“Il veleno fascista” – Panorama 26.4.1973

La tattica era riuscita altre volte: proprio a Milano, per esempio, nel febbraio del ’71, parecchie migliaia di manifesti tricolori  firmati dalla federazione del MSI che chiedevano condanne esemplari per i colpevoli della serie di attentati dinamitardi firmati Sam, Squadre di azione Mussolini, avevano parato abbastanza efficacemente la prima ondata di sdegno antifascista che aveva travolto con tutta l’estrema destra anche la “destra nazionale”. Così Giorgio Almirante, sorpreso nel tardo pomeriggio di giovedì 12 aprile da una telefonata del direttore del Secolo, Franz Maria D’Asaro, che lo informava preoccupato delle prime notizie su un poliziotto assassinato a colpi di bombe a mano durante i disordini scoppiati in seguito alla decisione di tenere ugualmente il comizio di Ciccio Franco nonostante il divieto della polizia milanese, dettò le consuete istruzioni: “Denunciare con la massima fermezza il delitto; far capire che potrebbe trattarsi di una provocazione”.

murelli
Poi, per quanto i camerati oggi dicano che era sconvolto, andò a presiedere una riunione del settore femminile che stava preparando l’assemblea nazionale delle donne fasciste, stette qualche minuto e infine se ne andò a casa. Fu solo in serata, dopo avere assistito a un telegiornale che coinvolgeva senza mezzi termini il MSI nell’omicidio, e dopo una lunga conversazione col federale di Milano, Franco Servello, che il segretario del MSI si rese conto della gravità della situazione: la morte di Antonio Marino, agente di polizia come quell’Antonio Annarumma che era servito alla destra per orchestrare una gigantesca campagna anticomunista, rischiava di spazzare via di colpo anni di tentativi di accreditare l’immagine di un MSI difensore dell’ordine e della legge, e di provocare pericolosi contraccolpi sull’unità di un partito tutt’altro che unito ideologicamente.
Cominciavano per Almirante le 72 ore più lunghe della sua segreteria, tre giorni di imbarazzate prese di posizione e di tensioni che dovevano allentarsi solo nella primissima mattina di lunedì, quando una telefonata lo informò che un’altra grave notizia era arrivata a distrarre l’attenzione dai fatti di Milano: l’orribile rogo nel quale avevano trovato la morte, a Primavalle, due figli del segretario della locale sezione del MSI.
I primi contraccolpi della bomba di Milano arrivarono a Palazzo drago, sede del MSI, fin dalla mattina di venerdì: mentre perfino giornali solitamente indulgenti con l’attività del partito di Almirante, il Resto del Carlino di Bologna, La Nazione di Firenze e Il Tempo di Roma, attaccavano abbastanza esplicitamente il MSI, corse voce (poi ufficialmente smentita all’esterno) di aspri commenti  pronunciati da alcuni deputati di recente immissione nella destra nazionale. In particolare ex-monarchici e un ex-questore di pubblica sicurezza entrato nel MSI “soprattutto per difendere la polizia vilipesa dall’estremismo rosso”. Per tutti, Almirante cercò di tranquillizzare l’ammiraglio Gino Birindelli, l’inquieto presidente del partito che già in un’altra occasione aveva minacciato clamorosi gesti di protesta.
“L’omicida non è iscritto al MSI”, lo rassicurò Almirante, senza tuttavia riuscire a impedire che l’ammiraglio dettasse alle agenzie un esplicito comunicato in cui prometteva dimissioni immediate “se le responsabilità del MSI-destra nazionale verranno provate”.
Poi Almirante autorizzò Franco Servello e l’altro dirigente locale del MSI, il senatore Gastone Nencioni, precipitatosi da Roma a Milano nel corso della notte, a prendere due importanti misure: denunciare alla polizia quelli che nel frattempo erano stati individuati come gli autori materiali del lancio delle bombe e reclamizzare una taglia di 5 milioni “a chiunque fornirà indicazioni decisive per l’identificazione dei colpevoli”.
Poche ore dopo Vittorio Loi, 21 anni, figlio dell’ex-pugile Duilio, estremista noto in questura per imprese teppistiche di piccola portata, veniva arrestato. Come Maurizio Murelli, 19 anni, pure indicato dal MSI come possibile omicida, Loi non era più iscritto al MSI da alcuni anni.
E l’operazione di sganciamento di responsabilità del partito sarebbe probabilmente andata in porto se prima Loi, e poi Murelli, non avessero saputo chi li aveva denunciati. “Come, prima ci utilizzano per creare disordini e poi ci mollano?”, fu l’esplicito, amaro commento di Loi, che decise allora di dire tutto al giudice. Dalla lunga confessione, confermata ampliamente da Murelli, venne il colpo decisivo alla macchinosa costruzione difensiva del MSI: la manifestazione non autorizzata dalla questura milanese era stata voluta dal MSI, che sapeva che ci sarebbero stati disordini; Loi e Murelli erano stati reclutati col preciso scopo di arrivare a uno scontro con la polizia da MArio De Andreis, fidatissimo di Servello, iscritto e, perfino, ufficialmente residente nella sede del MSI milanese, le bombe era state probabilmente fornite da un altro fascista notoriamente legato al MSI.

cicciofranco

Il comizio di Ciccio Franco, leader delle rivolte di Reggio Calabria, che cita come medaglie le molte denunce accumulate per istigazione a delinquere e a sovvertire l’ordine dello Stato, era stato meticolosamente preparato da un “Comitato milanese d’azione pro Reggio e Meridione d’Italia” frequentato, oltre che da squadristi milanesi, anche da immigrati sottoproletari trasferiti da qualche tempo a Milano. Lo slogan del comitato era esplicito: importare a Milano la guerriglia anarcoide che aveva incendiato tante volte la città calabra. E nelle ultime settimane, mentre anonimi comunicati stampa ai giornali avvertivano, riferendosi ai disordini più recenti in Calabria, “a presto risentirci a Milano”, i muri della città si riempivano di slogan verniciati in nero. Il più ripetuto “L’Aquila, Reggio, a Milano sarà peggio”. I dirigenti più moderati del MSI non hanno mai nascosto la loro preoccupazione per la presenza del leader reggino nel partito:
“Una vera e propria carica di tritolo innescata sotto la linea del doppiopetto inaugurata da Almirante”, dice un notabile missino padovano assicurando che parecchi dirigenti e parlamentari della destra nazionale pensano, come lui, che “dobbiamo assolutamente liberarci di un personaggio tanto pericoloso, se vogliamo accreditare onestamente l’immagine di un partito che ha accettato le regole della democrazia”. (…)

Gianni Farneti – Panorama 26.4.1973

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