L’agente Gianfranco Bertoli – Commissione stragi

Nel corso della prima indagine per la strage di via Fatebenefratelli, il giudice Lombardi fu informato dall’allora direttore del SID che il sedicente anarchico «è stato fonte del SIFAR dal novembre 1954 al marzo 1960», con il nome di copertura di «Negro», ma in realtà, Bertoli era stato poi «riassunto» dal Servizio nel 1966.

Fino a che periodo l’autore della strage sia stato in contatto con apparati dello Stato, il giudice non ha potuto scoprire, stante che il Centro controspionaggio di Padova (referente di Bertoli) riferiva di aver bruciato tutta la documentazione antecedente il 10 gennaio 1976, sì da eliminare ogni possibile traccia del rapporto tra il Centro stesso e Bertoli. Certo è, tuttavia, che già nei primissimi giorni dopo la strage i nostri Servizi erano a conoscenza dell’identità tra Gianfranco Bertoli e la fonte «Negro», identità mai rivelata al giudice competente, e che il rapporto tra Bertoli e il SID era ancora in corso nel 1971.

Proprio nel 1971 Bertoli si trasferisce in un kibbutz israeliano e là, con ogni probabilità, stabilisce contatti con il locale Servizio, tanto che il giorno stesso della strage il nostro Servizio si premura di prendere contatti con l’omologo israeliano, al fine di acquisire notizie sull’attentatore.

E’ il generale Maletti a disporre la missione del Capocentro di Verona in Israele, e dopo quattro giorni, la risposta che il Capocentro riporta sembra inequivocabile: non riferire all’autorità giudiziaria quanto conosciuto su Bertoli. Il colonnello Viezzer trasfonderà poi questa premura in un appunto allegato al fascicolo di Bertoli, nel quale si legge «[…] prega di non dare all’autorità giudiziaria, se non importante e indispensabile, le notizie sul Bertoli».

E’ evidente, dunque, che Bertoli non è solo un informatore dei nostri servizi di sicurezza, ma è molto probabilmente anche un agente (informatore o operativo, non è dato conoscere) del servizio segreto israeliano. Un cenno a parte merita il rapporto con Gladio, nella cui rete Bertoli è stato quasi certamente reclutato, pur se inserito tra i «negativi». Benché la VII divisione del SISMI e i responsabili di Gladio abbiano a lungo sostenuto trattarsi di una semplice omonimia, gli accertamenti esperiti hanno consentito di smentire questa ipotesi, confermando la presenza di Bertoli tra coloro che furono inseriti, pur se con esito negativo, nella struttura di Gladio.

Giova peraltro ricordare che molti dei c.d. «negativi» risultano, in realtà aver preso parte alle esercitazioni militari della struttura, cosa che autorizza a ritenere che la distinzione tra «positivi» e «negativi» non fosse poi così categorica. L’esiguità del numero ufficiale dei gladiatori effettivi – solo 622 in oltre quarant’anni di attività – induce a ritenere, infine, che molti dei nomi dei gladiatori siano ancora coperti da segreto. Con la duplice copertura dei Servizi italiani e israeliani, e probabilmente «avvertita» la Gladio, Bertoli viene reclutato da Maggi e Soffiati per compiere la strage del 17 maggio 1973. E mentre le intelligence seguono i movimenti del primo, Digilio e Soffiati si premurano di mettere al corrente di quanto sta per accadere i loro referenti americani. Digilio così riporta il suo incontro con il capitano Carret:

«Lo incontrai infatti a Venezia, secondo un incontro già prestabilito, la settimana successiva a quella, se non sbaglio dal lunedì al sabato, che avevo trascorso con Bertoli in via Stella [l’abitazione di Soffiati, ndr].

Spiegai al capitano Carret la situazione e cioè che il gruppo stava preparando attraverso Bertoli un attentato contro l’onorevole Rumor. A differenza di altre situazioni precedenti, come ad esempio l’attentato all’Ufficio istruzione di Milano, questa volta Carret mostrò di non essere stato ancora informato da nessuno di quanto stava accadendo. A seguito del mio racconto e della spiegazione che gli feci in merito a quale tipo di persona fosse il Bertoli, il capitano Carret si mostrò preoccupatissimo e disse che era un’azione che poteva finire male e che c’era a quel punto il rischio che anch’io, che ero suo ottimo informatore, ne fossi travolto. Aggiunse infatti che nel caso fosse stata effettivamente colpita una così alta personalità dello Stato, le indagini sarebbero state molto approfondite con il rischio, tramite Bertoli, di mettere allo scoperto l’intera struttura e di venire a sapere tutto quello che era avvenuto anche in passato compresi gli attentati e il progetto di golpe degli anni 1969-1970».

La preoccupazione del capitano Carret, referente CIA-NATO di Digilio è dunque quella che, colpito il Ministro dell’interno, lo Stato non possa più continuare a nascondere la realtà, coprendo i responsabili degli attentati e del tentativo di golpe del 1969-1970. La realtà, come è ampiamente dimostrato, doveva dar ragione per converso al capitano Carret: non essendo rimasto coinvolto Rumor, pur in presenza di quattro morti e decine di feriti, gli apparati dello Stato nulla fecero per coadiuvare la magistratura che indagava, ed anzi come abbiamo visto hanno nascosto per decenni i legami di Bertoli con i Servizi. Cinque anni dopo, tuttavia, giungerà indiretta la smentita alle tesi del capitano Carret, quando l’onorevole Moro verrà trovato cadavere dopo 55 giorni di prigionia e ventidue anni di indagini non hanno ancora sgombrato del tutto il campo da dubbi e sospetti.

In ogni caso, appare evidente che gli uomini della rete CIA-NATO di stanza in Italia sono preventivamente messi al corrente da Digilio di quanto il gruppo di Ordine Nuovo sta preparando, ma l’unico rischio che sembrano avvertire è che, a causa della importanza dell’obiettivo designato, possano svilupparsi indagini capaci di giungere alle responsabilità più alte. Nessuna intenzione, da parte del colonnello Carret e dei suoi referenti, di riferire alle competenti autorità – siano esse l’autorità giudiziaria o i servizi di sicurezza – di quanto appreso, forse con la certezza che l’attività di un gruppo abbondantemente infiltrato come quello ordinovista del Veneto, non poteva sfuggire alla conoscenza degli apparati dello Stato.

Molti, se non tutti, erano quindi al corrente di quanto avveniva a casa di Soffiati: l’indottrinamento di Bertoli al fine di eseguire l’attentato davanti alla Questura di Milano, vittima predestinata il ministro dell’interno Rumor. Sapevano i Servizi italiani, quelli israeliani e quelli statunitensi, ma nessuno fece nulla per impedire la morte di quattro persone innocenti e il ferimento di oltre quaranta.

Prevalse, come sempre ha prevalso nei cinquant’anni oggetto di questa relazione, la supposta «ragion di Stato». Così come Andreotti si assunse la responsabilità, solo 5 anni dopo i fatti, di svelare che Giannettini era agente del SID coinvolto nella strage di piazza Fontana, il SID non rivelò al giudice istruttore che Bertoli era stato – e forse era ancora – un loro informatore. Coprire sempre e comunque anche i più efferati delitti – e nulla vi è di più efferato di una strage compiuta tra la anonima folla – è stato per anni l’imperativo categorico non solo dei responsabili dei nostri Servizi, ma purtroppo anche di buona parte della classe politica al potere allora.

Che in quasi tutte queste vicende siano interessati, quantomeno come «spettatori», agenti e/o strutture facenti capo alla NATO non deve quindi stupire, se si considerano i presupposti della strategia della tensione. Per frenare il progressivo aumento di consenso della sinistra nel Paese era necessario far ricadere sulla stessa responsabilità che originavano altrove, fatti ed episodi artificiosamente costruiti proprio da quegli apparati che avrebbero dovuto vigilare sulla sicurezza del Paese, ma che, in ultima istanza, rispondevano solo e unicamente ai princìpi dell’oltranzismo atlantico.

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