Il ruolo della mafia e della massoneria deviata – commissione stragi

Uccidere persone a caso, vecchi e bambini, clienti di una banca o passeggeri di un treno, in una parola «la strage», è stato un atto politico: un modo violento, barbaro, inaudito, per incidere sugli equilibri del paese e sulle sue istituzioni nell’ambito di strategie talvolta precise (ostacolare l’alternanza delle forze al governo) e in altri casi più confuse (indebolire lo Stato e ridurne la capacità di contrasto nella lotta alla criminalità organizzata). La cosiddetta strategia della tensione è stata quindi la «parte armata» di un progetto politico, o di più progetti politici, messi in atto da soggetti diversi via via spinti a collaborare e ad integrarsi tra loro per colpire lo Stato democratico. Così` l’eversione di destra si è saldata con parti importanti della mafia, di Cosa Nostra e della ’Ndrangheta, spesso attraverso la mediazione attiva di logge massoniche deviate divenute il punto di incontro di capi dell’eversione e di boss mafiosi.

E’ oggi possibile affermare che la mafia (Cosa Nostra e la ’Ndrangheta) e la cosiddetta «massoneria deviata» sono state coinvolte a vario titolo nella stagione eversiva 1969-1974. Il loro coinvolgimento, già emerso in inchieste giudiziarie e parlamentari del passato, è stato confermato negli anni ’90 da nuove importanti rivelazioni, raccolte sia in sede parlamentare che giudiziaria. Tommaso Buscetta e Luciano Liggio, pur motivati da intenti diversi (Buscetta dall’intento di collaborare con la giustizia, Liggio forse per lanciare oscuri messaggi) sono stati i primi a parlare di un coinvolgimento di Cosa Nostra nella fase preparatoria del tentativo golpistico di Junio Valerio Borghese. Il contatto tra gli uomini d’onore e Borghese sarebbe avvenuto attraverso esponenti di alcune logge massoniche.

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In anni più recenti, e precisamente nel corso dell’audizione alla Commissione antimafia della XI legislatura, svoltasi il 16 novembre 1992, Buscetta ha fornito particolari inediti sulla vicenda. Egli ha dichiarato infatti che nel 1970 Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti e Stefano Bontate erano interessati a creare in Sicilia un «clima di tensione» che avrebbe dovuto favorire un colpo di Stato. Gli omicidi del giornalista Mauro De Mauro (16 settembre ’70) e del magistrato Pietro Scaglione (ucciso, si badi bene, il 5 maggio del ’71), così come le bombe fatte esplodere a Palermo da Francesco Madonia, sarebbero stati finalizzati a questo obiettivo.  Buscetta e Salvatore Greco (peraltro risultato affiliato ad una delle logge palermitane ubicate in via Roma 391), che all’epoca si trovavano in America, furono informati del progetto di Borghese dai boss Giuseppe Calderone e Giuseppe Di Cristina, ed invitati a tornare rapidamente in Italia per discuterne insieme. Passando attraverso la Svizzera i due raggiunsero Catania, dove si svolsero riunioni preliminari alla presenza di Luciano Liggio (all’epoca ivi latitante), Calderone e Di Cristina. Successivamente questi ultimi due si incontrarono a Roma con Junio Valerio Borghese, al fine di stabilire quella che sarebbe stata la contropartita di Cosa Nostra in cambio del suo intervento in Sicilia a fianco dei golpisti. Borghese promise l’aggiustamento di alcuni processi, in particolare quelli di Liggio, Riina e Natale Rimi.

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Altra importante riunione si svolse a Milano, con la partecipazione di esponenti di Cosa Nostra del livello di Stefano Bontate, Badalamenti, Calderone, Di Cristina, Buscetta, Caruso. Avendo Borghese revocato la sua richiesta di avere un elenco nominativo dei soggetti mafiosi pronti a scendere in piazza con una fascia di riconoscimento al braccio, nel corso della riunione – prosegue nel suo racconto Buscetta – Cosa Nostra decise l’adesione al progettato colpo di Stato. Buscetta riprese quindi il volo per l’America, dove, appena giunto, fu arrestato. Racconta alla Commissione che, con sua grande sorpresa, la prima cosa che si sentì chiedere dalla polizia americana fu la seguente: «Lo fate o no questo golpe?» Egli fece finta di non capire e allora gli fu precisato che stavano parlando del golpe progettato da Borghese.

A Buscetta fu spiegato, in epoca successiva, (egli non indica da chi) che gli USA sostenevano il golpe. Nel corso della medesima audizione, Buscetta ha indicato nel colonnello Russo dei carabinieri il nominativo della persona incaricata di trarre in arresto il prefetto di Palermo. Ha inoltre specificato che i boss mafiosi non conoscevano Borghese; Di Cristina e Calderone furono infatti contattati da alcuni massoni che spiegarono loro cosa Borghese avesse in animo di fare e chiesero l’adesione preliminare di Cosa Nostra. Il massone che per primo stabilı ` con i due il contatto fu il fratello di Carlo Morana; ci fu poi un incontro, in un posto «dei massoni» (forse presso la sede di una loggia) e si pervenne ad una prima intesa di massima.

Sempre Buscetta, di fronte alla Commissione antimafia, ha poi parlato di un altro coinvolgimento di Cosa Nostra, anche questo mediato dalla massoneria deviata, in un tentativo golpistico. Lo ha definito «quello di mezzo» (chiaramente tra quello del ’70 e quello di Sindona del ’79), cioe` quello del 1974. Di questo progetto, dichiara Buscetta, aveva parlato Sindona a Stefano Bontate ed a Salvatore Inzerillo, appositamente incontrati in Sicilia attraverso Giacomo Vitale, il cognato di Bontate, massone.

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Giacomo Vitale, lo ricordiamo, era affiliato ad una delle logge siciliane del «C.A.M.E.A.» – Centro Attivita` Massoniche Esoteriche Accettate, l’organizzazione massonica fondata a Rapallo nel 1958 dal medico Aldo Vitale insieme a Giovanni Allavena (alla guida del SIFAR nel 1966, legato a Licio Gelli e risultato iscritto alla loggia P2), Jordan Vesselinoff (finanziatore di Carlo Fumagalli) ed altri di cui non si conoscono ancora i nomi. Gli esponenti «cameini» Giacomo Vitale, Michele Barresi e Joseph Miceli Crimi rimasero poi, come e` noto, coinvolti nell’inchiesta sul finto sequestro di Michele Sindona.

Si ricorda inoltre che dagli atti dell’inchiesta padovana sulla «Rosa dei Venti» emerge la partecipazione di Sindona ad una riunione cospirativa svoltasi nel 1973, in una villa del vicentino, con la partecipazione, fra gli altri, di un generale statunitense. Sindona, nel 1973, era entrato nella loggia P2, insieme a Carmelo Spagnuolo, in seguito alla confluenza della comunione di Francesco Bellantonio, alla quale appartenevano (erano affiliati alla loggia coperta romana «Giustizia e Liberta`»), nel Grande Oriente d’Italia. Una importante riunione si era svolta nel 1973 a villa Wanda, presso l’abitazione aretina di Licio Gelli, con la partecipazione del generale Palumbo, comandante la Divisione carabinieri Pastrengo di Milano, del suo aiutante colonnello Calabrese, del generale Picchiotti, comandante la Divisione carabinieri di Roma, del generale Bittoni, comandante la brigata di Firenze, dell’allora colonnello Pietro Musumeci e di Spagnuolo, all’epoca Procuratore Generale presso la Corte d’appello di Roma. Tutti affiliati alla P2. La riunione tra massoni era stata indetta da Gelli per illustrare la situazione politica italiana, caratterizzata da una grande incertezza, ed esortare i presenti a sostenere soluzioni politiche di centro, operando con i mezzi a loro disposizione. Il discorso, stando alle direttive impartite da Gelli, avrebbe dovuto essere trasmesso ai comandanti di brigata e di legione dipendenti dai convenuti. Nell’occasione Gelli ipotizzò la costituzione di un governo d’ordine presieduto da Carmelo Spagnuolo.

Ma tornando a Buscetta, egli dichiara alla Commissione antimafia di avere appreso ulteriori notizie sul progettato colpo di Stato dal direttore del carcere dell’Ucciardone, dove all’epoca si trovava recluso, dottor De Cesare. Il golpe era stato ideato da massoni e da militari insieme. In occasione dell’insurrezione, Buscetta sarebbe stato aiutato ad evadere, passando per l’abitazione privata del De Cesare.

Antonino Calderone, altro collaboratore di giustizia, nel confermare alla stessa Commissione antimafia l’avvenuto viaggio del fratello Giuseppe a Roma per incontrare Borghese, così riassume quello che il principe disse al congiunto per spiegargli la «strategia del golpe». Disse «che Roma era il centro e tutta l’Italia era periferia. Si doveva occupare prima di tutto il Ministero dell’interno e la RAI. Dal Ministero dell’interno un loro uomo avrebbe diramato a tutti i prefetti l’ordine di levarsi perché sarebbero stati sostituiti da altri uomini. Dovevamo accompagnarli noialtri mafiosi o i fascisti per farli insediare: se i prefetti non si volevano levare dovevamo intervenire noialtri. Borghese disse che dovevamo arrestarli e mio fratello rispose che non avevamo mai arrestato persone e che, se voleva, li potevamo ammazzare. Gli dissero che ci avrebbero dato delle armi, se mandavamo degli uomini a Roma, e che ci avrebbero fatto sapere la data. Hanno fissato la data ed e` partito dalla Sicilia Natale Rimi con altri due. Gli hanno dato dei mitra, in quella famosa notte, dicendo: “Se sentite a Roma sparare qualche colpo…” Noi aspettavamo all’aereoporto il ritorno di questi». Calderone aggiunge che se le cose fossero andate bene l’insurrezione sarebbe scoppiata anche in Sicilia.

Anche Leonardo Messina, altro collaboratore di giustizia, ha fornito sulla vicenda la sua versione dei fatti alla Commissione antimafia presieduta dall’onorevole Violante.  «Ci sono stati momenti nella mia vita – ero un ragazzo -» ha dichiarato Messina «nei quali abbiamo controllato alcuni obiettivi da assaltare. Aspettavamo un ordine perché dovevamo assaltare la caserma dei carabinieri e altri uffici». Ciò accadde, prosegue Messina, nel 1970-1971. L’ordine ricevuto era quello di assaltare caserme, prefetture e municipi. Il gruppo di Messina, composto di circa 20 giovani (uomini d’onore ed «avvicinati»), coordinato da un anziano mafioso di San Cataldo, Calò, era stato armato. Tutto era stato predisposto per entrare in azione, ma l’ordine non arrivò e Messina non venne mai a conoscerne le ragioni, in quanto il posto occupato nella gerarchia di Cosa Nostra non gli consentiva di fare domande, ma solo di ubbidire. Una situazione analoga, rivela Messina, si verificò poi tra la fine del ’73 e l’inizio del ’74.

Il quadro che complessivamente emerge dalle dichiarazioni di questi collaboratori di giustizia appare chiaro: i vertici di Cosa Nostra, attraverso esponenti massonici, hanno dialogato e trattato, nell’arco di tempo 1970-’74, con esponenti della destra eversiva ideatori di progetti golpistici. Non è  chiaro fino a che punto l’organizzazione mafiosa abbia condiviso tali progetti, i quali, essendo peraltro dichiaratamente anticomunisti, non avrebbero dovuto esserle sgraditi. Emerge dalle dichiarazioni che, nel 1970, in cambio di un sostegno di tipo militare alle operazioni, che avrebbe dovuto fondamentalmente dispiegarsi in Sicilia, fu chiesta la revisione di alcuni processi. Non sappiamo quali fossero le contropartite richieste negli anni successivi, quando il tentativo del ’70 fu reiterato. Non è comunque difficile ipotizzare, alla luce di quanto è stato possibile appurare in ordine al progetto separatista del ’79 di Sindona ed ai suoi collegamenti con la ripresa, in quello stesso anno, della strategia delle bombe e degli attentati che culminerà con la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, che Cosa Nostra abbia sostenuto tali progetti per perseguirne uno proprio, il suo sogno politico di sempre: il separatismo.

Affiancare al controllo del territorio il controllo delle istituzioni, separare la Sicilia dal resto del Paese, ha rappresentato un’aspirazione di Cosa Nostra fin dallo sbarco degli alleati nell’isola. Quanto, con il passare degli anni, l’obiettivo sia stato realmente perseguito o soltanto minacciato, attiene a quella dialettica tra poteri invisibili ed istituzioni di cui si parlava all’inizio, con riferimento agli ideatori delle stragi.

Le ricordate dichiarazioni dei collaboratori di giustizia trovano un importante riscontro nella sentenza-ordinanza del ’95 del giudice istruttore milanese Guido Salvini. Dalla sua lettura si evince che il muro di omertà infranto per la prima volta da Buscetta nel 1984 era stato sapientemente edificato dal SID dieci anni prima, quando furono trasmessi alla magistratura i rapporti del reparto D (al cui vertice si trovava il generale Maletti, affiliato alla P2), omissati di ogni riferimento a Gelli, a Cosa Nostra ed agli intermediari tra Borghese e gli uomini d’onore. Nei rapporti furono infatti espunte tutte le informazioni che sull’argomento erano state raccolte nel corso dei colloqui, registrati, svoltisi a Lugano tra il capitano Labruna (P2) ed il costruttore Remo Orlandini (quest’ultimo, stando alla testimonianza resa dal generale Rosseti alla Commissione P2, sicuramente affiliato alla loggia di Gelli nel ’72) e furono totalmente non citate quelle emerse nel corso delle conversazioni svoltesi a Roma, nell’appartamento di via degli Avignonesi, tra Labruna, Romagnoli e le «fonti» Maurizio Degli Innocenti e Torquato Nicoli.

Le bobine contenenti le registrazioni originali di tutte queste conversazioni sono state come è noto consegnate dal capitano Labruna al giudice istruttore dottor Salvini nel ’91. Si legge a pagina 282 del citato provvedimento: «Nel colloquio in data 13 marzo 1973, Orlandini racconta che il capo della massoneria di Arezzo, Licio Gelli – da lui definito una «potenza» e un uomo senza scrupoli – era stato uno dei primi ad aderire al Fronte Nazionale e che sin dal periodo precedente al tentativo del 1970 almeno 3.000 ufficiali iscritti alla massoneria avevano aderito ai gruppi golpisti, pronti al «momento x» ad essere al fianco del tentativo di mutamento istituzionale».

Il ruolo di Licio Gelli, nei progetti in corso negli anni 1973-1974, non sembra però essere di primaria importanza come nel tentativo del ’70, in quanto Remo Orlandini afferma che lo stesso Gelli, benché fosse stato uno dei primi aderenti al Fronte, era stato negli anni successivi emarginato perché troppo poco idealista e troppo assetato di potere e di denaro. Remo Orlandini, confidandosi con Labruna, mostra disprezzo nei confronti di Licio Gelli («è un truffaldino, è un uomo capace di qualsiasi azione, di qualunque cosa», «più di tutto legato alla mafia»;) e ricorda all’ufficiale uno specifico episodio emblematico dei loschi affari di Gelli.

Si legge inoltre a pagina 301 e seguenti della medesima sentenza-ordinanza:«L’altro argomento, emerso con chiarezza nel corso del colloquio svoltosi in data 31 maggio 1974 in via degli Avignonesi, è la presenza a Roma, la notte del 7 dicembre 1970 e nei giorni immediatamente precedenti, di un gruppo di mafiosi siciliani incaricati di eliminare il Capo della Polizia […]». Anche in questo caso il brano dell’«interrogatorio» condotto dal colonnello Romagnoli merita di essere riportato integralmente. A Torquato Nicoli, che aveva appena accennato all’obiettivo Ministero della difesa di cui si doveva occupare il consistente gruppo ligure di cui lo stesso Nicoli faceva parte, il colonnello Romagnoli pone infatti la domanda in modo diretto: «Romagnoli: Tu mi dici anche che tu hai appreso che un nucleo di uomini proveniente dalla Sicilia avrebbe dovuto essere messo a disposizione di Drago, anzi già era stato messo a disposizione di Drago per fare fuori Vicari. Nicoli: Non è esatto “era stato messo”. Dunque qui c’era un’intesa, da quello che so, Salvatore Drago-Giacomo Micalizio-Mafia.

Romagnoli: Drago?

Nicoli: Micalizio-Mafia.

Romagnoli: Sì.

Nicoli: Questi mafiosi avrebbero dovuto far fuori Vicari. A un bel momento non avevano le armi per farlo fuori.

Labruna: E questi mafiosi provenienti dalla Sicilia, che poi conoscevano le abitudini di Vicari […]».

Dal prosieguo della conversazione si apprende che il gruppo di mafiosi la notte tra il 6 e il 7 dicembre del ’70 era stato alloggiato all’Hotel Cavalieri. Dopo avere osservato che molto probabilmente doveva trattarsi del Residence Cavalieri, ove all’epoca era più facile non essere registrati, il dottor Salvini osserva che «nel discorso di Torquato Nicoli, il collegamento fra il gruppo di mafiosi e il medico catanese – e l’altro importante congiurato di origine siciliana, Giacomo Micalizio – non è l’elemento che basta a spiegare l’omissione operata nel rapporto, le cui ragioni devono essere trovate altrove e vanno oltre i probabili rapporti fra il dottor Drago e la mafia siciliana. Bisogna infatti ricordare che il dottor Salvatore Drago non solo era molto vicino all’epoca al capo dell’Ufficio Affari Riservati, dottor Federico Umberto D’Amato, ma era iscritto alla P2, come del resto lo stesso D’Amato, mentre Giacomo Micalizio era anche egli iscritto ad un’altra loggia della Massoneria».

Sul punto il giudice istruttore conclude osservando che essendo stato espunto dal rapporto il nome di Gelli, appare del tutto comprensibile l’omissione del riferimento a Drago, al fine di «recidere un altro collegamento fra il livello più alto della congiura, rappresentato da alcuni uomini vicini a Licio Gelli, e gli avvenimenti del 7-8 dicembre 1970».

Come si vede, dalle bobine consegnate al magistrato dal capitano Labruna emergono ulteriori elementi di conoscenza in ordine alla partecipazione di Cosa Nostra al progetto golpistico del ’70 ed ai rapporti con Gelli e con la loggia P2. Circa l’appartenenza alla massoneria di Drago e Micalizio, non si conosce sulla base di quali fonti documentali o testimonianze il giudice istruttore milanese abbia scritto che il primo faceva parte della loggia P2 ed il secondo di altra organizzazione massonica. Si può soltanto osservare che nel rapporto trasmesso nel 1975 dal direttore dell’IGAT (Ispettorato Antiterrorismo), dottor Santillo, al giudice bolognese Zincani, titolare dell’inchiesta su «Ordine Nero», Drago e Micalizio sono indicati tra gli affiliati alla P2, sulla base di notizie giornalistiche.

La presenza certa della P2 nella vicenda del golpe del ’70 si è manifestata, come abbiamo già detto, attraverso Gelli ed Orlandini. Sono poi risultati affiliati a questa stessa loggia altri protagonisti della cospirazione: i generali Fanali, Casero e Lo Vecchio, l’ammiraglio Torrisi (il cui nominativo fu, come quello di Gelli, espunto dai rapporti del SID del ’74) e l’avvocato Filippo De Jorio, direttore di «Politica e Strategia» e collaboratore dell’onorevole Andreotti.

L’elenco sarebbe destinato ad accrescersi se, oltre alla loggia di Gelli, si dovessero esaminare i coinvolgimenti di altre organizzazioni massoniche. Quanto già detto, è comunque sufficiente a dimostrare che più soggetti erano interessati a quel golpe e a quelli che, negli anni immediatamente successivi, rappresentano il tentativo di reiterarlo. Soggetti concorrenti, dunque, mossi da obiettivi diversi ma tali che, per essere realizzati, hanno spinto ad alleanze per così dire tattiche. Gli uomini del principe Borghese volevano raggiungere certi scopi; Gelli si inserisce nell’operazione con altre finalità (vedi testimonianze rese da Paolo Aleandri alla Commissione P2); Cosa Nostra altre ancora.

Resta infine l’interrogativo che riguarda determinati ambienti massonici, che svolsero una importante funzione di collegamento tra soggetti diversi: perseguivano anche essi un fine autonomo o svolsero semplicemente un ruolo di collante? Non si deve dimenticare, in proposito, una delle fondamentali caratteristiche della massoneria, in generale, vale a dire i suoi collegamenti internazionali. Settori di quella italiana, in particolare, hanno subito la comprovata influenza (sotto certi aspetti peraltro comprensibile) della massoneria americana, in quegli anni la più forte del mondo. Un dato è certo: non molti anni dopo (1977-1979) i vertici di Cosa Nostra decisero di entrare direttamente, senza più intermediazioni, in varie logge massoniche coperte, le più potenti dell’epoca. La nuova alleanza si preparava in questo modo ad affrontare la stagione eversiva 1979-’80.

Stando ad altra ricostruzione fornita da Vincenzo Vinciguerra, la ‘Ndrangheta avrebbe mobilitato, la sera del golpe, ben 1.500 uomini armati ed era pronta, all’occorrenza, a metterne a disposizione altri 2.500. Di particolare interesse un’altra testimonianza raccolta dai magistrati reggini, quella del mafioso Giovanni Gullà, il quale parla di una riunione svoltasi nel ’73 a S. Elia tra Stefano Delle Chiaie, lo Zerbi, il noto Bruno di Luia e lo ‘ndranghetista Giuseppe Calabrese, nel corso della quale sarebbe stata raggiunta un’intesa tra le due parti: Avanguardia Nazionale avrebbe fornito armi ed esplosivi all’organizzazione mafiosa che, in cambio, avrebbe assicurato un appoggio logistico nella zona.Ancor più interessante la compagine dei presunti partecipanti ad altra riunione, riferita dal collaboratore Giuseppe Albanese fin dal 1984, in un memoriale, riunione che si sarebbe svolta in epoca non meglio precisata in provincia di Catanzaro, dove Borghese aveva una proprietà (trattasi, con ogni probabilità, della villa “La Spagnola”, ubicata sulla costa tirrenica, in prossimità di Tropea).

Questo l’elenco dei presunti partecipanti al summit: Lino Salvini (all’epoca Gran Maestro del G.O.I.) il generale Birindelli (iscritto alla P2), Edgardo Sogno (iscritto alla P2), Stefano Delle Chiaie (successivamente risultato essere in rapporti con Licio Gelli), Claudio Orsi, Maletti o Miceli (entrambi affiliati alla P2), Natale Manaò, Felice Genoese Zerbi (in alcune testimonianze indicato come affiliato alla massoneria; il fratello, Carmelo, era iscritto alla P2), Ciccio Franco ed altri.

Di questa riunione, anche essa citata nel provvedimento della DDA di Reggio Calabria, non si hanno riscontri. Certo è che in quegli anni la commistione tra gli ambienti di appartenenza dei presunti partecipanti era effettivamente molto forte. Per chiudere sull’argomento non si può non ricordare, sia pure brevemente, la diversa lettura data dai magistrati reggini, sulla base delle nuove emergenze, della strage di Gioia Tauro (22 luglio 1970), nella quale rimasero uccise 6 persone e si contarono 72 feriti. Anche essa sarebbe maturata nello stesso contesto eversivo fin qui descritto. Si trattò, si legge nel più volte citato provvedimento, di una vera e propria strage «degna di essere collocata, per gravità di effetti e numero delle vittime, tra quelle più note, come la strage di piazza Fontana a Milano, quella di piazza della Loggia a Brescia, quella del treno Italicus a Bologna».

La stagione eversiva in Calabria, come abbiamo già accennato, prosegue ben oltre la «notte della Madonna»; le analogie con gli scenari che si andavano delineando dall’altra parte dello stretto, in Sicilia, sono inquietanti. I nuovi tentativi eversivi assumono anche in Calabria le connotazioni del separatismo. Il collaboratore di giustizia Cesare Polifroni ha parlato ai magistrati reggini dei rapporti intercorsi tra Antonio D’Agostino, detto Totò, ed il leader libico Gheddafi. Si ricorda che D’Agostino, ucciso nel novembre del ’76 a Roma, era stato accusato di aver partecipato al summit di Montalto, ma poi assolto per insufficienza di prove. Collegato con la delinquenza organizzata romana, milanese e piemontese, sarebbe stato confidente del giudice Vittorio Occorsio.

«In una occasione», ha dichiarato Polifroni, «D’Agostino e Gheddafi si incontrarono personalmente presso la gioielleria Bulgari. Il motivo di questi contatti era la preparazione di un piano per attuare in Italia un colpo di Stato o quanto meno la separazione in Calabria ed in Sicilia con l’appoggio di Gheddafi e della destra eversiva». Vale forse la pena ricordare che l’avvocato Michele Papa, legato a Gheddafi e rappresentante degli interessi libici in Sicilia, è risultato essere frequentatore delle logge coperte trapanesi coordinate da Giovanni Grimaudo (aderenti alla comunione massonica del noto Giuseppe Mandalari) che celavano la propria attività all’ombra del «Centro culturale Scontrino». Massone per sua stessa ammissione, Papa rappresenta l’unico agente fino ad oggi individuato della rete «Z» del Supersismi operativa in Sicilia.

Polifroni ha anche parlato ai magistrati della DDA di Reggio dei rapporti dello stesso D’Agostino con il finanziere Michele Sindona. «Mi disse il D’Agostino che dava i soldi a Sindona per una giusta causa e che lui aveva molti soldi da gestire di tutte le famiglie della ‘Ndrangheta e che dava a Sindona. Si trattava della vicenda del golpe finanziato con questi soldi. Totò D’Agostino si incontrava a Milano con Luciano Liggio sempre nello stesso periodo e, penso, per la vicenda del golpe».

Essendo stato ucciso nel ’76, il golpe a cui era interessato D’Agostino, per conto della ‘Ndrangheta, non può certo essere quello progettato da Sindona nel ’79. Non può che trattarsi o del golpe del ’70 o, più probabilmente, di quelli progettati nel ’73 e nel ’74. Circa quest’ultimo, ne parla, sempre ai magistrati reggini, il collaboratore Filippo Barreca, che aveva ospitato Freda a Reggio durante la sua latitanza: «In quel periodo con Freda avemmo anche occasione di parlare della rivolta di Reggio, da cui secondo lui doveva partire una rivolta armata estesa a tutta Italia. Successivamente, tra il ’78 e il ’79, epoca in cui era già terminata la prima guerra di mafia, Paolo De Stefano e Vittorio Canale ebbero a dirmi in più occasioni che dovevamo armarci per prepararci alla guerra civile che sarebbe dovuta scoppiare in Italia, almeno secondo il loro disegno. Da quello che io capivo, c’era un progetto di colpo di Stato nel caso in cui la sinistra fosse andata al potere; questi discorsi erano successivi al sequestro ed all’omicidio dell’onorevole Moro. Paolo De Stefano era anche legato a Concutelli e a quanto io ho saputo fu lo stesso De Stefano a fare da delatore per il suo arresto. Ricordo adesso un altro episodio molto significativo. Nel 1974 mi trovavo a Crotone insieme a Giovanni De Stefano che dopo poco tempo sarebbe stato ucciso al Roof Garden.

In quella città Giovanni mi presentò alcuni esponenti della massoneria tra cui un commerciante di pneumatici di cui non ricordo il nome; si trattava di persone che mostravano di conoscere bene Giovanni De Stefano e probabilmente era massone anche lui. Durante quel viaggio Giovanni De Stefano mi disse che da là a qualche giorno sarebbe dovuta scoppiare una bomba alla Standa o all’Upim di Reggio Calabria, cosa che avvenne veramente. La bomba doveva servire a creare una situazione di terrore, Giovanni mi disse che la bomba sarebbe stata collocata da loro su incarico di personaggi di primissimo piano».
Il diverso rapporto stabilito dalla ‘Ndrangheta con settori della massoneria, che come dicevamo non svolse, come in Sicilia, una funzione di collegamento con ambienti della destra golpista, non ne attenua di certo le implicazioni e la connotazione eversiva, semmai il contrario. Verso la metà degli anni ’70, infatti, e quindi in anticipo rispetto al processo di inserimento che Cosa Nostra intraprenderà più tardi, la ‘Ndrangheta, istituendo il grado della «Santa», modificò il suo assetto organizzativo interno proprio al fine di consentire l’ingresso mirato della cupola mafiosa (33 «santitisti») nella massoneria coperta. Il processo di integrazione raggiunse il suo apice negli anni successivi, come in Sicilia, e precisamente nel ’79, quando durante la latitanza a Reggio Calabria del terrorista nero Franco Freda, e con il suo determinante contributo, fu costituita quella segretissima «Superloggia», con diramazioni a Messina e Catania, collegata all’organizzazione massonica di Stefano Bontate, la «Loggia dei Trecento ». Alla stessa, oltre ai più importanti capi bastone della ‘Ndrangheta, avrebbero aderito esponenti della destra eversiva, fratelli già affiliati alla P2 e ad altre logge coperte, uomini politici, rappresentanti delle forze dell’ordine e del mondo imprenditoriale, magistrati. Che il momento più alto della saldatura tra interessi apparentemente così diversi avvenga proprio nel ’79, attraverso processi analoghi portati a compimento sia in Sicilia che in Calabria, e con la costituzione di una sorta di holding che oltre ad essere trasversale alle varie organizzazioni aderenti, immaginiamo possa anche avere avuto un suo vertice decisionale, ci sembra imporre la necessità di un adeguato approfondimento delle vicende, di una adeguata riflessione. Il ’79, anno cruciale della strategia della tensione, non è oggetto di esame di questa prima relazione. Osserviamo però fin da adesso, esprimendo quindi nello stesso tempo anche un’autocritica, che sarà importante acquisire, prima di compiere questi approfondimenti, gli atti giudiziari e parlamentari utili per avere un quadro di riferimento documentale il più possibile completo, tale da consentire una visione del problema a 360 gradi.

Non vi è dubbio che nel corso dei suoi lunghi lavori e pur avendo acquisito una quantità sterminata di documenti, la Commissione stragi e terrorismo ha trascurato aspetti della strategia della tensione (il quadro complessivo delle alleanze da cui è scaturita) che inchieste parlamentari e giudiziarie hanno negli ultimi anni imposto all’attenzione, portando lentamente alla luce l’esistenza di un «sistema eversivo Italia» che, senza nulla togliere al ruolo degli esecutori materiali di attentati, stragi e tentativi golpistici, appare necessario illuminare a giorno se si vogliono fino in fondo perseguire le finalità indicate nella legge istitutiva, individuando la trama delle alleanze, delle collusioni, degli interessi e dello scambio di favori che si è celata dietro le stragi ed i tentativi golpistici. Lavorare in questa direzione vuol dire occupare un ambito di attività precipuo di una Commissione parlamentare di inchiesta, distinto da quello della magistratura inquirente, alla quale non compete la ricostruzione di decenni di storia eversiva e criminale del nostro paese. Una ricostruzione possibile soltanto attraverso una lettura incrociata nel tempo di tutte le fonti parlamentari e giudiziarie disponibili.

L’incontro tra organizzazioni eversive ed organizzazioni mafiose, di cui si è parlato, sarà destinato a segnare con il sangue la vita del paese in anni a noi più vicini, quando lo scambio di esperienze e modalità operative troverà una sua pratica applicazione nella strage del 23 dicembre 1984. Si legge nella «Relazione sui rapporti tra mafia e politica» della Commissione antimafia istituita nella XI legislatura, relazione, si badi bene, approvata prima delle stragi del maggio e del luglio del ’93.

«Pippo Calò non ebbe difficoltà, previa informazione alla Commissione provinciale di Cosa Nostra, a contattare ambienti del terrorismo di estrema destra e della camorra per organizzare l’attentato al rapido 904 (23 dicembre 1984) al fine di deviare dalla mafia l’attenzione dei mezzi di informazione, dell’opinione pubblica e delle forze di polizia. Nelle settimane precedenti alla strage, grazie alle dichiarazioni di Buscetta e di Contorno, e al preciso lavoro degli uffici giudiziari di Palermo, erano stati emessi ed eseguiti molti mandati di cattura. Cosa Nostra risponde con la strage per distogliere dalla mafia l’attenzione dell’opinione pubblica.