“L’ombra di una toga”

C’era un legame fra i neofascisti accusati della strage del treno e un magistrato di Arezzo? Aurelio Fianchini lo aveva già detto al giudice istruttore. Ora lo ripete.

(…) Fianchini è tornato adesso a Tolentino, in libertà vigilata. Nella cittadina dove è nato e dove vive la sua famiglia, il suo ritorno è stato accolto con sospetto e diffidenza. Nella sede di Democrazia proletaria (lui si professa un “comunista, marxista leninista”) non gli è permesso di mettere piede; il Pci non vuole avere a che fare con lui; i socialisti gli permettono solo l’uso del telefono della federazione.
Fianchini ha paura , esce poco di casa, mai solo. In carcere ha ricevuto minacce dai fascisti, giornali disegnati con svastiche e con scritte “morirai qui”. Poco prima di riacquistare la libertà, ai primi di agosto, ha subito un’aggressione a colpi di bottiglia e coltello dei quali porta vistose cicatrici. Quando si farà il processo contro gli esecutori e i mandanti della strage, Fianchini sarà uno dei più importanti testi a carico della cellula di Mario Tuti e dei complici che, come da tempo va denunciando Lotta continua sostenendo una tesi che coincide con le affermazioni di Fianchini in questa intervista, sarebbero da individuare anche all’interno di alcuni fra i più delicati organi dello Stato.

Domanda. Inchiesta sull’Italicus: una vicenda in via di conclusione?
Risposta. Non credo. Penso che ci sia molto altro da chiarire. Circa due giorni prima che Felice D’Alessandro e io fuggissimo dal carcere di Arezzo portando con noi il fascista Luciano Franci avevamo scritto una lettera a un settimanale. Non la spedimmo, ma ce la portammo appresso e, insieme ai quaderni scritti in carcere da D’Alessandro, la perdemmo durante l’evasione, saltando dal muro di cinta. E’ stata ritrovata e, come i quaderni, è agli atti dell’istruttoria della strage. In questa lettera, scritta di pugno da D’Alessandro e da me controfirmata, spiegavamo le ragioni della fuga: portavamo via Franci perché doveva fare delle rivelazioni sui rapporti fra il Fronte nazionale rivoluzionario e acluni settori della polizia, della magistratura e dei servizi segreti.
Domanda. Di questo dunque ha parlato al giudice Vella quando lo ha interrogato?
Risposta. Ho potuto riferire solo su quanto Franci ci aveva detto a proposito dei legami con la magistratura. Sul resto, dal momento che l’evasione non ha funzionato come doveva non abbiamo potuto sapere altro.
Domanda. Quali dunque erano i legami fra Fronte nazionale rivoluzionario e magistratura?
Risposta. Ho detto al giudice Vella, che ha verbalizzato le mie affermazioni, che Franci ci parlò di alcuni episodi che riguardavano un giudice di Arezzo. Sarebbe stato proprio lui ad avvertire Augusto Cauchi che si trovava a Firenze in una pensione, dell’ordine di cattura emesso contro di lui. Franci disse inoltre che quel giudice lo aveva consigliato di tacere su alcune cose precise quando sarebeb stato interrogato alla presenza del capo dell’antiterrorismo  Emilio Santillo, e che aveva garantito lo stralcio della posizione di Tuti al processo per gli attentati di Ordine nero, in particolare per l’attentato di Terontola.
Domanda. Chi erano, secondo Franci, gli altri “protettori” della cellula di Arezzo?
Risposta. Parlava dell’avvocato Oreste Ghinelli. Ghinelli sarebbe stato in rapporti con Clemente Graziani, Elio Massagrande e un certo Birindelli che non so chi fosse.
Domanda. Franci parlò di queste persone liberamente, senza timore?
Risposta. Franci era terrorizzato. Soprattutto quando si facevano i piani di evasione, diceva di temere, più di ogni altra cosa, la reazione di alcuni personaggi, fra cui il giudice, che egli diceva legati a una potente loggia massonica di cui non ricordo il nome. Questo particolare credo di essermi dimenticato di dirlo al dottor Vella. lui insisteva molto su un punto: voleva sapere come avremmo potuto rintracciare Franci, dopo la fuga, se le cose non fossero andate lisce. Gli ho spiegato che il giorno prima dell’evasione, quando prendemmo in considerazione l’ipotesi di doverci dividere per eventuali posti di blocco, Franci ci dette come recapito quello di un ristorante nei pressi della stazione di Santa Maria Novella a Firenze. Lì avremmo dovuto chiedere di una certa Mary, convivente di Pino. Franci stesso, durante un drammatico confronto davanti al giudice Vella, ha finito per ammettere questo fatto. A proposito dell’Italicus, Franci pensava che questa strage doveva portare a un colpo di Stato, come ultimo atto di una lunga serie di reazioni a catena.
Domanda. D’Alessandro è ancora latitante. Perché non viene anche lui a confermare di nuovo queste sue affermazioni?
Risposta. Perché ha una condanna, ingiusta, a 14 anni, per omicidio. Aspetta che la corte d’Appello di firenze riconosca la sua innocenza.

Panorama 14 settembre 1976

 

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