Carlo Fumagalli sentenza appello Italicus 1986

Carlo Fumagalli, nel confermare le sue dichiarazioni del 17 aprile 1986 al C.I, di Bologna (cfr. Vol.B cit.) su di un progetto di colpo di sta­to ascrittogli quale capo del MAR, ha ribadito che si pensava di creare in Valtellina una situazione insurrezionale mediante operazioni di carattere parti­giano consistenti in attentati ai tralicci degli elettrodotti. Non erano invece previste violenze alle persone, ne attentati ai treni. Tale situazione avrebbe dovuto determinare un intervento normalizzatore dei Carabinieri e dell’Esercito.

Suoi referenti erano stati l’avv.Degli Occhi e Picone Chiodo, quest’ultimo in particolare incarica­to di creare i necessari collegamenti con ambienti militari. Sapeva cosi di come il Picone Chiodo fos­se entrato in contatto col gen.Nardella, che esso Fumagalli aveva aiutato nella sua latitanza. Lo stes­so Picone Chiodo gli aveva parlato dell’ammiraglio Birindelli e di come dovesse intervenire alla guida di un gruppo di ufficiali. Esistevano poi collegamenti con la ‘Rosa dei Venti”, particolarmente importanti perché davano le garanzie del coinvolgimento di consistenti gruppi di ufficiali dell’Esercito. Ha precisato che i collegamenti erano interni alle diverse cellule rivoluzionarie.
Esso Fumagalli co­nosceva solo Picone Chiodo, che teneva i contatti. Lo stesso Picone gli aveva detto che c’erano altri gruppi, pronti ad intervenire nello stesso periodo, ma al riguardo gli aveva specificato solo che uno di essi era composto da monarchici. Nessuno comunque gli aveva parlato di contatti o di collegamenti con la Toscana. Aveva conosciuto un gruppo di ragazzi bresciani, che avrebbero potuto riuscirgli utili per le operazioni in Valtellina. Facevano capo ad un certo Tartaglia, che gli aveva presentato Kim Borromeo, di Avanguardia Nazionale. Tramite il Borromeo, nel gennaio ’74, ave­va conosciuto il Cintino ed il Vivirito, che si dicevano espulsi dalla stessa organizzazione.
Il D’Intino infine, nell’aprile ’74« gli aveva presentato Giancarlo Esposti, che disponeva di una propria orga­nizzazione (le S.A.M.) e gli aveva venduto due fuci­li, un FAL civile ed uno Stern. Avendo di poi incontrato in carcere il D’intino ed il Vivirito, aveva appreso che ì capi di A.N. – Baldan di Milano e Tilgher di Roma – avevano ordinato loro di ucciderlo e di impossessarsi di tutte le armi accumulate in quanto lo accusavano di aver sottratto alcuni aderenti ad A.N.

Sentenza appello Italicus 1986 pag 253-254