“Quel treno in fiamme nel tunnel della morte”

Trent’anni fa la strage dell’«Italicus»: dodici morti ma nessun colpevole

«Improvvisamente il tunnel da cui doveva sbucare il treno si è illuminato a giorno, la montagna ha tremato, poi è arrivato un boato assordante. Il convoglio, per forza di inerzia, è arrivato fin davanti a noi. Le fiamme erano altissime e abbaglianti». Così i due agenti di polizia di servizio a San Benedetto Val di Sambro raccontarono ciò che avevano visto quella notte di trent’anni fa. È l’1.23 del 4 agosto 1974: un ordigno collocato sulla vettura numero 5 dell’espresso Roma-Brennero, l’Italicus, esplode. I morti sono 12 e i feriti 48, ma la strage poteva avere proporzioni ancor più spaventose: quando la bomba è esplosa il treno stava uscendo dalla galleria che porta a San Benedetto Val di Sambro. Se all’ora fissata il treno si fosse trovato al centro del tunnel «grande» dell’Appennino, i morti sarebbero stati molte centinaia. Raccontano ancora i due agenti: «Nella vettura incendiata c’era gente che si muoveva.

Vedevamo le loro sagome e le loro espressioni terrorizzate, ma non potevamo fare niente poiché le lamiere esterne erano incandescenti. Dentro doveva già esserci una temperatura da forno crematorio. «Mettetevi in salvo», abbiamo gridato, senza renderci conto che si trattava di un suggerimento ridicolo data la situazione. Qualcuno si è buttato dal finestrino con gli abiti in fiamme. Sembravano torce. Ritto al centro della vettura un ferroviere, la pelle nera cosparsa di orribili macchie rosse, cercava di spostare qualcosa. Sotto doveva esserci una persona impigliata. “Vieni via da lì”, gli abbiamo gridato, ma proprio in quel momento una vampata lo ha investito facendolo cadere accartocciato al suolo». La destra neofascista firma subito la strage. Recita un volantino di Ordine nero: «Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l’autunno, seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti». Dapprima si ipotizza che la bomba sia stata collocata alla stazione Tiburtina di Roma. A luglio si era verificato un fatto inquietante: il segretario del Msi Giorgio Almirante si era recato da Emilio Santillo, direttore dell’Ispettorato generale antiterrorismo, per comunicargli di temere un attentato a un treno da parte di ambienti universitari romani di sinistra. Almirante parla di un treno che deve partire dalla stazione Tiburtina alle 5,30. L’Italicus parte invece da Termini. Però l’ora è la stessa, o meglio: le 17,30, cioè le 5,30 pomeridiane. La fonte di Almirante è Francesco Sgrò: confesserà più tardi di aver tentato con le sue affermazioni di ottenere denaro dal Msi. Sgrò, nel processo per l’Italicus, sarà considerato un semplice bugiardo e sarà condannato per calunnia, ma la coincidenza dell’orario non sembra puramente casuale. Le indagini segnano il passo. Ma alla fine dell’anno l’extraparlamentare di sinistra Aurelio Fianchini evade dal carcere di Arezzo e fa arrivare alla stampa una rivelazione fattagli dall’ex compagno di detenzione Luciano Franci, secondo cui a organizzare la strage è stato il gruppo eversivo di Mario Tuti su ordine del Fronte nazionale rivoluzionario e di Ordine nero. Fianchini riferisce che a detta dello stesso Franci è stato Tuti a consegnare l’esplosivo che Piero Malentacchi ha piazzato sul treno durante la fermata alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze, mentre lo stesso Franci lo copriva insieme alla sua compagna Margherita Luddi. A sostegno di questa tesi c’è la comune militanza dei personaggi indicati nel Fronte nazionale rivoluzionario e il fatto che Franci, carrellista presso la stazione di Santa Maria Novella di Firenze, la notte dell’attentato si trovava in servizio fuori turno e su sua richiesta, mai giustificata, proprio al binario dove aveva sostato l’Italicus. Nel gennaio del 1975 scattano i mandati di cattura. A Lucca, la sera del 24 gennaio, Tuti spara ai tre poliziotti che sono venuti ad arrestarlo: ne uccide due, ferisce il terzo e fugge. Il 16 maggio 1975 Tuti viene condannato all’ergastolo in contumacia per il duplice omicidio. La caccia all’uomo dura mesi: si conclude con l’arresto del «geometra nero» a Saint Raphael, in Costa Azzurra, il 27 luglio 1975, dopo un cruento conflitto a fuoco. La Francia concede l’estradizione e Tuti arriva in Italia il 13 dicembre 1975. L’anno successivo, al termine del processo contro il Fronte nazionale rivoluzionario Tuti è condannato anche a 20 anni per strage (per gli attentati compiuti il 31 dicembre 1974 e nel gennaio 1975 sulla ferrovia Firenze-Roma), detenzione illegale di esplosivi e di armi da guerra, promozione, organizzazione e ricostituzione del disciolto Partito fascista. Il 13 aprile 1981, nel carcere di Novara, Tuti e Pierluigi Concutelli strangolano l’ergastolano Ermanno Buzzi, condannato per la strage di Brescia e in procinto di «pentirsi». Tuti sarà condannato a un altro ergastolo, poi, nel 1987 sarà uno dei capi della lunga rivolta dei detenuti del carcere di Porto Azzurro, all’isola d’Elba: questo gli costerà un’ennesima condanna a 14 anni e due mesi. Per l’Italicus Tuti, Franci e Malentacchi vengono assolti in primo grado dall’accusa di strage per insufficienza di prove perché Fianchini scappa e non testimonia al processo. In appello, nel 1987, le dichiarazioni di Fianchini e alcune conferme oggettive portano alla condanna all’ergastolo di Tuti e Franci, ma nel 1989 la sentenza è annullata dalla prima sezione della Corte di cassazione presieduta da Corrado Carnevale. La Corte di assise di appello di Bologna, in sede di rinvio, assolve Tuti e Franci con formula piena nel 1991 e la Cassazione rende definitiva l’assoluzione il 24 marzo 1992. Dunque la strage dell’Italicus resta senza colpevoli, come quella di piazza della Loggia. Eppure, mentre era in corso il giudizio di primo grado, la procura di Bologna aveva ravvisato la necessità di proseguire le indagini sul duplice presupposto che gli imputati rinviati a giudizio non avevano potuto agire isolatamente e che la prima istruttoria poteva essere stata oggetto di inquinamenti e depistaggi. Questo filone di indagine porta alla sentenza-ordinanza del giudice istruttore Grassi di Bologna del 3 agosto 1994, trasmessa a diverse procure. Al di là degli esiti processuali (prescrizioni e assoluzioni) il provvedimento mette in luce come gli ostacoli e depistaggi ci siano stati, eccome. Basta dire che l’ordinanza-sentenza ha sì dichiarato la prescrizione dell’imputazione di favoreggiamento aggravato nei confronti del colonnello Domenico Tuminello, comandante del gruppo carabinieri di Arezzo, ma ha anche appurato come lo stesso Tuminello avesse ignorato la segnalazione fatta nell’agosto-settembre del 1974 dal generale Bittoni, comandante dell’8 brigata carabinieri di Firenze, relativa ai nomi (Franci e, probabilmente, Malentacchi e Batani) di tre soggetti che secondo informazioni provenienti dalla federazione Msi di Arezzo sarebbero stati implicati nella strage. Altri risvolti hanno evidenziato il ruolo di membri dei servizi deviati, come Federigo Mannucci Benincasa, direttore del centro Sid e poi Sismi di Firenze. Soprattutto è appurato che dietro a depistaggi e inquinamenti sul caso Italicus si allunga l’ombra della P2. La Commissione di indagine sulla loggia di Licio Gelli ha confermato che «la loggia P2 (…) svolse opera di istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti dei gruppi della destra extraparlamentare toscana» e che la P2 appare «gravemente coinvolta nella strage dell’Italicus e può considerarsene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale». L’ultimo capitolo sulla oscura vicenda dell’Italicus è di quest’anno. Nell’aprile Maria Fida Moro ha rivelato che suo padre Aldo Moro aveva detto ai familiari, già partiti per le vacanze in Trentino, che li avrebbe raggiunti il giorno dopo in treno. Quel treno era l’Italicus. Moro, ha raccontato Maria Fida Moro, salì in carrozza ma all’ultimo momento fu costretto a scendere per firmare importanti carte di Stato. Un episodio che Moro rivelò solo ai familiari. L’ennesimo tassello di un intrigo che resta irrisolto e lascia impunita la morte di 12 persone.
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Paola Piacenza – L’Unità 30.7.2004