Scritti Felice D’Alessandro – Sentenza G.I. Vella

(…) il 15 dicembre 1975 il Franci, il D’Alessandro e il Fianchini evadevano dal carcere di Arezzo scavalcando il muro di cinta, sul quale s’issavano servendosi di lenzuola e coperte confezionate a mò di corda ed ancorata al muro con un rudimentale arpione, il D’Alessandro smarriva una sacca contenente scritti vari ed un diario da lui tenuto dal giorno del suo arresto. (…) Da quegli scritti si apprende che nel piccolo universo carcerario di Arezzo (53 detenuti) il gruppo di neofascisti aretini godeva di non dissimulata simpatia da parte di elementi del personale di custodia;
che taluni membri di quel gruppo, pur esaltando l’ideologia cui avevano ispirato le loro imprese di violenza non disdegnavano tuttavia contatti con gli avversari politici, favoriti naturalmente dall’angustia degli ambienti e dalle leggi ineludibili della convivenza necessaria;
che i maggiori esponenti della piccola cellula neofascista erano difesi dall’avv. Ghinelli, all’epoca commissario straordinario della federazione aretina del MSI ed indicato da insospettabili fonti (la De Bellis, il Brogi, Rossi Giovanni) come il nume tutelare del gruppo, il finanziatore dello stesso, il leader carismatico del neofascismo aretino (emerse tali circostanze nel corso dell’istruttoria del procedimento contro Balistreri ed altri vennero denunciate dal G.I. di Bologna al PM di Arezzo ma  a questo ufficio non è nota la sorte riservata a quella denuncia), avvocato ed uomo politico che di certo godeva di non platonico prestigio nell’ambiente carcerario e non, se già il 21 dicembre ’75 poteva disporre della fotocopia, non autenticata dall’ufficio – quindi verosimilmente acquisita favoris gratia – della lettera diretta alla direzione dell’Espresso dagli evasi D’Alessandro e Fianchini e prodotta all’inizio dell’interrogatorio  del Franci da parte di quest’ufficio – documento costituente corpo di reato o comunque attinente ad un reato e relativa a due coimputati del Franci che alla immediata conoscenza di quello scritto non era legittimo accedere. A tal riguardo è opportuno considerare il fatto  che mentre l’avv. Ghinelli poteva disporre subito, ed illegittimamente di quel documento, al giudicante invece che aveva richiesto et pour cause, tutti gli scritti del D’Alessandro in visione per rilevare notizie e riferimenti alla strage dell’Italicus in essi ricorrenti secondo non isolate e insistite notizie di stampa, veniva trasmessa la fotocopia di un solo piccolo brano (8 righi tratti dal f. 22/56) (il volume delle fotocopie, fasc. 56 conta oltre 380 pagine), nell’assunto che esso contenesse il solo riferimento all’Italicus (di qui ad un istante si rileverà il contrario). Solo con l’esplicito e perentorio richiamo al dovere di esibizione di cui all’art. 342 C.P.P., quest’ufficio poté acquisire la necessaria e doverosa conoscenza di tutti quei documenti.
E’ certo, per quanto è legittimo desumere dalle sofferte pagine del D’Alessandro, che i pupilli dell’avv. Ghinelli ed i gregari del Tuti, dovevano respirare una atmosfera carceraria materiata di particolare comprensione, di quasi compiacente solidarietà, che il D’Alessandro coglie e descrive, anche se talora con punte di non immotivato disperato risentimento per la sua condizione evidentemente deteriore rispetto a quella dei fascisti. Rileva infatti che costoro, quelli coinvolti nelle indagini per gli attentati alla linea Arezzo-Chiusi, cui si sapeva non essere estraneo quel Tuti che per sottrarsi all’arresto commise il 25.1.75 l’eccidio di Empoli (e la notte antecedente era stato avvertito da qualcuno!), “dopo una settimana sono usciti dall’isolamento”. E’ infatti sintomatico che ancora nel luglio successivo per taluno il Fronte Nazionale Rivoluzionario era ancora fantomatico.
In una pagina la n.9 contenente l’indicazione Domenica databile al 2 febbraio ’75 (è immediatamente antecedente a quella n.10, datata 3.2.75 – lunedì) si leggono le seguenti espressioni: “Italicus: lavoravo a Firenze: vidi uno della questura (?) entrare nel vagone che poi esplose, affacciarsi al finestrino e fare un cenno col capo. So certe cose su Tanassi. L’attentato alla Camera di Commercio era stato rinviato perché in giro c’era aria balorda. L’esplosivo dell’Italicus non era uguale a quello che avevo a casa io”.
Ed in un’altra pagina, presumibilmente coeva della precedente poiché illustra l’attività dei vari Franci, Gallastroni e compagni, da poco arrestati per l’attentato di Terontola, scrive: “Italicus: lavoro a Firenze. Nessuna domanda”.
In data 21 aprile ’75 ai giudizi su episodi di vita carceraria, alterna la descrizione di momenti della sua giornata e l’illustrazione di impressioni avvertite assistendo a programmi televisivi ed osserva:  “… i fascisti ridevano ascoltando la registrazione dell’attentato di Brescia (Piazza della Loggia); ricordo il pianto di mia madre in quell’occasione” (il D’Alessandro venne tratto in arresto il 16 giugno 1974).
In data 27 luglio ’75 poi annota:
Hanno arrestato il Tuti in Francia. Grande disappunto del Franci che proprio ieri mi confidava la sua paura di eventuali smascheramenti. Adesso staremo a vedere che cosa è capace di fare la giustizia borghese, avendo finalmente in mano il bandolo della matassa dei neofascisti toscani”.
Ed ancora il successivo 28 luglio ’75:
Il Franci ed il Malentacchi seguono con apprensione gli sviluppi delle indagini sul Tuti. C’è voluta questa cattura per far venire sui giornali che la maggior parte degli arrestati fascisti sono stati rimessi fuori. Dentro sono rimasti i più coglioni. E pagheranno (anche se poco) per tutti”.
Il 2 agosto ’75 osserva:
Anche oggi ho avuto la possibilità di scappare. Migliore forse di quella dell’altra volta (si riferisce ad un progetto dell’aprile antecedente di cui parla nelle note del 20/8). Non ho voluto profittarne. Speriamo di non arrivare a pentirmene un giorno”.
In un giorno dello stesso mese di agosto, l’8, il 9 o il 10 il D’Alessandro  incontra il Fianchini ed annota che questi “fa salti di gioia quando sa che non faccio parte del gruppo Franci”.
Il 21.9.75 riferisce che il Franci ed il Fianchini sono spesso insieme; il D’Alessandro avrebbe appreso che “una guardia fascista se ne sarebbe meravigliata, avendo egli suggerito ai camerati di picchiare il Fianchini, poiché egli avrebbe chiuso un occhio”.
Il 3.10.75 poi così descrive il carattere e il comportamento del Malentacchi:
Mi rimane sempre più difficile sopportare la vicinanza                di queste bestie assetate di violenza. Vittime il cui più grande desiderio è quello di trasformarsi in carnefici. Il Malentacchi oggi all’aria mi ha fatto sentir male letteralmente con le cose spaventose che ha detto. Ha parlato per un’ora di stragi, ammazzamenti, sangue, violenza, terrore con serietà ed un impegno da pazzo. Era terribile sentirlo pensando che quella stessa esaltazione portava in nome di un coraggio che è solo l’ultima delle viltà e porta ragazzi come lui a mettere bombe, uccidere, seminare morte e paura…”.

Sentenza G.I. Vella 1.8.1980

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