Il sedicente anarchico Gianfranco Bertoli – Commissione stragi

Individuato quindi l’obiettivo in Rumor, che secondo quanto dichiarato da Digilio, «era odiato nell’ambiente di destra perché aveva ostacolato i progetti di mutamento istituzionale in Italia e si era mostrato ostile alla destra», occorreva trovare l’esecutore, e nonostante la rinuncia di Vinciguerra, Maggi «avrebbe continuato a occuparsi del progetto» utilizzando Gianfranco Bertoli «che era una persona disposta a tutto. Se si fosse riusciti a reclutare Bertoli vi sarebbe stata per l’azione una “copertura” anarchica dinanzi all’opinione pubblica che avrebbe funzionato come aveva funzionato in passato e cioè per piazza Fontana».

Bertoli, inoltre, era persona «disposta a tutto», come affermano gli ordinovisti, probabilmente ricattabile in quanto dedito all’alcool «e al limite della sopravvivenza», e senza scrupoli. A differenza di Vinciguerra, probabilmente senza neppure troppi ideali. Per Maggi e Soffiati è l’uomo ideale per portare a termine la strage. A tal fine, Bertoli viene prelevato nella zona di Mestre e portato a Verona, in via Stella, presso l’abitazione di Soffiati, dove alla presenza di questi, di Neami e dello stesso Digilio, viene indottrinato sul da farsi. Maggi, responsabile della cellula, limitava le sue visite, e a gestire il futuro stragista era Neami. Dalla testimonianza di Digilio emerge un quadro decisamente inquietante, con Bertoli, perso in farneticazioni – «diceva che comunque fosse andata egli sarebbe diventato un grand’uomo» -, e gli uomini di Ordine Nuovo che istruiscono l’uomo che lancerà la bomba. In particolare, «Neami gli stava spiegando, con una specie di vero e proprio lavaggio del cervello, cosa avrebbe dovuto dire alla Polizia in caso di arresto e gli faceva ripetere le risposte che avrebbe dovuto dare e cioè che era un anarchico individualista e che si era procurato da solo, in Israele, la bomba per l’attentato».

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L’episodio dell’indottrinamento di Bertoli in via Stella viene poi collocato temporalmente da Digilio a circa due mesi prima il giorno della strage, periodo nel quale di Bertoli non è possibile rintracciare una dimora nota. Il teste, tuttavia, ritiene che «così come sia stato spiegato a Bertoli cosa dovesse rispondere e cosa dovesse sostenere frase per frase, gli sia stato anche indicato cosa sostenere in merito ai suoi spostamenti in quel periodo. Martino Siciliano conferma nel merito quanto riferito da Digilio, affermando che Bertoli, lungi dall’essere l’anarchico che si voleva e vuole tuttora far passare, «conosceva non solo elementi di destra legati anche alla piccola malavita dell’entroterra mestrino […], ma conosceva molto bene anche il dottor Maggi e Paolo Molin ed era rimasto in contatto con il dottor Maggi anche durante la sua permanenza in Israele».

Siciliano afferma poi di aver avuto conferma da Zorzi che la strage del 17 maggio era inquadrata nella loro strategia, e analoghe conferme sono state fornite da Vinciguerra, proprio per il fatto di essere stato il primo destinatario della proposta di eliminare l’onorevole Rumor.

La figura e il ruolo di Gianfranco Bertoli vanno inseriti, tuttavia, in un ben più complesso e pregnante circuito, i cui referenti sono elementi degli apparati di sicurezza statunitensi, italiani e israeliani. Il ROS dei carabinieri, a completamento degli accertamenti svolti per conto del giudice istruttore ha evidenziato la consistenza e la natura della rete cui fanno riferimento Carlo Digilio e Soffiati, in collegamento con elementi di una struttura CIA-NATO di cui si darà conto più avanti. Ciò che disarma, tuttavia, è che l’intero gruppo – dagli strateghi, ai mandanti, agli esecutori – è praticamente in contatto con apparati di sicurezza dei paesi NATO. Non solo, infatti, Digilio e Soffiati sono agenti, l’uno informativo e l’altro operativo, della rete CIA-NATO con base a Verona, ma lo stesso Bertoli, prima di lanciare la bomba è stato per lunghi anni informatore dei nostri servizi segreti.