L’ipotesi di correlazione fra il delitto Buzzi e il delitto Mennucci

(…) nell’ottobre del 1989 la Casa Editrice “Arnaud” pubblicava un volumetto intitolato “Ergastolo per la libertà – Verso la verità sulla strategia della tensione “, autore Vincenzo Vinciguerra. Il libro – acquisito agli atti (Fald. “H/l”. doc. nr. 2) – riservava una vera sorpresa: nel raccontare la conoscenza fatta a Porto Azzurro nell’estate del 1980 (dopo la strage del 2 agosto) con Fabrizio Zani (etichettato quale “esemplare della fauna neonazista”) e nel dare conto di conversazioni avute col predetto, l’autore ad un certo punto (pag.57) scrive: “Parla anche di altro, certamente più interessante, molto più interessante. Racconta, ad esempio, che gli autori della strage di Piazza della Loggia, a Brescia, hanno rilasciato una dichiarazione scritta e firmata a Mario Tuti, sulla loro responsabilità nell’episodio …”. Hanno così – finalmente – un nome sia la fonte da cui scaturì l’informazione (e cioè la persona cui il Vinciguerra aveva attribuito il bagaglio di conoscenze in ordine alla strage superiore al suo e che aveva escluso potesse – per scelte politiche e per il proprio “passato” – allinearsi alle sue posizioni: trattandosi di Fabrizio Zani, raggiunto da mandato di cattura e tuttora imputato di concorso nella strage di Piazza della Loggia, le parole messe a verbale dal Vinciguerra nel maggio ‘85 vengono chiaramente a caricarsi di più intensi significati), sia il misterioso personaggio dotato di “autorità morale” tale da consentire non solo di chiedere, ma anche di ottenere il rilascio di quel tipo di dichiarazione scritta e sottoscritta. La duplice rivelazione contenuta nel libro è stata poi confermata in sede di interrogatorio dal Vinciguerra (Fald. “D/3”, Vol. VII, f. 969 retro), senza aggiungere alcunché, a parte la personale opinione che quella dichiarazione sia stata “rilasciata al Tuti nel periodo che precedette l’inizio della sua carcerazione” e che il tutto possa essere avvenuto nella forma di do ut des, e cioè con un rilascio – anche da parte del Tuti di qualcosa di suo”. A fronte di tutto ciò, ovviamente, si imponeva di interpellare al riguardo la “fonte” (nonché imputato) Zani e l’autorevole “detentore” del documento, Tuti. Entrambi (come era loro diritto) si sono però avvalsi della facoltà di non rispondere (così restando all’oscuro della ragione che aveva indotto questo giudice a tornare da loro dopo tanto tempo).

Nasceva, a quel punto, l’idea di fare almeno un tentativo per rintracciare e acquisire il singolare documento, nella ragionevole ipotesi di una sua effettiva esistenza (e pur nella consapevolezza di andare alla ricerca del classico ago nascosto nel pagliaio). Ragionevole ipotesi – si è detto – perché vari sono gli elementi che concorrono (e concorrevano) a renderla tale. Già vi ha fatto cenno il P.M. nella requisitoria: 1) la difficoltà di credere che un personaggio come Vincenzo Vinciguerra – per il fatto stesso d’essere, sino ad ora e chissà ancora per quanto tempo, l’unico autore confesso di un fatto di strage, per il tipo di battaglia che sta combattendo in assoluta solitudine, per il livello di autorevolezza cui il suo complessivo percorso politico ha finito per consegnarlo e per la conseguente necessità di evitare accuratamente cadute di stile che facciano scendere di molto quel livello e compromettano una battaglia che solo nella verità (quando egli – finalmente – si deciderà a dirla tutta) può avere la sua carta vincente – si sia lasciato andare ad un estro della fantasia e si sia inventato una cosa del genere, riguardante – per di più – soggetti pronti a smentirlo velenosamente (Come è certo che sarebbe accaduto ove i due interessati si fossero resi disponibili ad un minimo di dialettica); 2) la difficoltà altresì di credere – per le medesime ragioni – che il Vinciguerra si sarebbe azzardato a fare un qualunque cenno alla confidenza ricevuta da parte dello Zani se, personalmente, non vi avesse attribuito il benché minimo credito e – come scrive il P.M. – “dentro di sé non avesse sottoposto a positivo vaglio critico la cosa”; 3) gli indizi di reità raccolti – come meglio si vedrà in seguito – a carico dello Zani e la veste di “fonte” bene informata e estremamente qualificata che, in tale ottica, il predetto verrebbe conseguentemente ad assumere (in perfetta sintonia con l’attribuzione – operata dal Vinciguerra – di un bagaglio di conoscenze superiore al suo); 4) l’intreccio che, storicamente e processualmente, è più volte venuto a crearsi fra i destini dello Zani e del Tuti, i quali, ad es., come giustamente ricorda il P.M., si sono trovati accomunati nella vicenda “Quex” (il foglio della destra carceraria che, sul numero diffuso nel marzo del 1981, pubblicò una sorta di condanna a morte di Ermanno Buzzi, entro la apposita rubrica “Ecrasez l’infame”; condanna eseguita un mese dopo, il 13 aprile, nel carcere di Novara – alla prima occasione utile – dal comandante militare del MPON, Pierluigi Concutelli, e dal capo del gruppo ordinovista toscano FNR, Mario Tuti), e in quella dell’omicidio del “traditore” Mauro Mennucci (luglio 1982), delitto che è costato allo Zani l’ergastolo che attualmente sta scontando (e non sarà, magari, che anche a quel meccanismo di do ut des ipotizzato dal Vinciguerra sono da ricondurre, da un lato, l’uccisione del Mennucci, “reo” di aver favorito la cattura del Tuti in Francia, e, dall’altro, quella del Buzzi, reo d’essersi preso una condanna all’ergastolo – in primo grado – per la strage di Brescia e di avere dato qualche segno di preoccupante “irrequietezza” nell’attesa del giudizio d’appello?); 5) il singolare ed anzi straordinario parallelismo, fattuale e probatorio, che viene a stabilirsi tra la vicenda della confessione scritta riferita dal Vinciguerra ed un’altra vicenda – avente anch’essa ad oggetto una confessione scritta – verificatasi nella primavera del ‘74, in Toscana, all’interno del medesimo ambiente (questa vicenda merita un suo spazio e impone quindi di uscire dalla “gabbia” della presente elencazione numerica).

In fatto si tratta di ciò (v. sent. Corte d’Assise di Firenze in data 15.12.1987, riguardante la mancata strage di Vaiano del 21.4.74, la vicenda “Fonti del Clitumno” e altri fatti: in Fald. “N/1”, Vol. IV, doc. nr. 6): dopo l’attentato (facente parte di una delle cosiddette “triplette” di Ordine Nero”) alla Casa del Popolo di Moiano del 23.4.74, si era sparsa la voce nell’entourage che Andrea Brogi (uno dei membri del gruppo, condannato con la citata sentenza proprio per la mancata strage di Vaiano) fosse divenuto un confidente della polizia. La conseguenza fu l’immediata cacciata del Brogi e della sua fidanzata dell’epoca, Daniela Sanna (che alcuni anni dopo diventerà la moglie di Gianfranco Ferro, complice del Concutelli nell’omicidio del giudice Vittorio Occorsio), dalla casa di Angusto Cauchi (uno dei capi di Ordine Nero: v. sent. 14.2.1984 della Corte d’Assise d’Appello di Bologna, in Fald. “N/1”. Vol. IV, doc. nr. 2; è notizia recente quella dell’avvenuto arresto del predetto in Argentina, dopo 18 anni di latitanza) a Verniana di Monte San Savino, prov. di Arezzo (ove la sera del 22 aprile ‘74 si svolse in riunione di cui – guarda caso – ebbe a parlare Ermanno Buzzi nell’interrogatorio reso il 28.7.1975: Fald. “U”, fase nr. 3, f. 94 retro); casa nella quale erano ospitati da qualche tempo. I due reietti trovarono in seguito alloggio presso tale famiglia Pecci o Pocci abitante in località Pietriccio di Siena. Lì, una sera, successe che tre individui sbucarono fuori da una siepe e bloccarono il Brogi e la Sanna. I tre erano: Augusto Cauchi, Luca Donati e Luciano Franci (coimputato del Tuti nel processo “Italicus”; condannato assieme al Tuti per una serie di attentati ferroviari verificatisi in Toscana tra la fine del 1974 e gli inizi del 1975; presente anch’egli nel “cortile della morte” del carcere di Novara al momento dello strangolamento del Buzzi). I predetti fecero salire la coppia Brogi-Sanna su una vettura e si allontanarono di alcuni chilometri nella campagna circostante. Lungo il tragitto la macchina fu fermata dalla polizia che fece una contravvenzione. Ripresa la marcia, fu percorso qualche altro chilometro.

A quel punto, fermata la vettura, il Brogi con minacce varie fu costretto a scrivere su un pezzo di carta una sorta di confessione della sua responsabilità (peraltro effettiva) in ordine agli attentati messi a segno da Ordine Nero in Toscana e dintorni. La vicenda (significativamente “parallela” a quella svelata dal Vinciguerra) è stata rievocata dallo stesso Brogi e risulta compiutamente provata: ciò in quanto il racconto di costui ha trovato riscontro esterno non solo e non tanto nelle conformi dichiarazioni della Sanna, quanto (come si evince dalla menzionata sentenza dell’Assise di Firenze ed è puntualizzato a f. 1256 retro, Fald. “D/3”, Vol. IX) nelle dichiarazioni di persone che non avevano certo interesse alcuno a confermare l’attendibilità del Brogi, quali Massimo Batani, in una qualche misura lo stesso Luca Donati e, soprattutto, il prof Giovanni Rossi, che addirittura è arrivato ad ammettere di avere appreso in carcere da uno dei protagonisti dell’episodio, Franci, che una certa sera il Cauchi aveva fatto scrivere al Brogi su un foglio di carta che il medesimo era colpevole “di tutti gli attentati accaduti in Toscana”. Terminata, dunque, la illustrazione delle ragioni che l’hanno ispirato, va ora dato conto del tentativo – purtroppo fallito, come era prevedibile) – di rintraccio della “confessione scritta”.

Sentenza/Ordinanza Giudice Istruttore Gianpaolo Zorzi 1993

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