Un Commissario scomodo – Ennio Di Francesco

(…) Già dopo le prime settimane di indagini su Tuti, gli elementi raccolti mi avevano fatto sorgere il sospetto che diversi attentati compiuti in Toscana fossero collegati con altri avvenuti in Emilia e potessero forse inquadrarsi nell’azione coordinata di una stessa organizzazione terroristica. Appariva inoltre chiaro ormai che Tuti occupava una posizione di rilievo nell’ambito del gruppo toscano. Il duplice omicidio da lui commesso mal si collegava, a mio avviso, alla sua personalità lucida e intelligente. Aveva forse temuto che quella sera i poliziotti stessero arrivando a qualcosa di molto grave? D’altra parte il tragico mistero della bomba che aveva squarciato l’Italicus, collocata quasi certamente alla stazione di Santa Maria Novella dove uno degli arrestati lavorava, era ancora irrisolto. Forse valeva la pena scavare per cercare eventuali collegamenti tra i gruppi tosco-emiliani e vedere dove conducessero.
In occasione di uno spostamento a Bologna ebbi modo di esporre tali riflessioni al dirigente del locale nucleo antiterrorismo, il dottor Berardino, e al giudice Zincani che stava istruendo alcune inchieste riguardanti diversi attentati compiuti in quella regione. Questi mi invitò a comunicargli ogni elemento che in qualche modo avesse suffragato questa ipotesi investigativa. Gli avevo risposto che sarebbe stato per me doveroso, ma che sarebbe stato meglio se si fosse rivolto al magistrato di Arezzo che seguiva il caso Tuti. Mi aveva rassicurato mostrandomi la copia della lettera che aveva già inviato alla Procura di quella città. Continuai a lavorare sempre più convinto che l’episodio di Empoli si inscrivesse in una visione più ampia del fenomeno terroristico; anzi, ero preoccupato per la vita dello stesso Tuti che, a mio avviso coinvolto in un meccanismo forse più grande di lui, doveva conoscere misteri divenuti scottanti per i suoi “capi”. Le indagini proseguivano con ritmo serrato anche se talvolta dovevamo spostarci per altri attentati, fortunatamente non cruenti, che si succedevano soprattutto in Versilia. Una di quelle notti, rientrando in albergo ad Arezzo, trovai ad attendermi l’appuntato Salvatori della questura di quella città. Mi annunciò preoccupato che dovevo telefonare immediatamente al sostituto procuratore  Mario Marsili. Guardai l’orologio, era molto tardi. Avevo trascorso tutta la giornata fuori col brigadiere Capuano ed ero stremato. Pensai che dovesse essere successo qualcosa di molto importante, forse qualcuno degli arrestati aveva parlato e bisognava agire immediatamente per nuove operazioni. Telefonai a casa del giudice. Con tono perentorio ordinò di inviargli subito una “volante” e di raggiungerlo in questura assieme al vicequestore Carlucci. Questi, drasticamente svegliato, mi informò lungo il tragitto che non era successo nulla che motivasse quell’urgenza. Era soddisfatto, comunque, perché quel giorno avevano rintracciato e ascoltato, nel quadro dell’indagine Tuti, il professor Giovanni Rossi, un personaggio della destra locale. Non era emerso nulla di particolare, ma proprio mentre lo stavano sentendo presso la questura di Arezzo era giunto da Bologna un fonogramma urgente del giudice Zincani che voleva interrogarlo nell’ambito di un’inchiesta che stava istruendo su un attentato avvenuto tempo addietro contro la Casa del popolo di Moiano. Poiché non esistevano provvedimenti restrittivi da parte del magistrato aretino, il professor Rossi, terminato l’interrogatorio, era stato accompagnato a Bologna dagli uomini dell’antiterrorismo giunti in quella città. In questura, il sostituto procuratore Marsili ci attendeva in una stanza dell’ufficio politico. Appena entrati fummo investiti da un’ondata di rimproveri. Seduto alla scrivania, sfogliando il codice, il giudice cominciò a parlarci di fuga di notizie, di violazione del segreto istruttorio e di eventuali responsabilità. Ancora in piedi restammo allibiti. Quando fu evidente che si riferiva alle notizie fornite al suo collega di Bologna, mentre Carlucci non rispondeva, dissi quel che pensavo. Come poteva parlarci di violazione del segreto istruttorio per avere informato un altro giudice su elementi che interessavano anche un’altra indagine? Per noi dell’Ispettorato generale antiterrorismo il compito era proprio quello di studiare eventuali legami in campo nazionale e internazionale. Quei rimproveri non avevano alcun senso, mentre i poliziotti uccisi a Empoli e i viaggiatori straziati dell’Italicus chiedevano ancora verità e giustizia. Un freddo imbarazzo scese nella stanza. Il magistrato, forse sorpreso dalla mia reazione, richiuse il codice. Quasi liberatorio giunse l’intervento di Salvatori che, con la saggezza dei vecchi appuntati, sdrammatizzò la situazione. Tornai in albergo deluso e sconcertato. I giorni successivi cominciammo a battere in lungo e in largo la Versilia. Sapevamo che Tuti poteva contare in quella zona su alcuni fidati punti d’appoggio. Ci installammo a Viareggio; alcuni elementi ci facevano infatti pensare che fosse passato o fosse ancora lì, da dove avrebbe potuto imbarcarsi per la Corsica e quindi raggiungere la Francia. Stranamente, quasi in coincidenza del nostro arrivo, cominciarono ad esplodere delle bombe, forse solo diversive e provocatorie, davanti a sedi di partiti di destra e di sinistra.

Mi trovai così a dare manforte agli uomini del commissario locale guidati dal vicequestore Tullio De Rose: giorno e notte eravamo fuori per sopralluoghi e accertamenti. Il carnevale era alle porte, ma in quella cittadina solitamente allegra il clima era livido di paura e tensione. Le nostre supposizioni non erano infondate: sulla spiaggia venne presto rinvenuta la borsa di Tuti, contenente ancora dei documenti. Avevo chiesto al Comune l’intervento di alcune ruspe per scavare tratti dell’arenile, poiché non era ancora escluso che il fuggiasco, divenuto ormai scomodo, fosse stato ucciso con i suoi compromettenti segreti. Mi trovavo proprio sulla spiaggia per coordinare i lavori quando sopraggiunse una “volante”. Mi volevano dal Ministero. Mi precipitai al commissariato e telefonai al dottor Ferrigno, capo della segreteria dell’Ispettorato antiterrorismo, che mi comunicò che dovevo immediatamente tornare a Roma. Spiegai che avevo finalmente trovato tracce certe di Tuti e che sarebbe forse stato opportuno che restassi a Viareggio per ulteriori riscontri. Niente da fare dovevo rientrare. Appena giunto mi presentai subito all’Ispettorato. Dopo qualche battuta mirata a rendere meno amara la notizia, Santillo mi informò che ero stato trasferito dal suo ufficio. Rimasi di ghiaccio: perché? Così repentinamente? Buio in volto mi confermò la sua stima e mi fece capire che tutto avveniva contro la sua volontà. Avrebbe comunque tentato di bloccare il provvedimento, e mi disse di tornare il giorno dopo. Il mattino seguente con amarezza mi consegnò senza parlare un telegramma datato 19 febbraio: “Commissario capo Ennio De Francesco est trasferito per esigenze servizio da Ispettorato Antiterrorismo a Questura Roma decorrenza immediata”. Firmato Ministro Gui. Piansi di rabbia, senza vergogna, mentre Santillo e Ferrigno mi guardavano in silenzio”.
Un Commissario scomodo – Ennio Di Francesco