Vincenzo Vinciguerra – lettera a Stefano Delle Chiaie – 1990

“Caro Stefano, ho ricevuto oggi la tua lettera dell’1.8. L’ho letta con attenzione e con interesse. Giunge in un momento particolare per cose che sono avvenute, per la fragilità di un equilibrio che stento a ritrovare, per mille dubbi che in parte, se non principalmnete, investono anche te oltre all’ambiente di A.N..
Mi è difficile, se non impossibile, oggi, comprendere la differenza fra i tuoi comportamenti e quelli degli ex-camerati di A.N. se mi baso sulle paure dei Tilgher e C. (incomprensibile) dalla mia azione che era, e rimane prima politica e poi giudiziaria. Paura nei confronti di uomini che sul piatto della bilancia, nel momento in cui la verità giudiziaria sulle responsabilità tue e di A.N. in tutte le stragi (la si ipotizzava anche per l’attentato di Peteano) stava divenendo verità storica, gettavo il peso di una testimonianza sofferta e di un’assunzione di responsabilità che non precludeva, e i fatti l’hanno dimostrato, ad alcun cedimento. Paura ribadita, confermata, sostenuta e dimostrata dall’unirsi di costoro al linciaggio morale (che quello fisico più volte tentato non gli è riuscito) solamente nei miei confronti dalla stampa (“Repubblica” e il “Tempo” ad esempio), dai Servizi, dalla Polizia, dalle Guardie di Custodia, da Magistrati (perfino la Casszione!). Paura, Stefano della quale sembravi e sembri immune forse perché mi conosci meglio degli altri, forse perché sei più intelligente degli altri, forse perché un innocente e pulito mentre altri non lo sono. Ma, come vedi, devo mettere in “forse” che avrei preferito non dover mai utilizzare rivolgermi a te e/o parlando di te.
Bada bene, non nutro dubbi sulla tua estraneità personale dalle stragi o da certe stragi, ma ciò che mi inquieta è l’inserimento di A.N. e tuo in una strategia complessiva che mi appare sempre più manovrata dai Servizi e in particolare da James Angleton e da Vito Miceli contro il quale non ho mai avuto il piacere e la soddisfazione di vedere un attacco di “destra” come “Maletti e Labruna”. Una casualità, forse, eppure, lo considero (e non è un’opinione gratuita) una figura sporca e ignobile al pari degli altri due.
Certo, per te non sarà una lettera piacevole ma puoi sempre rispondermi con una letteraccia alla quale sarò lieto di dare risposta.
Ho parato l’attacco di certi Magistrati e non voglio più sapere nulla di Giudici e di atti Giudiziari, ma mi è costato un prezzo troppo alto perché ho arretrato, ho avuto paura di conoscere delle “verità” (se leali sono) e di doverti dare le ovvie e più volte, pronunciate conseguenze.
Paura, Stefano, che mi ha dimostrato come il comportamento di A.N. (riferitomi, a volte, con tono compiaciuto dal tuo avvocato) non mi ha fornito sul piano umano (che per me è più importante) quanto ha scavato dentro di me insieme al dubbio di essere stato fesso, fatto fesso per 14 anni.
Tracciata definitivamente una linea divisoria fra me e gli ex-camerati di A.N., rimane con quel mondo e con quel passato che non è presente, un filo esile (incomprensibile) che è il mio rapporto umano con te, talmente esile che è suscettibile di rottura per la prima volta.
Escludo che la mia possa aver per te riflessi negativi sul piano giudiziario perché da essa si evince come ancora mi stia a cuore questa nostra amicizia che impone, peraltro, una lealtà che è dolorosa ma che se pur dura da esibire e ancor più dura averne che ne è oggetto (e me ne rendo conto), è però l’unico modo di evitare che si apra un abisso. Non chiedermi atti di fede perché di “fede” ne ho avuta tanta ed in cambio ho chiesto fiducia e lealtà. Da tutto il mio ex mondo non ho avuto né l’una né l’altra, da te l’ho avuta. Oggi, mi chiedo se l’ho avuta realmente o solo in apparenza. Ti offenderai? spero di no.
Dall’età di 13 anni il mondo nel quale ho creduto si è poco a poco rivelato marcio, immondo, impuro. Oggi vorrei almeno credere che una parte di questo mondo, una persona e pochi altri, siano limpide e lo siano sempre state e che le idee che hanno rappresentato non siano, quindi, tali, da corrompere un mondo intero”.

Vincenzo Vinciguerra Sentenza ordinanza Italicus bis pag 92-93