La svolta del 1974 e il piano di Rinascita Democratica – seconda parte

3. Nel 1974, però, la situazione internazionale muta; l’esplodere dello scandalo Watergate indebolisce l’asse Nixon-Kissinger.  In Europa, forse per l’affievolirsi dell’appoggio fino ad allora goduto da parte del governo statunitense, si dissolsero, senza opporre resistenza, i due regimi portoghese e greco. Il governo parafascista portoghese cadde il 25 aprile 1974, travolto dalla pacifica “rivoluzione dei garofani” condotta da un gruppo di giovani militari.

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Il potere passò nelle mani del generale Antonio de Spinola, un “conservatore illuminato”. Tre mesi dopo, in luglio, cadde la dittatura militare dei colonnelli greci. Il regime si era indebolito in seguito all’occupazione, da parte dell’esercito turco, di una parte cospicua dell’isola di Cipro, fino a
quel momento governata dall’arcivescovo greco Makarios III.
Kissinger, nel timore di perdere le preziose basi statunitensi in Turchia, si era schierato piuttosto apertamente dalla parte dei Turchi, e questo aveva concorso a mettere in difficoltà il governo dei colonnelli. E’ peraltro ipotizzabile che all’interno della CIA sia prevalso un settore che riteneva ormai impraticabile un ulteriore sostegno ai governi di estrema destra. In apparente sintonia con questa ipotesi, il Presidente del Consiglio Andreotti sostituì nel giugno 1974 il capo del SID, generale Miceli, e contemporaneamente incaricò il capo dell’Ufficio “D” del SID generale Maletti, di raccogliere documentazione sul tentato golpe del 7 dicembre 1970 e sui successivi approntamenti eversivi.

4. La volta del 1974 costituisce quindi derivazione diretta di un cambio di strategia statunitense. Ciò non può meravigliare. Perché se è vero che i due
blocchi in cui il mondo era diviso tendevano ad atteggiarsi come “imperi”, è naturale che scelte di politica imperiale influissero nella vita di ciascun
“regno”, soprattutto se, come l’Italia, collocato in una difficile posizione di frontiera. L’obiettivo strategico non mutò: restò ferma cioè la direzione di
contrasto all’espansionismo comunista; a mutare furono i mezzi, meno rozzi e più sofisticati, cui fu affidato il perseguimento dell’obiettivo. Le
tensioni sociali non sarebbero state più artificiosamente acuite nella prospettiva di creare le precondizioni di un golpe o comunque di una involuzione
autoritaria delle istituzioni democratiche. Nel permanere e nel consolidarsi di queste, le tensioni sociali sarebbero state soltanto, in qualche modo ed
entro certi militi, “tollerate” al fine di utilizzarne l’impatto su settori dell’opinione pubblica favorevoli al consolidamento elettorale di soluzioni
politiche non eccessivamente sbilanciate a sinistra e sostanzialmente moderate. Sono questi i caratteri del diverso contesto che venne a determinarsi
nella seconda metà degli anni ’70 e in cui vanno, ad avviso della Commissione, inquadrati i già evidenziati limiti dell’attività di contrasto al terrorismo di sinistra; limiti che verranno verificati nelle pagine che seguono anche con riferimento all’eversione di destra. Nello stesso contesto va inquadrato, ai fini di una corretta analisi, il più clamoroso episodio di terrorismo politico che segnò la seconda metà del decennio e cioè il sequestro e l’uccisione dell’onorevole Moro. Nel settembre 1974, durante la visita del Presidente della Repubblica Leone e del ministro degli Esteri Moro a Washington, comparvero sul “Washington Post” e sul “New York Times” due articoli che si disse fossero direttamente ispirati dalla segreteria di Stato, nei quali si affermava apertamente che gli Stati Uniti si attendevano dai dirigenti politici italiani assicurazioni che non sarebbe stato né un indebolimento delle tradizionali alleanze dell’Italia, né un’apertura al PCI. In quegli stessi giorni, Kissinger, testimoniando a porte chiuse dinanzi al Congresso degli Stati Uniti circa l’operato della CIA in Cile, aveva espresso il concetto che le stesse persone che rimproveravano la CIA di essere intervenuta illegalmente in Cile, avrebbero rimproverato ancor più duramente il governo americano se non avesse fatto nulla per scongiurare l’ascesa dei comunisti al potere in Italia.

5. Tuttavia sarebbe riduttivo attribuire il punto di svolta e quindi il mutamento di contesto esclusivamente a ragioni di politica internazionale. Va
infatti ugualmente sottolineato come le istituzioni democratiche, pur sottoposte nel quinquennio ’69-’74 a difficilissime prove, avessero tenuto.
Ugualmente va riconosciuta la sincera adesione ai valori di una democrazia parlamentare da parte delle maggiori forze politiche presenti in
Parlamento. I pericoli che la democrazia correva nel difficilissimo periodo furono adeguatamente percepiti; le spinte anche internazionali verso una
involuzione autoritaria furono certamente intuite, probabilmente conosciute, ma non assecondate. Esemplare in tal senso sono le calcolate e allarmanti parole pronunciate dal segretario della Democrazia Cristiana Arnaldo Forlani, durante un comizio a La Spezia il 5 novembre 1972: “E’ stato operato il tentativo forse più pericoloso che la destra reazionaria abbia portato avanti dalla Liberazione a oggi. […] Questo tentativo disgregante, che è stato portato avanti con una trama che aveva radici organizzative e finanziarie consistenti, ha trovato delle solidarietà probabilmente non soltanto di ordine interno ma anche internazionale. Questo tentativo non è finito: noi sappiamo in modo documentato che è ancora in corso”. A tanto deve aggiungersi che la liberalizzazione dei costumi e il valore della partecipazione di tutti alle decisioni influenti sulla vita collettiva, che costituirono l’eredità non transeunte del movimento del ’68, avevano determinato un ambiente sociale (chiaramente percepibile negli esiti del referendum sul divorzio del 1974) indubbiamente contrario alle ricorrenti tentazioni di pronunciamenti militari e di involuzione autoritaria delle istituzioni, che nella seconda metà del decennio vennero quindi in gran parte abbandonate.

forlani

6. Tuttavia sono intuibili le spinte che persistevano nel sistema tentando di impedire, anche nella nuova fase, che venissero disvelate le cause che
avevano profondamente segnato la stagione anteriore. Ed infatti sulla linea strategica tendente a soluzioni golpiste – o comunque a involuzioni
autoritarie delle istituzioni – aveva assunto prevalenza una linea diversa che affidava a tecniche più sofisticate il perseguimento di un risultato
comunque stabilizzante. Con tale risultato non poteva ritenersi coerente l’individuazione delle responsabilità afferenti alla fase anteriore. Si preferì
quindi un trapasso per linee morbide ed interne, dall’una all’altra fase, incompatibile con un preciso accertamento di responsabilità, con un pieno
disvelamento di una verità che si è preferito restasse a lungo occulta o resa nota soltanto con modalità fortemente minimizzanti. Pure nel passaggio di
fase sembrò vicino l’accertamento della verità e fondata la speranza di poter chiarire almeno parte delle pagine oscure della vita politica di quegli anni.
Infatti, in quei mesi, a Milano i giudici D’Ambrosio e Alessandrini stavano indirizzando le loro indagini sulla strage di piazza Fontana in direzione dei
vertici del SID del 1969; a Torino il giudice Violante, che indagava sul presunto “golpe bianco” attribuito a Sogno e Cavallo, stava giungendo a
scoprire i loro legami internazionali e a Padova il giudice Tamburino aveva individuato i legami NATO della “Rosa dei Venti”. Ma, nel giro di due
mesi, successive pronunce della Corte di Cassazione sottrassero, con motivazioni discutibili, le istruttorie ai loro giudici naturali. L’indagine di
Tamburino fu trasferita alla Procura di Roma e unificata con quella sul “golpe Borghese”, affidata a Claudio Vitalone. Il quadro cospirativo delineato
da Tamburino fu disintegrato in mille episodi distinti, tra i quali non si individuarono più le connessioni. Fu aperta una separata istruttoria sul
cosiddetto “SID parallelo” ma, dopo stanche indagini, essa si concluse con un nulla di fatto. Anche l’istruttoria del giudice torinese Luciano Violante
su Sogno e Cavallo fu trasferita a Roma, dove i magistrati non proseguirono nella richiesta di rimozione del segreto di Stato, per la quale Violante
aveva ormai aperto la strada. L’inchiesta milanese su piazza Fontana fu addirittura trasferita a Catanzaro, dove peraltro i giudici operarono al meglio
delle loro possibilità, ma non proseguirono sulla pista dell’Aginter Press, che il sostituto procuratore Alessandrini si apprestava a percorrere e che
sarebbe stata ripresa, dopo venti anni, dal giudice Salvini. Con questi provvedimenti, al di là delle motivazioni addotte, la Corte di Cassazione
vanificò obiettivamente tutte le promettenti prospettive che si erano delineate nell’autunno 1974.