La svolta del 1974 e il piano di Rinascita Democratica – quarta parte

10. Di contenuto e natura diversa sono invece i documenti sequestrati a Fiumicino e cioè il “Piano di rinascita democratica” ed il “Memorandum”, che
lo integra e lo motiva.
Il contenuto dei documenti è tale da escludere che si sia trattato, come Gelli afferma, di una serie di appunti elaborati in vista di successivi interventi sulla stampa. Si tratta invece, come già osservato, di un progetto politico complessivo, frutto evidente di un’elaborazione collettiva; e cioè documenti programmatici che assumono rilievo non tanto in sé, ma in virtù della loro esatta coincidenza con l’accertata attività concreta della Loggia, e con comportamenti assunti nel tempo dai suoi affiliati.
Vuol dirsi cioè che, analizzando i comportamenti concreti e i criteri con cui furono individuate le persone da reclutare, si evidenzia in controluce un piano di azione non molto dissimile da quello rinvenuto nella valigia di Maria Grazia Gelli e composto, come già più volte ricordato, dal “Piano di rinascita democratica” e dall’allegato “Memorandum”. Quest’ultimo è un documento di analisi della situazione politica che parte dalla constatazione della situazione di crisi della Democrazia cristiana. La soluzione a tale problema potrebbe venire dalla creazione di due nuovi movimenti politici, uno social-laburista e l’altro liberal-moderato o conservatore, in grado di catalizzare, a destra ed a sinistra della D.C. le aree moderate che stentatamente convivono all’interno del partito impegnandosi in una lotta interna esiziale. Ma poiché tale progetto appare troppo ambizioso in termini di costo e di tempo necessari per la realizzazione, non rimane che avviare un processo di rifondazione della Democrazia cristiana che passi anche attraverso il ringiovanimento dei quadri e la sostituzione di almeno l’80% della dirigenza del partito.
E’ necessario poi che la D.C. prenda atto della “cetimedizzazione” della società italiana abbandonando perciò la sua anima più radicatamente popolare che solo nella contrapposizione all’ideo logia comunista trovava la sua giustificazione, in favore di una “morale fondata sull’equilibrio fra diritti e doveri, sul principio del neminem ledere”, sulla libertà di scelta economica quale presupposto di quella politica, sul dovere di solidarietà cristiana e umana che ha inizio nel momento fiscale. Anche l’apparato del partito deve adattarsi con radicali cambiamenti articolandosi in clubs territoriali e settoriali destinati a funzionare come centri propulsori nel campo della propagazione delle idee mentre il ricambio ai vertici del partito deve essere garantito dall’eliminazione di gran parte dei vertici nazionali e periferici e la sostituzione con nuove leve provenienti dal mondo esterno. Solo una struttura di questo tipo sarebbe in grado di realizzare il programma contenuto nel “Piano di rinascita”, che costituisce una sorta di allegato al “Memorandum”, mentre d’altro canto non avrebbe senso lo sforzo necessario per la creazione della struttura, se non per la realizzazione di
cambiamenti prospettati nel piano.
Significativamente il documento termina con una previsione di spesa di una decina di miliardi, necessari per inserirsi nel sistema di tesseramento per “acquistare il partito” mentre una cifra altrettanto consistente appare necessaria per provocare la scissione del sindacato, altra condizione indispensabile per la realizzazione del progetto. Il “Piano di rinascita democratico” fissa, dandosi obiettivi a breve, medio e lungo termine, i punti necessari per il raggiungimento dello scopo e indica gli obiettivi da tenere presenti: i partiti, i sindacati, il Governo, la Magistratura, il Parlamento, Partiti, stampa e sindacati possono fin da subito essere oggetto di quella opera di “penetrazione” da parte di persone di fiducia che, con un costo prevedibile di trenta o quaranta miliardi, potrebbe assicurare il controllo degli apparati rendendoli disponibili all’operazione di salvataggio contenuta nel piano. Il resto del documento analizza partitamente ogni settore individuando gli obiettivi da raggiungere immediatamente o in tempi più lunghi e tale disamina è preceduta da una premessa: “Primario obiettivo e indispensabile presupposto dell’operazione è la costituzione di un club (di natura rotariana per l’omogeneità dei componenti) ove siano rappresentati, ai migliori livelli, operatori imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni liberali, pubblici amministratori e magistrati, nonché pochissimi e selezionati uomini politici, che non superi il numero di trenta o quaranta unità.
Gli uomini che ne fanno parte devono essere omogenei per modo di sentire, disinteresse, onestà e rigore morale, tali cioè da costituire un vero e proprio comitato di garanti rispetto ai politici che si assumeranno l’onere dell’attuazione del piano e nei confronti delle forze amiche nazionali e straniere che lo vorranno appoggiare. Importante è stabilire un collegamento valido con la massoneria internazionale”.
In questo paragrafo è in qualche modo condensata la filosofia essenziale del “Piano di rinascita”, che è quella di una visione fortemente economicista
della società che relega in un angolo la politica, i cui rappresentanti hanno necessità di una garanzia che non gli viene dalla legittimazione ma dai
rappresentanti delle élites, attribuendogli un ruolo di strumento di mediazione tanto ineliminabile quanto sgradito e quindi relegato in una posizione
fortemente marginale e in buona sostanza appena tollerato per conservare il carattere democratico del sistema. Per quanto riguarda i procedimenti si
può brevemente dire che l’obiettivo deve essere, nei partiti, nella stampa e nel sindacato, quello del controllo delle persone che in ogni formazione o in
ogni giornale siano ritenute sintoniche con gli obiettivi del “Piano” e della creazione di strutture (formazioni politiche e giornali) che se ne facciano
strumento di realizzazione. Per il sindacato in particolare, deve essere prioritario l’obiettivo della scissione dell’unità sindacale per poi consentire la
riunificazione con i sindacati autonomi di quelle componenti confederali sensibili all’attuazione del “Piano”. Tale obiettivo è preferibile (e meno
costoso in termini economici) rispetto a quello, pur esso positivo, del rovesciamento degli equilibri di forze all’interno della confederazione. Per
quanto riguarda i programmi, il documento si articola con l’illustrazione di una serie di interventi, sul piano delle istituzioni, dell’istruzione e
dell’economia, coerenti con le premesse date e idonee alla realizzazione del progetto sia nel breve termine che nei tempi medi e lunghi. Il risultato
finale di tutta l’operazione avrebbe dovuto restituire una magistratura più controllata (con la diversa regolamentazione degli accessi e delle carriere) e meno autonoma (con la modifica del C.S.M.); un pubblico ministero separato e legato alla responsabilità politica del Ministro di giustizia; un
Governo il cui presidente viene eletto dalla Camera, libero da condizionamenti del Parlamento e i cui decreti non sono emendabili; un sistema della
rappresentanza congelato con elezioni a scadenza rigida e simultanee per il Parlamento ed i consigli regionali e comunali; un Parlamento
profondamente modificato e ridimensionato nella composizione e nelle funzioni; una Corte costituzionale ricondotta in argini più ristretti attraverso il
divieto delle sentenze cosiddette additive; una amministrazione forte nei suoi apparati da contrapporre alla fragilità del controllo politico esercitato su
di essa, una struttura sociale più rigida e meritocratica, una stampa più controllata, un’economia libera da eccessivi condizionamenti. Abbastanza
agevole è quindi cogliere, così chiarendo il senso del “passaggio di fase”, una distinzione tra il “Piano R”, vero schema di colpo di Stato, ed il
programma di rinascita che assumeva i profili dell’illiceità con riferimento non al contenuto del Piano (a parte l’inciso sulla possibile sua realizzazione
per decreto), quanto ai mezzi che ci si proponeva di utilizzare (non la legittimazione del voto, ma ad esempio le cosiddette “operazioni finanziarie” di
controllo dei meccanismi della rappresentanza). Tuttavia, anche all’interno del “Piano” e del “Memorandum”, è possibile ritrovare tracce testuali di
una continuità di elaborazione che collega tali documenti posteriori allo “Schema R” e che testimonia della non episodicità e della non individualità
delle riflessioni dell’organizzazione P2 sul tema. Anche lo “Schema” contiene infatti riferimenti al divieto di sentenze additive per la Corte
costituzionale, alla necessità di abolire le province e di fissare una data comune e inderogabile per le elezioni del Parlamento e per quelle regionali e
comunali, all’accertamento dei poteri di programmazione attraverso la riforma del Ministero delle partecipazioni statali (che nel “Piano” diventa
Ministero dell’economia).

11. Su tali basi è quindi possibile rilevare come ben relativo fosse il carattere democratico del “Piano di rinascita” che pure i suoi estensori pretesero
di attestare in limine, e cioè nell’incipit della premessa: “l’aggettivo democratico sta a significare che sono esclusi dal presente Piano ogni movente o
intenzione anche occulta di rovesciamento del sistema”.
Ad asseverare tale dichiarazione di intenti potrebbe valere il rilievo che gli obiettivi del “Piano” ben potrebbero considerarsi rientranti nel programma politico di un partito conservatore, soprattutto oggi che almeno parte di essi sono nel dibattito politico oggetto di una condivisione abbastanza ampia.
Ma è l’analisi dei mezzi (e non dei fini) ad escludere, come già ricordato, il carattere democratico del Piano, affidato ad un’operazione occulta degli affiliati all’interno delle istituzioni, dei movimenti politici, del sistema dell’informazione e dell’economia.

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D’altro canto tutta la storia della P2 dimostra un tentativo di occupazione del potere e si realizza attraverso la distribuzione di uomini “propri” in ogni posto di responsabilità e se questo è nella logica storicamente consolidata della massoneria di tutte le “fratellanze” di qualsiasi matrice, si fonde nella P2 con lo sforzo di realizzazione di un progetto politico e di un assetto istituzionale che stravolge radicalmente quello esistente impossessandosene da dentro e violando i suoi principi fondamentali. A riprova che il carattere democratico di un ordinamento riposa non soltanto sul profilo statico di istituzioni che fondano e recuperano la loro legittimazione nel consenso popolare, ma anche (e in maniera non meno intensa) sul profilo dinamico dei metodi, caratterizzati da trasparenza e visibilità, ai quali l’ordinamento stesso affida le prospettive di una sua possibile riforma.

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