende politiche, la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dall’onorevole Anselmi ha fissato punti fermi che mantengono ancora oggi la loro validità, avendo trovato nel tempo addirittura ulteriori conferme. E’ pur vero che sul piano valutativo le conclusioni cui si è giunti in sede parlamentare sembrano aver trovato smentita in ambito giudiziario, dove la Corte d’Assise romana ha recentemente negato la fondatezza della accusa di cospirazione mediante associazione, escludendo quindi che la P2 sia stata una struttura in grado di interferire ad un livello diverso da quello (di bassissimo profilo) dello scambio di favori e di raccomandazioni.

Gelli (1)

E’ vero peraltro, da un lato, che si tratta di un accertamento penale ancora provvisorio, essendo stato impugnato dalla pubblica accusa, dall’altro, che sussistono differenze strutturali tra l’accertamento giudiziario penale e la valutazione storico-politica, in cui consiste il proprium di un’inchiesta parlamentare. Infatti, mentre in sede giudiziaria assume fondamentale importanza la verifica della riconducibilità di ogni specifico aspetto ai comportamenti concreti dei singoli imputati, in sede di valutazione politica diventa centrale esclusivamente l’esame di insieme del sistema delle connessioni. Può dunque, ovviamente, non solo confermarsi l’esistenza di un progetto politico modificatosi e adattatosi nel tempo allo sviluppo degli avvenimenti, ma anche la sua inerenza alla ragione d’essere stessa dell’organizzazione, che esiste proprio quale strumento di realizzazione di quel progetto. Il fatto che, come osservato dalla Commissione Anselmi, la logica ispiratrice della P2 fosse quella del controllo e non quella del governo dei processi politici attraverso un’articolazione trasversale ai partiti e particolarmente attenta agli apparati, crea una perversa sinergia tra le diverse anime della P2 – quella del condizionamento politico, quella della fratellanza massonica e quella degli affari – che solo un’ottica miope può tendere a schiacciare sul suo profilo più basso.
E’ un giudizio che appare quindi opportuno riconfermare nella sede parlamentare dell’inchiesta affidata a questa Commissione, dai cui specifici oggetti di indagine la Loggia P2 può solo ad una prima approssimazione ritenersi estranea una volta che – come si è già evidenziato – affiliati alla Loggia assumono rilievo centrale, in qualche modo collegandole, in numerose vicende di sicura competenza della Commissione. La P2 sta quindi all’interno del contesto occulto che viene investigato; e la circostanza che la maggior parte dei suoi affiliati fossero personalità investite da responsabilità istituzionali di elevato rilievo focalizza ancora una volta l’attenzione sul tema della “doppia appartenenza” o della “doppia lealtà”, canale attraverso cui il piano occulto degli eventi reagisce su quello apparente, a volte con risultati di vera e propria torsione.
E’ un profilo che appare di indubbia rilevanza afferendo ad uno dei temi conduttori delle inchieste, e che non viene né smentito, né sminuito dalla considerazione della P2 come un luogo di “oltranzismo atlantico”, come autorevolmente suggerito dall’ex Capo dello Stato Francesco Cossiga, perché oltranzismo atlantico richiama appunto il tema della “doppia lealtà” arricchito dal vincolo di fratellanza massonico che operava come filtro selettivo del riferimento. Non diversamente – e sia pure per altro profilo – le più recenti acquisizioni che incrinano un’immagine monolitica della P2, evidenziando le dinamiche di forte contrapposizione esistenti al suo interno, non escludono la possibilità di ritenere che progetti politici siano stati nel tempo elaborati all’interno della Loggia P2, cogliendone le differenze e quindi le linee evolutive.

8. In tal senso assumono rilevanza i documenti provenienti da Gelli fra i quali il “Memorandum sulla situazione politica del paese” ed il “Piano di
rinascita democratica” che furono rinvenuti all’aeroporto di Fiumicino nel sottofondo malamente camuffato di una valigia di Maria Grazia Gelli, figlia di Licio, in arrivo da Nizza. Si tratta di due documenti databili intorno al 1976 di diverso contenuto, pure se complementari tra loro. Dopo averli fatti rinvenire, Gelli ha avuto cura di introdurre nuovi elementi di confusione precisando, nella memoria trasmessa dall’avvocato Dean al Presidente della Commissione Anselmi nel giugno del 1984, che: “il Piano di rinascita democratica non è mai esistito, posto che ciò che fu trovato nella borsa di mia figlia Maria Grazia non era altro che una quantità di appunti, che dovevano servire da scaletta per una serie di articoli e relazioni sul tipo del mio “Piano R”, che consegnai nelle mani del Presidente della Re pubblica Giovanni Leone; non era altro che un’esposizione sullo stato della nazione, lecita per qualsiasi cittadino che voglia esprimere il suo punto di vista sull’andamento generale del paese”. Lo “schema R”, verrà poi pubblicato da Gelli nel suo libro “La verità”, mentre il Presidente Leone, che non fu ascoltato in audizione dalla Commissione Anselmi, ma che ebbe con l’Ufficio di Presidenza un incontro il cui contenuto fu reso noto al plenum negò recisamente di aver avuto qualsiasi documento da Gelli; al contrario del presidente Cossiga che, in sede di deposizione processuale, anche questa resa fuori udienza, ha ricordato di aver avuto da Gelli, in un incontro,
materiale documentale che ragionevolmente potrebbe essere quello dei documenti programmatici, senza aver dato ad esso soverchio rilievo. Il
contenuto di tali documenti smentisce con evidenza l’ipotesi di un Gelli solitario elaboratore di appunti personali su fantasiose ingegnerie
costituzionali per diletto o per la soddisfazione di qualche accolito nostalgico e sprovveduto. Lo stile dei documenti, pur infarciti di luoghi comuni
cari alla tradizione più gretta e reazionaria, non è riconducibile né alo stile stentato che Gelli dimostra possedere negli scritti a lui sicuramente
attribuibili, né al livello assai mediocre della sua preparazione culturale anche sul piano istituzionale. Peraltro ciò che ora interessa è il raffronto
contenutistico tra lo “schema R” da un lato, ed il “Memorandum” ed il “Piano di rinascita” dall’altro. E ciò perché nel loro collegamento cronologico
(lo “schema R” è almeno di qualche tempo anteriore rispetto al “Memorandum” ed al “Piano di rinascita”, i quali appaiono il frutto di una
elaborazione databile intorno al 1976) i documenti consentono di cogliere anche all’interno della P2 il passaggio di fase che si colloca a cavaliere della
metà del decennio. Il senso di insieme che è dato cogliere dal raffronto del documento più antico con i due più recenti è appunto quello
dell’evoluzione, da un’idea di colpo di Stato per la costruzione di un assetto politico e sociale autoritario e paternalista, ad un progetto di conquista del
controllo dello Stato con mezzi più morbidi e secondo una visione più moderna di un assetto sociale “ordinato”, che si connota di efficientismo,
meritocrazia, esaltazione dei valori individuali ed esasperazione della preminenza delle esigenze economiche, ma che conserva una sostanziale
continuità con le impostazioni autoritarie precedenti.

9. Lo “Schema di massima per un risanamento generale del paese”, che fu pubblicato da Gelli, è un progetto politico di taglio decisamente golpista. Il
documento si fonda su un’analisi politica assai più grossolana e datata di quella relativa al “Piano di rinascita nazionale” (ed al “Memorandum” a
questo allegato). L’anticomunismo (inteso come contrasto all’ideologia e insieme all’espansionismo anche militare dell’URSS) e l’avversione alla
formula politica del centro-sinistra richiamano in parte i documenti del convegno dell’Istituto Pollio (di circa un decennio anteriori), assumendo un
notevole rilievo sul piano storico specie con riferimento al succedersi e all’intrecciarsi delle istanze golpiste che vanno esaurendosi proprio tra il 1974
ed il 1975 e al loro stretto concatenarsi con la P2. Dal punto di vista cronologico lo “Schema” si direbbe immediatamente successivo alla tornata
elettorale del 1975, e precedente di qualche tempo il “Memorandum” che contiene una lettura assai più articolata della situazione generale. Per queste
ragioni desta qualche perplessità, peraltro priva oggi di conseguenze sul piano pratico, l’affermazione di Gelli secondo la quale sarebbe stato questo e
non il “Piano” il documento sottoposto all’attenzione del Presidente della Repubblica. Come già accennato il pericolo di una eccessiva ascesa del
partito comunista in Italia è il dato politico ispiratore di tutta la parte introduttiva del documento, che paventa la possibilità di un assorbimento
dell’Italia nell’area di influenza del mondo comunista e vede nella crisi della Democrazia Cristiana il venir meno di un possibile baluardo a tale ascesa.
La soluzione per una tale possibile catastrofica degenerazione della situazione politica italiana, che determinerebbe imprevedibili reazioni anche in
campo internazionale per la impossibilità, da parte degli Stati Uniti, di prendere atto passivamente di una così rilevante modifica degli equilibri
concordati dopo la fine della guerra, è condensata in un programma di interventi affidati all’iniziativa del Presidente della Repubblica, il quale
dovrebbe varare immediatamente tre provvedimenti urgenti indispensabili: – revisione della Costituzione con la trasformazione dell’Italia in
Repubblica presidenziale; – proclamazione dello stato di “armistizio sociale” per un periodo non inferiore a due anni; – nomina ed insediamento di un
“comitato di coordinamento” composto da non più di undici membri, scelti tra tecnici di provata esperienza e capacità nelle rispettive specializzazioni
con il compito immediato e principale di studiare e proporre eventuali riforme all’attuale Costituzione. In epoca immediatamente successiva si
dovrebbero concedere al Comitato di coordinamento i poteri necessari per poter esaminare, analizzare ed eventualmente modificare gli schemi di
riforme sociali ed economiche, nonché tutti i progetti di legge da rimettere al Parlamento. Inoltre il predetto Comitato dovrebbe avere pieni poteri per
poter procedere al riesame di tutta la legislazione attualmente in vigore. Il meccanismo di accentramento del potere, di sospensione delle garanzie
fondamentali e di creazione di una sorta di Comitato di salute pubblica risponde proprio ai principi elementari della manualistica del colpo di Stato ed
il resto del documento non delude le aspettative in questa direzione. La limitazione del diritto di sciopero, la modifica della legge elettorale, l’aumento
dei poteri delle forze dell’ordine e l’impiego dell’esercito nelle operazioni di ordine pubblico, la predisposizione di un piano di richiamo in servizio dei
carabinieri ausiliari e di un piano di ripiegamento dell’arma territoriale con “raggruppamento in centri di raccolta opportunamente scelti in base a
criteri operativi per fronteggiare eventuali esigenze di ordine pubblico e per evitare che le forze restino inoperose ed inutilizzabili…”, la
trasformazione dell’esercito da esercito di leva in esercito di volontari ed una serie di misure a favore delle forze armate e di rafforzamento del
principio di autorità al loro interno, il ripristino della pena di morte, la riduzione del numero dei quotidiani, i provvedimenti in tema di “moralità pubblica”, di economia e di istruzione costituiscono infatti lo sviluppo, che si articola in ben cinquantaquattro punti, delle premesse poste con il preambolo e con l’enunciazione dei provvedimenti urgenti necessari.

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