Fausto Baldi – avvocato dello Stato requisitoria processo di appello – terza parte

Mi sono sorpreso che di questo episodio la sentenza non ne faccia menzione. Io lo ritengo estremamente importante. E voglio riferirmi a Del Dottore. Di Del Dottore si parla a pagina 19 della sentenza ricordando soltanto che ha fatto prendere, catturare costoro, ma ci si dimentica quella che è stata la progressione di Del Dottore in questa storia. Io ve la do in ordine cronologico, si ricava a posteriori da una deposizione che lui fa: i primi di dicembre, fine di novembre del ’74 costui va alla Questura di Arezzo parla con il Maresciallo Cherubini e dice “Sono preoccupato. Franci – fa il nome – il suo gruppo stanno facendo cose da pazzi. Franci mi professa idee rivoluzionarie. Vuol far la guerra, mettono bombe, hanno esplosivo. Credo che siano responsabili – attenzione – degli attentati ai treni che si sono verificati”. Questo lo dice nei primi di dicembre del 1974. Unici due attentati ai treni verificatisi prima, perché parla al plurale, sono Vaiano e Italicus. Il maresciallo Cherubini lo licenzia, non lo vuole neanche stare a sentire, lo manda via. Dopo pochi giorni il padre di Del Dottore torna in Questura, porta il figliolo e parla col Maresciallo: “Ma è vero quello che dice mio figlio, che è un tuo confidente, che vi viene a fare delle rivelazioni?”. Cherubini di fronte al padre taglia corto: “Guarda tuo figlio è un pazzo, portalo via e buonanotte”. Del Dottore non ci rimane molto bene di tutto questo, anche perché, lo dirà dopo, all’indomani dell’attentato di Moiano era già stato contattato dal Franci che gli aveva proposto un battesimo del fuoco. C’entra fa parte della guerra nostra rivoluzionaria è un ex ordinovista anche Del Dottore, non è che sia fuori da quest’ambiente. Darsi disponibile a un qualche attentato lui non se l’era sentita, era la colomba secondo la terminologia del Brogi, in quella situazione si era tirato fuori. Dopo 15 giorni da questo primo episodio, questa prima confidenza fatta al maresciallo Cherubini, viene fermato dalla polizia stradale e lì al maresciallo Proietti si lascia andare in maniera di consolazione, di sconforto “Pensa cosa mi è successo, sono andato in Questura, ho parlato di queste cose, mi hanno preso per pazzo e m’hanno mandato via”. Il maresciallo Proietti si mostra abbastanza interessato e gli dice “Beh, ma adesso, non ti preoccupare, se qualcosa c’è da fare, lo faccio io e vedrai”. Dopo 10 giorni avviene Terontola, 6 gennaio 1975. Ripeto queste date le sappiamo, perché deponendo per Terontola fa questo riferimento temporale a ritroso. Effettivamente anche il Proietti aveva in un certo senso dato fede a quello che aveva detto il ragazzo e aveva fatto il rapporto a qualcuno. L’aveva fatto a chi di dovere, cioè alla squadra politica di Arezzo. La squadra politica di Arezzo appena vede che succede Terontola chiama immediatamente Del Dottore: “Ma che cosa è successo? Tu sai niente?” Questo spiega tutto. Questi maneggiano esplosivi, si professano rivoluzionari, ritengo che abbiamo gli attentati ai treni precedenti”. E al che gli dice il maresciallo Baldini, il maresciallo Baldini della squadra politica di Arezzo: “Adesso se dovessero farti altre proposte tu sai di avere le spalle coperte da noi, non ti tirare indietro, vediamo di coinvolgere”. Scatta la trappola, che poi si perfezionerà addirittura. Io credo che abbia ragione il Franci quando dice che è stata una provocazione del Del Dottore, quando sappiamo tutto questo è assai verosimile che aveva detto no sono una colomba, non voglio far parte degli attentati non sia stato più contattato, si sia offerto lui al Franci “Guarda ci ho ripensato, adesso sono disponibile”. Una parte di verità la può aver detta Franci. E’ stata una provocazione, certamente, tanto ormai era stata orchestrata la provocazione. E quindi scatta e vengono presi. Quest’episodio è molto importante, non tanto perché ci dice Franci e il suo gruppo fa gli attentati, vivaiddio è una sensazione di un personaggio, non è certamente una prova a carico. Una sensazione qualificata se vogliamo, sotto forma del reato associativo importantissimo, ma per la strage ce n’è un passo prima di arrivarci. E’ per me rilevante perché ci fa fare alcune amare riflessioni: ma la questura di Arezzo, la squadra politica, se non altro dopo il 6 gennaio, sapeva che quei nomi erano stati fatti con riferimento agli attentati ai treni. Scatta la trappola per  prenderli sulle mani nel sacco e infatti si indagherà poi per l’attentato alla camera di Commercio, che poi è quello per cui li prendono. E gli attentati ai treni per cui sono stati fatti per la prima volta questi nomi, ve li siete dimenticati? No certamente, quindi non c’è dubbio che nel momento in cui l’hanno presi, li hanno presi sapendo che l’oggetto specifico dell’indagine era quello che veniva a loro riferito da Del Dottore per gli attentati ai treni precedenti. Senonché dalle pagine di questo processo, da quello che abbiamo visto io non ho trovato nessun atto che si riferisse a indagini compiute in quel periodo e in quel frangente per gli attentati ai treni. Questo mi desta un po’ di sorpresa, ve lo lascio così per il momento, dopo vedremo che in realtà qualcosa è stato fatto, ma lo vedremo da altre fonti, non in questo procedimento non nella sua sede. E sempre continuando in ordine logico e per avvicinarci sempre di più agli imputati ritengo opportuno parlare brevissimamente dei diari del D’Alessandro. Perché in ordine storico costoro entrano in carcere il 23 di gennaio, fanno un po’ di isolamento (…), il D’Alessandro era già in carcere. Nei diari di D’Alessandro, ve lo dico come esperienza personale, in carte così allucinanti e così infami, che danno momenti di depressione totale, sono un momento distensivo, perché è l’unico personaggio umano che io ho trovato con tutte le sue contraddizioni e con tutti i suoi sentimenti, da uomo però, in questo processo.

Io credo che soltanto il relatore abbia avuto la pazienza di potersi leggere tutti quei diari perché sono una valanga di parole. Sono una valanga di annotazioni, spaziano dappertutto, è uno spirito latatamente poetico, è volto al misticismo, ha un’idea del comunista di colui che deve porre all’attenzione del mondo gli altri, se stesso non deve esserci mai, l’egoismo è la fonte di tutti i mali, propenso verso gli altri, si slancia verso Dio, entra in crisi perché il sistema carcerario lo sta alienando, perché sta facendo porre al centro del suo universo la sua persona con i suoi problemi di libertà e non più in rapporto con gli altri. E’ un personaggio di questo livello. Ecco non voglio parlare del reato che gli è stato addebitato, io non ritengo neanche che ci fossero delle prove, comunque non mi interessa, vediamo quello parla il suo diario. Perché questo lo dico, perché dal Malentacchi, che ha detto delle cose importantissime, vedremo dopo cosa ha detto, ha anche accennato che le annotazioni del D’Alessandro lasciano il tempo che trovano, perché in definitiva se lo voleva incastrare nelle annotazioni lo metteva una traccia per farlo incastrare e così via. La risposta, la smentita, se poi ve ne fosse bisogno a questa boutade di Malentacchi la da la lettura diretta dei diari. Le annotazioni partono dall’ingresso in carcere dei fascisti, nel momento in cui li vede. Non mi sembra ci fosse la data, ma facendo riferimento a quella successiva e a quella prima, la identifico per il 2 febbraio 1975 ed è quella più corposa ed importante delle annotazioni, quello che è il primo momento, il primo contatto con costoro:
“Sono arrivati i fascisti – questo è il quaderno 13 del D’Alessandro – Quattro. Due hanno fatto tre giorni di isolamento, poi sono stati messi in compagnia. Nota bene: le indagini sono ancora in alto mare. Il PM durante gli interrogatori promette di aiutarli. I capoccia della cricca non vengono rastrellati in tempo, vedi Cauchi. Eppure sia i carabinieri che Questura erano bene al corrente dei legami che tenevano uniti tutti i componenti della banda. Italicus: lavoravo a Firenze: vidi uno della questura (?) entrare nel vagone che poi esplose, affacciarsi al finestrino e fare un cenno col capo”. Altre due annotazioni “L’esplosivo dell’Italicus non era quello che avevo a casa io (!)”. Questa è la prima annotazione che riguarda gli imputati che troviamo nei diari del D’Alessandro. 2 febbraio 1975, sono appena stati dimessi dall’isolamento, parlano liberamente, il D’Alessandro coglie tutti questi fatti, che in parte non comprende, lo vediamo con quel punto esclamativo e quel punto interrogativo che sono le sue uniche annotazioni che aggiunge a un discorso che riporta così come gli è stato fatto: uno della questura entra nel vagone? Non lo capisce, ci mette un punto interrogativo. Però capisce l’importanza di dire “l’esplosivo dell’Italicus era diverso da quello che avevo a casa io”. Attenzione su questo punto, la sentenza equivocherà, parlando del Fianchini. Il Fianchini dice cose un pochettino diverse. In periodo assolutamente non sospetto costoro nel carcere si sentono così tranquilli di parlare liberamente di alcuni fatti importanti, tipo i capoccia che riescono a scappare, “vedi Cauchi”, cioè fanno i nomi fra di loro, e il D’Alessandro li riporta. Poi vi seguono una successiva serie di quelle poesie, annotazioni e così via e io vi faccio grazia di tutto questo (…) “I fascisti si lamentano che sono stati presi per colpa di un ex ordinovista che non è mai stato fatto venire alla luce, anzi credo si siano dati da fare per metterlo a tacere. Tra l’altro so che gli è stato concesso il porto d’armi”. Abbiamo parlato del Del Dottore, questo si riferisce chiaramente a Del Dottore, io non sapevo del porto d’armi, sapevo che gli avevano dato poi un impiego alla Lebole. Altra annotazione su un’altra fonte: “E’ stata messa a tacere anche la storia del sequestro dell’altra fonte – qui c’è una sigla strana BG vediamo dopo è Brogi – che, con la moglie – non è vero era l’amica, il D’Alessandro adopera delle stranissime sigle di derivazioni, Fi per il Fianchini, a volte parla di Aurelio, F è quasi sempre Franci, lo chiama come F. (…) BG qui con chiarezza è Brogi – che, con la moglie incinta deve la vita ad una pattuglia della stradale. Venne sequestrato sotto casa e lì dai nostri che volevano fargli pagare il bidone di un falso acquisto di mitra”. (…) “Marsili disse prima della venuta di Santillo alla Luddi di non dire al capo dell’antiterrorismo niente di quanto gli aveva confidato”. E fra annotazioni tutt’altro che generiche c’è anche questa: “Dopo l’arresto della ragazza Marsili chiamò Franci e gli disse di ritrattare. Lui ritrattò e la Luddi se ne andò”. 27 luglio ’75, qui la data è chiarissima: “Hanno arrestato Tuti in Francia – questo è il quaderno 11 (…) – grande disappunto del Franci che proprio ieri mi confidava la sua paura di – e questa parola che non riesco a decifrarla, comunque va avanti –. Comunque vedremo che cosa è capace di fare la giustizia borghese, avendo finalmente in mano il bandolo della matassa dei neofascisti toscani”. Annotazione del 28.7.75, siamo sempre prima dell’arrivo in carcere del Fianchini, vorrei farlo notare ha scritto montagne di pagine nel frattempo. “Il Franci e il Malentacchi seguono con apprensione gli sviluppi dell’indagine sul Tuti. Dentro sono rimasti i più coglioni e pagheranno, anche se poco, per tutti. Il Marsili vuole avocare a se le indagini e gli interrogatori del Tuti per insabbiarli un’altra volta, come ha fatto con il famoso Fronte Nazionale Rivoluzionario”.
8.8, questa la cita perché segna l’ingresso in carcere di Fianchini e D’Alessandro lo annota nei suoi diari. “E’ arrivato oggi un presunto ladro sacrilego all’isolamento. Sono andato a salutarlo – notevole quest’isolamento – per scambiare due parole. Barba, 37 anni, ha fatto salti di gioia quando a suo domando ho risposto essere un compagno”. 21.9.75, questo è per l’ambiente, la descrizione dell’ambiente: “Il Brig. F. parlando con uno dei fascisti, gli ha domandato perché non picchiassero il Fianchini, elemento di estrema sinistra, meravigliandosi del fatto che stessero in loro compagnia, che spesso passeggiassero insieme. Ha anche suggerito di compiere lui il lavoretto durante il suo turno. Avrebbe poi pensato lui a non far trapelare nulla”. Perché quest’ambiente un pochettino violento e la paura di prendere le botte c’è dappertutto in moltissime parti dei diari del D’Alessandro riportano questa paura, questo terrore. (…) Poi c’è quella notissima annotazione sull’esaltazione delle stragi che fa (…) però D’Alessandro non ha odio nei loro confronti, vediamo come li considera e come li tratta (…):

“Malentacchi oggi all’aria mi ha fatto sentir male letteralmente con le cose spaventose che ha detto. Ha parlato per un’ora di stragi, ammazzamenti, sangue, violenza, terrore con serietà ed un impegno da far paura. Era terribile sentirlo pensando che quella stessa esaltazione eccetera, eccetera. Non valgono niente come uomini; sono vigliacchi, poco furbi, in intelligenti, ma hanno l’arma dell’autoesaltazione che gli impedisce di avere scrupoli o rimorsi di alcun genere. Si tratta di personalità frustrate, represse socialmente spesso emarginate, moralmente ed economicamente sbandate. E per vincere i loro complessi d’inferiorità, le loro nevrosi, la loro miseria e meschinità sanno ricorrere solo alla violenza perché questo è per loro l’unico modo di concepire rapporti interindividuali, sociali. Violenza eccetera”… sono propri i figli di questi mondi, qui non riesco a capire, cioè è la società che li ha creati. Li stigmatizza per quello che sono, ma non ha un odio e un rancore particolare. (…) Qui c’è un’annotazione che non è stata credo valorizzata in primo grado e a me sembra molto importante perché il 20 di agosto il D’Alessandro parla in retrospettiva di un tentativo di evasione che si doveva consumare in aprile. E’ molto lunga la citazione ve la riassumo: l’avevano organizzata i fascisti, prevedeva l’introduzione in carcere di pistole, sequestro di un secondino, la possibilità di ricatti violenti e quindi la liberazione, l’uscita. D’Alessandro si tira indietro, non si sente di parteciparvi e dice che al progetto non vuol partecipare. Dopo ci ripensa, e qui dice ma questi stanno mettendo in pericolo la vita di altri, sempre quell’afflato particolare. In più potrei subire delle conseguenze anch’io e allora: non li voglio denunciare agli sbirri perché di questo non se ne parla, non mi conviene accettare il progetto, rendermi disponibile, capire cosa vogliono fare e poi alla fin fine mettergli i bastoni fra le ruote e far naufragare il progetto, eliminare la loro pericolosità? Questo è il modo di lavorare di D’Alessandro, che poi vedremo sarà analogo per la trappola che egli farà scattare al Franci, il barlume di fuggire in Albania. Cioè non denuncia, agisce. Però cosa succede? Succede che a un certo punto arriva in carcere l’ordine di cambiare di sezione a tutti i carcerati. I fascisti mangiano la foglia, qualcuno ha parlato, qualcuno ha detto qualcosa, addirittura il G – che credo sia il Gallastroni – dopo dirà al D’Alessandro te la sei passata brutta perché abbiamo sospettato in quel momento che tu avessi fatto una spiata e abbiamo pensato di ammazzarti, senonché l’avvocato Ghinelli è venuto a sapere in maniera confidenziale che chi aveva fatto la spiata non eri tu e ti sei salvato. Cosa succede nel frattempo però? Che arriva dal Ministero, che il tentativo di sommossa c’era stato da parte dei fascisti, arriva dal Ministero l’ordine di trasferire in altri carceri Franci e compagni, perché questo lo dice D’Alessandro, ma lo sa dopo, erano state trovate fuori dal carcere alcune pistole. Ecco perché, chi aveva parlato aveva fatto trovare le pistole ed era scattato l’allarme. Questa volta non si muove il dottor Marsili, si muove un certo giudice Chimenti. E il giudice Chimenti scrive al Ministero che non può acconsentire al trasferimento di questi imputati perché li deve ancora interrogare e quindi non permette che si allontanino da Arezzo. Commenta D’Alessandro: “cosa non vera e tirata fuori solo per favorire il Franci con l’avallo dell’autorità carceraria”. Qualche tempo dopo venne chiamato dal dottor Marsili il Franci e il Marsili gli dice non fare scherzi come fare entrare pistole e roba simile. Questa è un’annotazione che ha un significato al di là di quella che è la nota di colore, perché si parla del dottor Marsili, delle protezioni che avevano in carcere costoro, sul modus operandi del D’Alessandro che fa scattare trappole, ma non fa denunce, non fa la spia, non fa il delatore. Ma ci consente immediatamente di rispondere a uno dei quesiti che si è posta la corte di primo grado laddove non ha ritenuto attendibile il Fianchini. Uno dei tanti momenti dell’inattendibilità del Fianchini è stato costruito sul fatto che nei diari di D’Alessandro, vivaiddio, non c’è perfetta corrispondenza. Soprattutto se Franci avesse fatto una confessione così completa, come dice il Fianchini, a lui e al D’Alessandro, e comunque il D’Alessandro tutto sapeva della confessione del Franci, come mai non c’è un cenno di questa confessione nei diari? Vedete questi diari sono anche importanti perché fanno capire che quello che è venuto meno al D’Alessandro in carcere, soprattutto meno, è la libertà. D’Alessandro, a differenza del Fianchini, vuol scappare per riacquistare la libertà. E’ il momento trainante degli ultimi veli della sua vita carceraria. Ci sono degli accenni al suicidio, piuttosto che continuare a vivere là dentro, al sole che manca, all’aria, a tutte queste belle cose. E l’unico interesse che ha è riacquistare la libertà. Ma del progetto d’evasione non c’è una traccia nei diari di D’Alessandro. E come annota tutto, fanno questo progetto, lo concordano Franci, Fianchini e D’Alessandro e lui non lascia traccia di questo? Io mi meraviglierei se dovessi porre questa domanda più del fatto che non trovo traccia di quegli accordi, dei seghetti che arrivano, dell’archetto che serve per sbarrare. O forse è vero che anche nell’aprile non ha fatto menzione del progetto d’evasione, perché ove lo avessero scoperto prima, sarebbe stato estremamente grave, sarebbe fallito. Lo fa solo in agosto quando ormai tutto è finito. Anche qui non parla della confessione di Franci, evidentemente perché estremamente connessa e collegata con il tentativo di evasione che è il suo unico interesse. D’Alessandro nei suoi scrupoli morali, perché ne ha questo D’Alessandro di scrupoli morali, correrà anche un serio rischio andando a Roma per una giornata e esponendosi alla direzione di Epoca alla possibilità di cattura, visto che lui è scappato esclusivamente per amore di libertà e non per sete di giustizia. E poi ovviamente, visto che il pericolo si faceva maggiore, si defilerà e lascerà soltanto il Fianchini. Questo è un secondo interrogativo che si pone la corte per non valutare l’attendibilità del Fianchini. Ma questi diari sono una miniera per tutto quello che ho detto, ma illustrano chiaramente il comportamento del D’Alessandro. Non vi voglio dire che poi il fatto che non si trovino annotazioni sui diari potrebbe spiegarsi con un qualcosa di estremamente inquietante, che forse non è vero che basta dire soltanto questo per darne una giustificazione logica. Ma guardate com’è composto il quaderno 11 mi sembra, no il quaderno 15 e 13, che sono gli ultimi: hanno una rilegatura estremamente approssimativa. Io so che il relatore li ha letti, ma la parte finale non coincide, si fa una fatica terribile, perché è stata rilegata in parte male, quindi per massima parte si riesce a capire la parola finale con una che è contenuta sette pagine prima e via dicendo. Però non tutte le pagine sicuramente ci sono, mancano delle pagine. Dovrei essere fin troppo cattivo e farei dietrologia a ricordarvi che i diari furono richiesti dal dottor Vella al dottor Marsili in originale. Il dottor Marsili no in originale non li mando, ve li mando in copia. Il dottor Vella insistette e dovette essere il tribunale di Arezzo a inviarli in originale. Però sono arrivati senza nessuna nota di sequestro. Io vi volevo far acquisire l’originale del cosiddetto documento di Nuoro, che si compone di due parti, ma lì è accompagnato da un verbale di sequestro in cui descrive la prima parola inizia con tot, finisce a pagina tot, sono tante pagine eccetera, qui non c’è niente di tutto questo. Neanche dell’integrità, son passate diverse mani prima di arrivare a Bologna in originale. Guardate come sono rilegati con delle cordicine così e soprattutto il quaderno l’ultimo, quello che si riferirebbe al periodo finale, antecedente la fuga, neanche la sicurezza dell’integrità abbiamo. (…) E a questo punto non mi resta altro che parlare del Fianchini, perché al Fianchini vedete ci arriviamo dopo tutta questa serie di circostanze che via via ci stanno delimitando l’ambito dell’indagine. Io farei un piccolo flash, prima di arrivare al Fianchini, su alcune di quelle annotazioni che ho lasciato per aria del D’Alessandro. Una in particolare se la riconduciamo a quello che abbiamo detto prima, il Del Dottore. Il Del Dottore fece questi nomi, del Franci e del suo gruppo con riferimento agli attentati ai treni. Non scopriamo niente come indagini svolte. E per sapere che indagini furono fatte in tal senso dobbiamo andare a vedere i verbali che ci ha mandato la commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, perché lì qualcosa si appurerà. A proposito di quell’annotazione, che è la terza che vi ho letto dai diari di D’Alessandro laddove dice: “Marsili disse prima della venuta di Santillo alla Luddi di non dire al capo dell’Antiterrorismo niente di quanto gli aveva confidato” – allusione strana, perché sembra ci sia stato un colloquio, non sappiamo cosa si siano detti  Marsili e quest’imputato. Marsili dice: guarda verrà ad interrogarti il dottor Santillo, non parlare. Ma lasciamo perdere quello che è e non possiamo sapere, cioè quello che doveva essere l’oggetto, ma il fatto storico che Santillo sia andato in carcere a interrogare la Luddi non lo sapevamo. Non lo sapeva nessuno che fosse avvenuto questo colloquio, al di là di ogni verbalizzazione, perché è stato un colloquio informale quello di Santillo. Questo viene fuori davanti alla Commissione P2. Il dottor Luongo della Questura di Arezzo così dice: “Mi interessai subito, dopo aver scoperto il Fronte Nazionale Rivoluzionario – cioè dopo i fatti del 22 gennaio, cioè la cattura del Franci e del Malentacchi – ed ebbi la sensazione che fossero gli stessi responsabili dell’Italicus – bontà sua aveva avuto la fonte confidenziale che gliel’aveva detto -. Prendemmo la teste Luddi – che sembrava fosse la più debole – feci venire il dottor Santillo, l’andammo a sentire in carcere. Addirittura gli offrimmo a parte la libertà”, affinché parlasse, la Luddi non ha parlato eccetera. Quindi la Luddi poteva parlare, poteva voler dire qualcosa, quindi quest’annotazione di D’Alessandro è importante, Fianchini non c’era in carcere, quindi erano voci, confidenze, spezzoni di colloqui che nella loro tracotanza i fascisti presenti non si vergognavano di tirar fuori. E questo annotava puntualmente D’Alessandro, non è una conferma della genuinità di quelle annotazioni?

santillo

Dovremo aspettare i verbali della commissione P2 per sapere che questo fatto oggettivamente è avvenuto. Poi cosa volesse fare il dottor Marsili non mi interessa, poteva essere una trappola, può essere la figura più limpida il dottor Marsili, a me non pare, ma non mi interessa. Quello che è strano però, che se erano sospettati di quegli attentati, questi di indagini nei loro riguardi non c’è traccia né negli atti della Questura né negli atti della Procura. Questo per me è estremamente grave. Sempre davanti alla commissione P2, sempre per finirla, il Maresciallo Cherubini – a proposito del Del Dottore forse non l’ho ricordato ma forse lo ricorderete chi è il maresciallo Cherubini – è colui che il Brogi ci dice essere il collegamento col Cauchi. Cauchi gli dava notizie sulla sinistra, il maresciallo Cherubini dava protezione al Cauchi: ecco perché al Del Dottore che parla dice: tu sei un pazzo vattene via. Però di fronte alla Commissione P2 disse: eh no, noi avemmo anche noi la sensazione che c’entrassero, che l’ambiente fosse quello dell’Italicus, ma non c’è atto di questo però, c’è questa deposizione a ritroso: si lo facemmo “e addirittura andammo dal dottor Marsili e chiedemmo di fare dei provvedimenti restrittivi di particolare efficacia, lui disse bisognava andare cauti in quell’ambiente e che non si sentiva di emetterli”. A questo punto interviene il maresciallo Baldini che stava lui pure lì in commissione P2, è una domanda che aveva fatto il senatore Biondi, e dice “Sì, sì è vero anch’io ho chiesto al dottor Marsili, ma non me la concesse”. Andiamo avanti ancora, il dottor Carlucci riferisce più in concreto quali erano gli interventi che avevano chiesto al dottor Marsili, di uno riferisce con chiarezza: “Avevamo chiesto di poter mettere sotto intercettazione telefonica il telefono dell’avvocato Ghinelli. Il dottor Marsili disse che non era il caso” e finisce là. Allora non parlo di protezioni, non parlo di niente, però mi interessa dire che queste annotazioni dei diari hanno e ritrovano un riscontro oggettivo, quello che dice Del Dottore trova un riscontro oggettivo in tutti questi fatti. Stiamo avvicinandoci a piccoli passi ma sempre di più addentro a questo materiale probatorio che è, ma però la domanda sull’inquinamento ce la dobbiamo porre. Però ma per quello che oggettivamente abbiamo e c’è rimasto comunque dobbiamo valorizzarlo al meglio, perché quello che è sfuggito a loro nei loro incauti discorsi e abbiamo avuto la fortuna di un D’Alessandro che l’annotasse; ma pensate a quella annotazione “Marsili dice a Franci di ritrattare sulla Luddi. Franci ha ritrattato e la Luddi se n’è andata”. Oggettivamente noi abbiamo scoperto, c’è agli atti, una domanda di scarcerazione fatta dalla Luddi, non mi ricordo esattamente il giorno, nello stesso giorno insomma si dà immediatamente parere favorevole. Sono cose oggettive.