Il conflitto di Pian del Rascino Sentenza ordinanza processo Mar 28.04.1976

La notizia del conflitto a fuoco verificatasi il 30 maggio 1974 a Pian di Rascino venne comunicata all’autorità giudiziaria di Rieti con fonogramma pervenuto alle ore 12 dello stesso giorno. I fatti sono riferiti dettagliatamente nel rapporto giudiziario n0185/9 in data 7 giugno 1974 dal comandante della compagnia CC di Cittaducale (cfr.f.140 e segg.vol.1). In detto rapporto si precisa:

a) che nella serata del 29 maggio il brigadiere Carmine Muffini, comandante della stazione CC di Flamignano riferì al rapportante di aver avuto notizia dalle guardie forestali del posto che nell’altopiano di Rascino “era stato notato un anormale movimento di una autovettura e di una moto targate Milano ed inoltre erano stati notati anche due giovani di cui uno armato di arma lunga da fuoco”;
b) che pertanto, per il giorno successivo era stato predisposto un rastrellamento della zona da parte di due pattuglie, l’una formata dal maresciallo Antonio Filippi, comandante del gruppo radiomobile di Cittaducale e composta dai carabinieri Alessandro Iagnemma e Bruno D’Angelo; l’altra formata dal brigadiere Muffini, dal carabiniere Pietro Mancini e dalle due guardie forestali di Fiamignano;

c) che le suddette pattuglie, riunitesi in Rascino alle ore 6,30, iniziarono il rastrellamento di un’ampia zona montana fino a giungere ai margini di una fascia boscosa, al cui limitare venivano notate un’autovettura ed una tenda di tipo militare completamente mimetizzate;
d) che la tenda veniva circondata ed i militari Filippi e Muffini invitarono gli eventuali occupanti ad uscirne per essere identificati, cosa che veniva eseguita da un giovane il quale, dopo essersi affacciato all’apertura della tenda ed essere stato invitato ad esibire i documenti di identificazione, vi rientrava per riuscirne seguito da altri due giovani il primo dei quali recava dei documenti in mano e faceva l’atto di esibirli mentre il secondo rimaneva accovacciato sulla soglia;
e) che invitato quest’ultimo a portarsi accanto agli altri due, invece di ottemperarvi, si dirigeva verso I’autovettura, mentre il maresciallo Filippi, guardando all’interno della tenda, vi notava armi e munizioni;

f) che a questo punto il Filippi avvertiva i militari ingiungendo a tutti e tre i giovani di mettersi con le spalle alla vettura;
g) che pressoché contemporaneamente il terzo giovane estraeva una pistola facendo fuoco nei confronti del Carabiniere Mancini che gli si era buttato addosso: in aiuto a quest’ultimo accorreva il Carabiniere Iagnemma, nei cui confronti il giovane, riuscito nel frattempo a liberarsi del Mancini, esplodeva altri due colpi di pistola;
h) che mentre il feritore tentava di rialzarsi il Maresciallo Filippi ed il brigadiere Muffini facevano a loro volta fuoco su di lui riuscendo ad abbatterlo.
Terminato il conflitto e constatata la morte dello sconosciuto, il Carabiniere Iagnemma veniva trasportato all’ospedale di Rieti dalle due guardie forestali che durante l’episodio si erano mantenute ad una certa distanza ed altrettanto avveniva per il Mancini ugualmente ferito.
Gli stessi fatti vengono riferiti anche nel rapporto datato 1 giugno 1974 del Comando Guardie Forestali di Fiamignano. In esso viene confermato che la notizia relativa alla presenza in zona di Rascino dei veicoli e delle persone sospette era stata fornita nel pomeriggio del 29 da un confidente alle guardie De Angelis e De Villa le quali ne informavano il Comandante dei CC. di Fiamignano che, telefonicamente provvedeva, alla presenza stessa degli informatori, ad avvertire il comando della Compagnia di Cittaducale. Da qui l’operazione di servizio concordata per il primo mattino del 30 maggio, conclusasi nel modo anzidetto. L’unica precisazione contenuta in tale rapporto concerne la dinamica dell’episodio terminale. Affermano infatti i verbalizzanti che il maresciallo Filippi, usciti i tre giovani dalla tenda, chiese il permesso di guardare nell’interno e resosi conto di quanto vi era contenuto “con un gesto d’intesa lasciava chiaramente capire al resto della pattuglia di mantenersi pronta a qualsiasi evenienza”.
A questo punto il brigadiere forestale De Angelis si avvedeva che il terzo giovane cercava di retrocedere per avvicinarsi alla Land Rover vicino alla quale si trovava il carabiniere Mancini. Se ne avvedeva anche quest’ultimo e, nell’intento di immobilizzare il giovane, ingaggiava con lo stesso una violenta colluttazione: era durante il corso di questo “corpo a corpo” che il giovane estraeva la pistola sparando prima contro il Mancini e quindi contro lo Iagnemma. Tutti i fatti suddetti sono stati confermati da Filippi e Mancini, interrogati il 3 giugno 1974 dal sostituto Procuratore della Repubblica di Rieti. Dalle suddette deposizioni si apprende comunque specificamente che ad aprire il fuoco contro Esposti furono i suddetti militari, quando lo stesso, terminata la colluttazione con Mancini ( e dopo aver sparato anche a Iagnemma) si rialzò in piedi offrendosi come bersaglio: a questo punto Mancini esplodeva contro di lui due colpi di moschetto e Filippi vari colpi di pistola “finché non lo vide cadere definitivamente a terra”.
Ulteriori particolari si apprendono dalle dichiarazioni del brigadiere forestale De Angelis (cfr.deposizione in data 19 novembre 1974 al Giudice Istruttore) il quale precisa:
1) che coloro che il pomeriggio del 29 maggio lo avevano informato della presenza degli insoliti campeggiatori furono tali Blasi Enzo e Morelli Itala, persone di Grottaferrata che avevano in affitto un casolare nella zona (in ispecie gli riferirono di aver conosciuto dei giovani in possesso di armi che avevano usato per una sorta di tiro al bersaglio in loro presenza e gli consegnarono quattro bossoli appartenenti ad armi lunghe e corte, circostanza confermata il 22.11.1974 al Giudice Istruttore dal Blasi );
2) che l’Esposti incominciò a sparare all’impazzata prima di essere stato raggiunto dal carabiniere Mancini. Quest’ultimo dichiara a sua volta ( cfr. deposizione in data 19.11.1974) che era appostato accanto alla Land Rover e che l’Esposti, diversamente dagli altri due giovani, si diresse versa il veicolo, forse neppure notando la sua presenza: a questo punto egli mosse alcuni passi verso il giovane il quale però, estratta una pistola dal giubbotto, esplose un colpo nella sua direzione raggiungendolo all’addome. Mancini allora,  abbandonato il mitra che aveva in mano, balzò addosso all’Esposti ed iniziò un corpo a corpo nel corso del quale fu colpito una seconda volta al gomito destro.
La stessa dinamica ê riferita da Iagnemma (cfr.deposizione 26.11.1974) il quale riferisce i fatti nei medesimi termini, del Mancini , aggiungendo che durante la colluttazione fra il collega ed Esposti egli si avvicinò ai due con il mitra in pugno senza peraltro usarIo, temendo di colpire il Mancini, ma che quando si trovava a tre o quattro metri di distanza, venne a sua volta colpito all’addome. Alessandro D’lntino ed Alessandro Danieletti non hanno in sostanza fornito elementi diversi rispetto a quelli riferiti dai militari operanti.
Il primo (cfr. interrogatorio in data 4 giugno 1974) ha dichiarato che mentre stava ancora dormendo, furono svegliati da una voce che chiedeva i documenti. Uscì per primo Danieletti il quale rientrò subito dicendo che c’erano i Carabinieri. Esposti diede la sua patente falsa a Danieletti il quale tornò fuori dalla tenda. Egli lo seguì dopo essersi infilata la pistola dietro la schiena. Entrambi consegnarono i documenti ai Carabinieri e precisamente al brigadiere armato di moschetto. Poco discosto c’era il maresciallo con un fucile a tracolla ed una pistola al fianco. Fra la tenda e la Land Rover vide altri due Carabinieri armati di mitra e sullo sfondo vicina ad una campagnola, due guardie forestali. Esposti si affacciò per ultimo all’uscita della tenda, rimase un attimo accoccolato sui talloni, quindi si alzò e lentamente si avviò risalendo il leggero pendio e  dirigendosi verso la Land Rover ed il luogo dove vi erano i due Carabinieri col mitra.

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In quel momento il maresciallo diede un’occhiata all’interno della tenda e quindi urlò di far mettere tutti contro la camionetta. In concomitanza qualcuno gridò “Tutti a terra”. E vi fu una serie di colpi d’arma da fuoco all’inizio dei quali udì un fortissimo sibilo come di aria compressa. Già sentendo le urla egli, comunque, si era buttato a terra e non ebbe la possibilità di seguire le fasi del conflitto: ebbe solo alla fine la visione di Esposti che cedeva all’indietro impugnando ancora con la mano destra la pistola all’altezza del capo. Analoghe, nella sostanza, le dichiarazioni di Danieletti ( cfr. interrogatorio 1 giugno,1974): precisa comunque l’imputato che mentre stava per tornare alla tenda per cercare anche i suoi documenti sentì dei colpi d’arma da fuoco e con la coda dell’ occhio vide l’Esposti che lottava avvinghiato ad un carabiniere. Subito dopo si gettò a terra, sentì altri colpi e vide il maresciallo che cominciava a sparare con la sua pistola. Terminato il conflitto a fuoco il maresciallo gli intimò di accostarsi carponi a D’Intino e disse al brigadiere di tenerli sotto tiro; quindi entrambi, a mani alzate, furono condotti verso la radura dove era situata la jeep dei carabinieri. I rilievi tecnici, il verbale di ispezione dei luoghi compiuto dal P.M.e la relativa documentazione fotografica, sono contenuti nel volume 39° degli atti dell’Autorità Giudiziaria di Rieti. La perizia necroscopica condotta sul corpo di Giancarlo Esposti ( cfr. sempre volume 39°) ha accertato che la morte “E’ stata causata da ferita transfossa del cranio con ampio sfacelo necrotico emorragico del tessuto nervoso e fratture craniche multiple”. Sul cadavere furono inoltre riscontrate ferite trapassanti del torace e dell’addome con lacerazione del lobo polmonare superiore di sinistra e del fegato con emotorace sinistro ed emoperitoneo di modesta entità”. II perito infine ha accertato che i numerosi colpi che raggiunsero l’Esposti ( tutti trapassanti) furono esplosi da diverse direzioni da parte di “armi da fuoco tipo fucile per la lesione cranica e di armi da fuoco tipo, pistola di medio calibro per le altre ferite”. Per quanto concerne la distanza di esplosione “stante il carattere dei probabili forami d’entrata, la negatività degli esami isto-chimici sui forami stessi, l’assenza di fenomeni di abbruciamento o di affumicatura in corrispondenza, dei forami repertati sugli indumenti, si può escludere che gli stessi siano stati sparati a bruciapelo od a breve distanza ( trenta-cinquanta cm.), ma trattandosi di colpi tutti quanti trapassanti ( non sono stati infatti rinvenuti proiettili neI corpo di Esposti) e con forami cutanei, dotati, per lo più, di orletto contusivo, è verosimile ritenere che i colpi siano stati esplosi a distanza di pochi metri”. Per quanto concerne le lesioni subite dal carabiniere Iagnemma Alessandro, il perito ( cfr. elaborato in vol. XXIII Faldone D/3) ha accertato:
– che la parte lesa fu raggiunta da un colpo d’arma da fuoco trapassante in regione toraco-addominale interessante lo stomaco, il colon ed il fegato;
–  che la malattia era ancora in atto a 620 giorni dal ferimento;
– che probabile la sussistenza di postumi di natura permanente vi fu pericolo di vita;
– che il colpo fu esploso da una distanza compresa fra 80 centimetri e 5 metri (con probabilità metri tre) con direzione sinistra-destra lievemente dall’alto in basso, a ferito eretto.
In ordine a Mancini Pietro:
– che la parte lesa fu raggiunta da due colpi trapassati : il primo interessante l’addome con duplice lesione del colon e del fegato, il secondo l’avambraccio-braccio destro con frattura dell’epicondilo;
– che la durata della malattia fu di giorni 216;
– che sono residuati postumi di natura permanente, ma non vi fu pericolo di vita;
– che il colpo trapassante l’addome fu esploso da una distanza di circa tre metri dall’alto in basso, a ferito eretto, mentre quello che raggiunse il braccio destro fu sparato da una distanza tra i 60 e i 100 cm, dal basso verso l’alto mentre il ferito stava sovrastando il feritore.
Deve ancora precisarsi che (cfr.perizia balistica disposta dall’A.G. di Rieti) un proiettile raggiunse la ruota di scorta della Land Rover di Giancarlo Esposti. Tutto ciò premesso ritiene questo giudice istruttore doveroso (anche se ciò non forma direttamente oggetto dell’indagine processuale, ma esistendo agli atti – cfr. f.214 e seguenti in volume terzo atti A.G. Rieti – una esplicita istanza del padre di Esposti e dello stesso difensore del D’Intino) puntualizzare l’episodio non solo in relazione alle responsabilità di Alessandro D’Intino ed Alessandro Danieletti, che figurano imputati di concorso in tentato omicidio nei confronti dei carabinieri Mancini e Iagnemma, ma anche per quanto concerne la morte di Giancarlo Esposti.

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A questo proposito deve rilevarsi che le ipotesi formulate sia in sede di pubblica informazione, sia in ambita strettamente processuale (cfr.  come verrà, evidenziato più oltre le dichiarazioni di Luciano Benardelli e quelle di D’lntino che ha affermato “di aver avuto la impressione in sede di sopralluogo del P.M. che il cadavere di Esposti giacesse in un luogo un pò spostato rispetto a quello in cui lo vide cadere e cioè più in basso verso il bosco e soprattutto in posizione diversa, bocconi e non supina”) non paiono trovare un adeguato riscontro nelle obiettive risultanze del procedimento. Deve infatti considerarsi:
1) che l’operazione che consentì di intercettare il gruppo Esposti partì da informazioni raccolte da componenti del Corpo forestale dello Stato i quali parteciparono direttamente all’operazione stessa;
2) che subito dopo il conflitto a fuoco le forze dell’ordine non sapevano ancora chi fossero gli antagonisti, come dimostra il primo concitato colloquio fra il maresciallo comandante la pattuglia e Alessandro D’lntino, secondo quanto da quest’ultimo ferito (“Siete delle Brigate Rosse?”, “No, no siamo fascisti !”);
3) che il conflitto a fuoco ebbe inizio per l’imprevista reazione di Giancarlo Esposti il quale sparò ai carabinieri Mancini e Iagnemma in circostanze che le rispettive perizie medico-legali hanno perfettamente identificato in quelle riferite dagli interessati (Mancini venne colpito all’addome mentre si avvicinava ad Esposti e al braccio durante la colluttazione, Iagnemma all’addome mentre accorreva a sua volta);
4) che anche il colpo che raggiunse la ruota di scorta della Land Rover (e che provocò il caratteristico sibilo di aria compressa riferito da D’Intino) fu esploso da Giancarlo Esposti, presumibilmente durante la lotta col Mancini;
5) che il fatto che Giancarlo Esposti sia stato raggiunto da numerosi colpi di arma da fuoco provenienti da diverse direzioni e che risultano averIo colpito in varie parti del corpo collima con quanto dichiarato dal brigadiere Muffini che ha dichiarato di aver esploso contro Esposti due colpi di moschetto e dal maresciallo Filippi che ha affermato di aver sparato finché non vide l’Esposti cadere definitivamente;
6) che le diverso angolazioni delle ferite riscontrate sul cadavere di Giancarlo Esposti (cfr. perizia necroscopica) possono essere spiegate col fatto che la vittima venne fatta oggetto dei colpi dal momento in cui, dopo la colluttazione coi carabinieri “si stava rialzando offrendosi come bersagli” a quello in cui “cadde definitivamente a terra”;
7) che la posizione parzialmente bocconi del cadavere può egualmente spiegarsi col fatto che Esposti venne colpito mentre si trovava su un leggero pendio (cfr .dichiarazioni D’Intino e Danieletti e angolazione del colpo esploso da Esposti contro Mancini ) per cui il corpo, anche se caduto all’indietro, può aver assunto, per forza dinamica propria, la diversa posizione riscontrata da D’Intino (che, appunto, ebbe l’impressione di trovarlo, oltre che parzialmente bocconi, anche un pò più in basso).  Questa, quantomeno, la ricostruzione dei fatti che appare giustificata dagli atti processuali.

Il conflitto di Pian del Rascino Sentenza ordinanza processo Mar 28.041976  pag 320-327

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Il diario di Mario Tuti – “Gente” 02.06.1975 – prima parte

“Poiché oggi, 3 aprile 1975, incomincio a dubitare di trovare la voglia di completare, o meglio di iniziare del tutto la cronaca della ma fuga, ho deciso di iniziare queste note giornaliere, rimandando ad un periodo più tranquillo la stesura degli avvenimenti precedenti. Oggi sono a Roma per la terza volta dall’inizio della mia latitanza, provenendo da Lucca. Come al solito per le varie informazioni mi sono rivolto a sbirri che, per la mia faccia tosta, non sospettavano niente.

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Ho preso alloggio all’Ostello della Gioventù e la prima cosa che ho visto arrivando è stato l’obelisco con sopra scritto Mussolini Dux, cosa questa che mi ha ispirato auspici favorevoli. L’ostello, nel quale, cara Loretta, credo abbiano preso alloggio anche i nostri genitori quando facevano i campi Dux, è molto mal tenuto. L’unica cosa positiva sono appunto le vestigia del fascismo: affreschi e mosaici con fasci littori, statue di balilla, etc”. (…)Menefreghismo di Roma. Ad Affatigato a conoscenza di nomi di persone importanti, è stata fornita una carta di identità, con la fotografia e il timbro a secco, intestata a un falso nome. A me, a tutt’oggi, dopo circa 80 giorni dalla fuga, non è stata in grado di fornirmi né documenti, né denaro, né rifugi; anche se Beppino, l’agente teatrale, non manca di dare assicurazioni”.
(…) Paura ed inefficienza di Lucca che, dopo aver rovinato un paio dei miei documenti falsi, è stata solo capace di prendersi le mie armi, la MG. 42, il mitra, la carabina Winchester, la pistola col silenziatore, lo esplosivo, i detonatori elettrici. Alle mie ripetute richieste di avere indietro un pò di colpi per il SIG, per la pistola cal 9, ed anche la pistola col silenziatore, mi hanno portato solo alcuni colpi, inventando anche la scusa che la pistola era stata venduta a credito (roba da pazzi). Anche la mi richiesta di avere un pò di esplosivo è stata elusa, eppure, grazie a me, ne hanno almeno 80 kg.

Quanto ai soldi e ai documenti in 50 giorni, a Lucca sono stati capaci di fare cinque o sei gite turistiche a Roma senza fornire alcun risultato utile per me. Per l’Affatigato hanno trovato il coraggio di andare a prendere gli abiti a casa sua e gli è stato trovato un recapito ed un lavoro a Londra, credo in qualche ristorante. Mi sono deciso a scrivere tutto questo anche se  a malincuore, in quanto fare la spia non è nel mio carattere, non potendo permettere che persone, le quali si dichiaravano amiche e alle quali ho fatto diversi favori, mi ricambino dicendo e facendo pubblicare sul mio conto notizie dichiaratamente false ed offensive per me e per la mia famiglia, approfittando della mia assenza per addossarmi ogni sorta di colpe loro”.

Esposti Maria Pia – Verbale di esame testimoniale 10.10.74

Adr: sono la sorella del defunto Esposti Giancarlo. Premetto che io sono politicamente simpatizzante di movimenti di estrema sinistra. Per queste ragioni spesso avevo delle discussioni con mio fratello, pero’ per il resto avevamo stima reciproca e molto reciproco affetto. Egli fino al febbraio 1972 era iscritto alla Giovane Italia e io stessa vidi la sua tessera. Ciò preciso perche’ successivamente qui a Milano l’ on Servello dichiarò che mio fratello non era stato mai tesserato di organizzazioni promananti dal Msi .
Mio fratello fu arrestato nel febbraio 1972, nell’ambito di un procedimento in cui era imputato anche Angeli Angelo, e perche’ era stato trovato in possesso di esplosivo custodito in una cassetta del deposito bagagli della stazione. Resto’ detenuto per un anno finche’ vene messo in liberta’ per scadenza dei termini. In occasione delle visite che gli feci durante la detenzione, io cercai di sapere da lui il motivo o il fine delle detenzioni di tale esplosivo, sostenendo vagamente che gli interessava per motivi tecnici. Intendo precisare a questo proposito che egli si interessava in via generale che, a cagione del nostro cosi’ diverso e contrastante interesse politico, esisteva tra di noi una specie di tacito accordo per cui raramente giungevamo a discutere di problemi politici e tanto meno ad approfondire argomenti relativi alla reciproca conoscenza in campo politico.
Cio’ al duplice fine di non turbare il reciproco affetto, e inoltre, e specialmente da parte sua per la paura che io, in quanto piu’ giovane ed inesperta potessi anche involontariamente riferire ai miei compagni di sinistra delle notizie che potessero interessare la sua attività. Ricordo a questo proposito che un giorno egli vene ad aspettarmi all’uscita del liceo “Einstein” che allora frequentavo;

E fu aggredito proditoriamente da una decina di elementi di sinistra che lo riconobbero, tanto che io fui costretta ad intervenire in sua difesa. Egli in seguito, e sia pura senza esserne realmente convinto disse che era stata magari io stessa a farlo cadere nella trappola.
In complesso dunque entrambi curavano molto di non cogliere occasioni per approfondire sia ai discorsi politici in genere sia avvenimenti concreti particolari ove fossero implicati insieme a lui suoi amici o conoscenti di parte. Dopo la dimissione dal carcere egli non entro’ a far parte di un qualche ben definito movimento della destra extraparlamentare. Egli stesso mi preciso’ che non faceva parte ne’ della SAM ne’ di AN. Quanto al Msi egli se ne dimostrava del tutto deluso e lo considerava il partito ormai burocratizzato e inserito nel sistema. A proposito di an intendo precisare che egli conservo’ fino ad epoca recente rapporti con tale Di Luia serafino il quale non era di an ma comunque aveva con essa dei concetti. Quando io talvolta sentii mio fratello parlare di questi contatti, gli feci presente che il Di Luia era da ritenere elemento sospetto proprio a cagione dei contatti che teneva an, e inoltre, perché la stessa AN, quantomeno da noi di sinistra era ritenuta una emanazione provocatoria del Ministero degli Interni. Tuttavia mio fratello non volle mai approfondire questa mia impostazione del problema e, per quanto io ne so, conservo’ i contatti con Di Luia. Costui a me, e in genere a noi di sinistra appariva sospetto perche’, durante le indagini sulla strage di Piazza Fontana, era stato in qualche modo implicato e percio’ era fuggito all’estero. Cio’ nonostante, rientrato successivamente in Italia, era stato assunto presso una banca di Roma: circostanza questa che invogliava a sospettare di lui. A proposito di altre conoscenze di mio fratello nell’ ambiente romano preciso che, a quanto mi risulta dai suoi stessi discorsi o accenni egli in Roma faceva capo alla “libreria mediterranea” o meglio penso che questo non sia il nome esatto: ma si dovrebbe trattare di una libreria marcatamente di destra perche’ vende in prevalenza libri edizioni Mediterranee, Longanesi, Rusconi.

Riandando con la memoria ai suoi accenni, penso che senz’ altro in questa libreria egli si incontrasse con i suoi contatti romani.
Altro personaggio che sicuramente egli frequentava in Roma è tale nominato o soprannominato “Fulco”. Se ho ben capito dagli accenni fatti da mio fratello costui dovrebbe essere trafficante di armi, in qualche modo interessato con qualche grossa armeria, se ben ricordo chiamata “Boncivini” o qualcosa del genere. So per certo, e sempre da quanto sentivo dire da mio fratello che quando andava a Roma egli faceva sempre capo ad una libreria o a “Fulco” oppure a Di Luia Serafino. Mi risulta che Di Luia ha un fratello a nome Bruno, ma Giancarlo faceva riferimento esclusivamente a Serafino.
Adr: non sono in grado per quanto teste’ precisato di sapere se nel giro di mio fratello vi fosse qualcuno a nome Giorgio, residente in Milano, e ignoro la circostanza secondo la quale un “Giorgio” gli avrebbe telefonato quando si trovava a Roiano, ne’ che proprio a causa di tale telefonata mio fratello si sarebbe spostato immediatamente a Rascino. Di suoi conoscenti di nome “Giorgio” conosco soltanto Marini Giorgio, di Ascoli Piceno, fidanzato di Nardi Alba.
Costui e la stessa nardi alba furano da me riscontrati in Roiano quando ivi mi recai a trovare Giancarlo nelle circostanze che ora precisero’.
Il 10 maggio io non ero in casa quando mio fratello passo’ per salutare i genitori prima di partire per il meridione. Appresi la circostanza di mio padre, il quale mi riferi’ che prima di partire Giancarlo gli aveva rivelato che doveva fuggire da Milano perche’ implicato nel gruppo Fumagalli, che era stato arrestato il giorno prima. Successivamente trovai nell’ agenda che tengo sul comodino, scritto di pugno di mio fratello, un numero di telefono con il prefisso. Poiche’ egli a mio padre aveva detto che sarebbe andato a Chieti, io in un primo momento ritenni che si trattasse di un telefono di Chieti. Senonché guardai l’ elenco dei prefissi e scoprii che si riferiva alla provincia di Teramo, Roiano. Preciso meglio a questo punto che prima ancora che io vedessi tale numero lo stesso Giancarlo mi aveva telefonato, precisandomi che si trovava nel paese di Roiano, in una trattoria, e per facilitarmi nel caso fossi andata a trovarlo mi disse che si trovava vicino ad una fabbrica di pantaloni. Egli stesso mi disse che sulla mia agenda aveva segnato il numero di telefono di tale trattoria. Fu allora che io controllai l’ elenco dei prefissi e fu allora che accertai che si trattava della provincia di Teramo. Riferito cio’ a mio padre, mi incaricò di raggiungere Giancarlo per indurlo o a rientrare a Milano o quanto meno a lasciare l’Italia con l’ aiuto che a tal fine mio padre stesso gli avrebbe fornito. Poiche’ io non avevo altri mezzi per raggiungere Roiano, ne’ potevo rivolgermi ai miei amici perche ‘tutti di sinistra, pensai di farmi accompagnare da Maino Antonio, di Lodi, ivi residente in viale rimembranze 37 in quanto il medesimo non e’ politicamente impegnato da nessuna parte, e soprattutto perché è stato un nostro amico di infanzia. Raggiungemmo Roiano sebben ricordo la domenica 19.05.74: non sono in grado di precisare la data posso solo dire che si trattava di domenica. Viaggiammo a bordo di una volvo azzurra targata Milano. Preciso che il maino e’ soltanto un nostro amico di famiglia, non esiste alcuna relazione di altro genere tra me e lui, quanto meno e’ stato o e’ mio fidanzato.
In Roiano trovammo Giancarlo nella trattoria indicata. Giungemmo a Roiano verso le 11 del mattino. Giancarlo si trovava con D’Intino e con Danieletti. Notai anche che era in possesso di una Land Rover sulla quale mi fece fare un giro nello stesso paese di Roiano.
A mia richiesta mi preciso’ che gli era stata regalata dal “vecchio” e cioe’ a mia esplicita richiesta mi precisò Fumagalli Carlo. Pranzammo insieme. Riandando indietro con la memoria su tutti i particolari, ricordo che dal complesso dei discorsi e degli atteggiamenti delle diverse persone trassi i seguenti convincimenti.

Preciso anzitutto che con loro c’ era un ragazzo che chiamavano Sandro, cioe’ colui che soltanto successivamente appresi che e’ Danieletti Alessandro. Dal modo come costui veniva trattato da Giancarlo e dal D’Intino, mi sembro’ che specialmente mio fratello fosse come infastidito della sua presenza. Ora a ragion veduta penso che il Danieletti dovesse rappresentare per lui un peso inutile, e io appunto ebbi la sensazione che il Danieletti fosse mal collocato nella compagnia. Non sono ora in grado di precisare per quali specifici motivi, ma nel complesso questa fu fin da allora la mia sensazione. Quanto a D’Intino, il medesimo era stato da me in precedenza conosciuto, peraltro soltanto di vista, perche’ una volta lo avevo incontrato con mio fratello in galleria, sebbene ricordo nei primi giorni di gennaio del corrente anno. Di costui mio fratello mi parlò piuttosto sfottente, chiamandolo l’ ultimo nazista a causa di certi suoi atteggiamenti di tipo nazista e razzista.

Ricordo che quando lo incontrai in Roiano e specialmente a pranzo, il d’ intino accenno’ a discorsi di tipo razzista ma lo stesso Giancarlo gli rispose con battute sfottenti, e dal complesso trassi la netta sensazione che mio fratello non lo considerasse molto. Per la verità i miei tentativi fatti per sanare qualche cosa su cio’ che era accaduto e su perche’ mio fratello si trovasse a Roiano con due giovani che all’ evidenza non stimava granché, caddero nel vuoto l’ unica cosa che riuscii a sapere fu che erano dovuti scappare perche’ si trovavano in qualche modo coinvolti con Fumagalli.

Ricordo pero’ una battuta di d’ intino, il quale ad un certo punto disse che secondo lui Fumagalli era stato arrestato per causa dell’avvocato Degli Occhi Adamo. A quanto compresi c’ era stata una specie di rivalita’ tra Degli Occhi Adamo e Fumagalli e che in conseguenza di tale rivalita’ Fumagalli fosse stato arrestato. Questo discorso pero’ non fu portato avanti, perche’ Giancarlo lo lascio’ cadere intenzionalmente.
Io non entrai nella stanza dove erano alloggiati per cui non ebbi occasione di vedere se fossero armati. Neppure nella Land Rover vidi alcuna arma.
Adr: nonostante le mie preghiere, mio fratello non volle aderire alle offerte di mio padre, preciso anzi che tronco’ il mio discorso in modo deciso dicendo qualcosa del genere: “mi hanno rotto le scatole tutta la vita, io ora sono qui e ci sto in pace”.

Aggiungo anzi che mi invoglio’ a ritornare a trascorrere delle vacanze presso di lui in Roiano non appena avessi dato degli esami programmati per il 10 giugno, data che io gli precisai controllando sulla mia agendina. Egli insistette perche’ appena ultimati gli esami lo raggiungessi per riposarmi. Ricordo che verso le 15 mio fratello fece una telefonata in teleselezione dall’ apparecchio del ristorante. Fu una telefonata piuttosto breve. Non ne sono certa, ma mi pare di ricordare che nell’ alzarsi dal tavolo disse che andava a telefonare a lanciano o qualcosa del genere. Ci intrattenemmo un po’ nella trattoria, ove mio fratello mi sembro’ di casa, un po’ nel paese fin verso le 18.00, 18.30, quando giunsero Nardi Alba e Marini Giorgio da Ascoli Piceno a bordo di una fiat 500 di colore chiaro, targata “AP”. Poiche’ avevamo deciso di cenare presto perche’ io e Maino dovevamo ripartire per Milano, i due cenarono con noi. Ricordo che pregai nardi alba di intervenire anch’ essa presso Giancarlo per convincerlo a rientrare a casa oppure a lasciare l’Italia. Essa mi rispose che ci aveva gia’ provato, ma mio fratello non voleva sentirne. Dal complesso di questo discorso trassi il convincimento che Nardi Alba fosse gia’ stata a trovare Giancarlo almeno una volta, o quanto meno si fossero parlati per telefono. Fatto sta’ comunque che durante la cena sia Alba che io ripetemmo a mio fratello di andare via, ma egli rispose seccamente che sarebbe rimasto sul posto. Ora non ricordo piu’ bene se nella stessa occasione o in qualche altro discorso precedente si era anche accennato alla possibilita’ di mio fratello per raggiungere all’estero Nardi Gianni: tale possibilita’ era comunque esclusa perche’ qualcuno aveva decisamente precisato che Nardi Gianni non voleva nessuno con se. Non ricordo che si siano fatti discorsi di certo interesse.

Mi pare di ricordare che Nardi Alba e Marini Giorgio siano partiti finita la cena, prima di noi. Adr: avevo gia’ conosciuto Marini Giorgio circa un anno e mezzo fa, in occasione di una gita ad Ascoli Piceno, effettuata con Giancarlo, per trovare Nardi Gianni e Alba. Si tratta di un giovane molto taciturno, mi sembra di destra, ma tuttavia non mi ha fatto l’ impressione di un ragazzo particolarmente impegnato nell’attivismo. Sapevo da tempo che è fidanzato con Nardi Alba.
Adr: che io sappia, mio fratello fu fino a tre anni fa fidanzato con Nardi Alba, e piu’ precisamente fino a che essa resto’ a Milano e mio fratello non venne arrestato. Alba rientro’ ad Ascoli Piceno e per questo complesso di circostanze il fidanzamento si sciolse, benché mio fratello tenesse molto a lei, tanto che entrambi conservano reciproca amicizia. Fu a Roiano che appresi dallo stesso Giancarlo che era entrato in relazione con una ragazza a nome barbara. Mi prego’ infatti di raccomandare alla mamma, nel caso avesse telefonato per lui una certa barbara, che non aveva potuto salutare nel fretta della fuga, di dirle di stare tranquilla, perche’ egli stesso avrebbe trovato modo di mettersi in contatto con lei. Ignoravo del tutto chi potesse essere questa ragazza.

Uno o due giorni dopo la morte di Giancarlo, venne in casa una ragazza, che disse di chiamarmi Barbara fare le condoglianze. In tale occasione mia madre la riconobbe per la ragazza la cui fotografia era stata trovata tra le cose di Giancarlo e che era stata mostrata in televisione. Tutto cio’ mi venne riferito da mia madre perché io ero assente. Costei venne una seconda volta e parlò anche con me. Disse di chiamarsi Barbara e anche io la riconobbi come quella la cui immagine era stata trasmessa in televisione. Preciso che la riconosco anche nella fotografia che ora la sv mi esibisce, riproduce la sedicente Barbara.Apprendo invece ora che si chiama Fabbrini Maria. Essa mi spiego’ non di essere fidanzata con Giancarlo, ma che l’aveva conosciuto da poco tempo, che si frequentavano, e che ignorava del tutto che fosse implicato in faccende del genere. La ragazza e’ alta circa metri 1.55 e presenta capelli piuttosto rossi, ma mi sembra di colore non naturale, abbastanza lunghi.
Adr: esamino l’ album delle fotografie che mi viene ora mostrato e fra tutte le persone riconosco soltanto D’Intino Alessandro e Ferri Cesare, nonche’ la predetta Fabbrini Maria. Non riconosco nessuna altra delle persone effigiate salvo naturalmente mio povero fratello. Esamino anche l’ album delle fotografie della questura e vi riconosco soltanto i nominati Crocesi, Angeli Angelo, Sommacampagna Romeo, D’Intino. A proposito di Ferri Cesare, debbo dire che il medesimo era da tempo amico di Giancarlo, non sono in grado di dire da quanto, comunque da parecchio. Erano amici abbastanza affettuosi. Lo vidi spesso con Giancarlo e qualche volta Giancarlo lo condusse anche a casa. Debbo dire che Ferri mi faceva un pochino la corte, peraltro con una certa discrezione, benche’ io mi manifestassi non propensa sia per la sua collocazione politica e sia soprattutto perche’ non mi interessava. Lo trovavo piuttosto timido. Ricordo che uscii con lui una sola volta, per fare una passeggiata allo zoo in una giornata di sole.
Ricordo che Ferri venne a far le condoglianze in casa, ma in un modo piuttosto sbiadito nel mio ricordo, considerato che io mi trovavo scioccata e che in casa c’ era un continuo andirivieni di amici e di conoscenti.
Adr: nelle occasioni di incontro col Ferri mi e’ capitato di discutere con lui dei problemi attinenti ai nostri studi e in particolare di filosofia. Non abbiamo mai approfondito problemi attinenti alla nostra contrastante posizione politica. Ignoro in quale precisa fazione politica militasse il Ferri. Posso solo dire che aveva contatti con mio fratello perche’ il medesimo gli era molto affezionato. So che si telefonavano spesso e si incontravano fuori casa. Non ricordo se il Ferri abbia cercato Giancarlo dopo la fuga del medesimo da Milano; mi pare di ricordare vagamente che abbia chiesto notizie per telefono, ma non ricordo se parlando con me direttamente o con i miei genitori. Durante la visita a Roiano mio fratello possedeva a quanto mi e’ sembrato una somma di danaro aggirantesi sulle 100000 lire. Io non gli portai del danaro, ma gli dissi che mio padre voleva sapere se ne avesse di bisogno, e soprattutto per andare via dall’Italia. A proposito di denaro preciso che durante il pomeriggio dopo aver mangiato, Giancarlo mi tiro’ un momento in disparte, trasse dal portafoglio una busta bianca di tipo corrente, e me la consegno’ dopo avermi mostrato un assegno in essa contenuta. Mi consegno’ l’ assegno dicendomi qualcosa del seguente tenore: “conservamelo tu in casa perche’ io qui non lo uso”. Non mi diede altre spiegazioni, ne’ io gliene chiesi. Mi ricordai di tale assegno soltanto qualche tempo dopo la sua morte e lo consegnai a mio padre.

A contestazione risponde: intendo chiarire che io ho fatto di tutto per convincere mio fratello ad abbandonare Roiano ove la sua permanenza non poteva del resto passare inosservata, egli pero’ fu irremovibile e neppure volle approfondire il discorso, in ordine alla possibilita’ di espatriare che mio padre gli offriva. Io ebbi la sensazione che egli, pur sentendosene infastidito, si sentisse in qualche modo obbligato per punto di onore, nei confronti di D’Intino e di Danieletti. Aggiungo che quando rientrai a Milano i miei genitori, mi rimproverarono anch’ essi per l’ inutilita’ della mia gita, non essendo stata capace di convincere Giancarlo. Preciso ancora che mio fratello aveva un carattere per cui quando assumeva una decisione era inutile insistere o contrariarlo.
Adr: uno dei discorsi per indurlo a rientrare venne fatto anche in presenza di D’ Intino e di Danieletti: essi peraltro non intervennero e restarono zitti.
Adr: noi apprendemmo la sua morte verso le 13.00 del giorno 30, dal giornale radio. Preciso anzi alla radio non venne fatto il nome, ma io ebbi l’ intuizione facendo riferimento alla localita’ ove era avvenuta la sparatoria e alla circostanza che c’ era di mezzo una Land Rover. Preciso peraltro che al mattino avevamo notato nel “Corriere della Sera” l’ identikit del presunto attentatore che aveva cagionato la strage di Brescia del 28 maggio. In famiglia constatammo che l’ identikit riproduceva le fattezze di Giancarlo, in modo riconoscibilissimo, ma senza barba. Noi non ci preoccupammo perche’ io l’ avevo visto a Roiano avevo notato che aveva ancora la barba che aveva cominciato a coltivare da un po’ di tempo.

Inoltre non era la prima volta che la polizia tentava di addebitare a Giancarlo responsabilita’ di attentati. Debbo per la verita’ dire che in qualche modo pensammo anche che si trattasse di un qualche equivoco. Per questa ragione noi neppure pensammo di telefonargli per chiedergli dei chiarimenti. Aggiungo che da quando ero stata a Roiano non avevo piu’ avuto alcun contatto con Giancarlo neppure per telefono.

Adr: esamino la fotocopia di documento, contenente scritturazioni manuali a stampatello, con inizio “v carabelli 6/a” e termina con il numero di telefono “5391792” e dichiaro che non si tratta di documento scritto da mio fratello, del quale conosco bene la grafia. La grafia di mio fratello invece e’ quella che compare nel documento n fotocopia ove leggesi “avvocato Tenci via Melloni ecc”; Nell’ altro documento in fotocopia con la dizione “far chiedere all’avvocato per macchina”; quello ove e’ il numero telefonico della trattoria di Roiano; quello che inizia con termine “ola” e si chiude con termine “qrt chiudo”.
Adr: per quanto io ne sappia mio fratello non aveva ma manifestat oidee suicide e neppure in relazione all’eventualita’ di un suo arresto.
Adr: ignoravo del tutto che fosse fornito di documenti falsi intestati a Costa Gianfranco.  Non ho altro da aggiungere.