La strage di via Fatebenefratelli – commissione stragi prima parte

Il procedimento per la strage cosiddetta della Questura di Milano, del 17 maggio 1973, prende spunto dalle contestuali dichiarazioni di Carlo Digilio e Martino Siciliano, i quali hanno consentito all’autorità giudiziaria di Milano di ricostruire il quadro nel quale l’attentato fu preparato per essere poi portato a compimento da Gianfranco Bertoli.

Ambedue i collaboratori fanno parte di quel vasto gruppo che, con ruoli diversi, ma unico fine, ha organizzato e diretto pressoché tutti gli attentati e le stragi consumate tra la primavera del 1969 e il maggio 1974, quando, con la strage di piazza della Loggia, si chiuse la prima fase della strategia della tensione.

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Rilevante è, tuttavia, che mentre decenni di indagini – con le difficoltà che si conoscono – erano riuscite a far luce su ampia parte dell’eversione neofascista e sui suoi legami con apparati dello Stato, l’indagine dei magistrati milanesi ha consentito di svelare l’aspetto ultimo, e più inquietante, dei rapporti intercorrenti tra alcuni estremisti di destra e uomini dei servizi di sicurezza degli Stati Uniti. In altra parte di questa Relazione, si è dato conto del coinvolgimento e delle responsabilità di Carret e Richards, diretti superiori in ambito NATO di Carlo Digilio; e qui si ricostruisce la strage di via Fatebenefratelli sulla base delle dichiarazioni rese da Digilio e Siciliano al giudice istruttore di Milano Salvini, e sulla scorta di elementi già noti.

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Martino Siciliano e Carlo Digilio sono, per molti versi, un’eccezione nel panorama dell’eversione neofascista, avendo con le loro dichiarazioni rotto «il muro del silenzio, reso particolarmente forte nel mondo dell’estrema destra dall’importanza dei vincoli di “onore” e di fedeltà ai camerati tipici di tale ambiente». A differenza di Vinciguerra, che pure con le sue dichiarazioni ha reso un contributo fondamentale alla conoscenza di quel mondo, ma non ha inteso stabilire un rapporto di collaborazione fattiva con gli inquirenti, Digilio e Siciliano hanno accettato di rivelare non solo il loro ruolo ma, fornendo nomi ed esponendo fatti, hanno consentito di svelare molto di quanto era rimasto oscuro alla magistratura e all’opinione pubblica.

Carlo Digilio, dopo sette anni di latitanza fu poi espulso da Santo Domingo, dove aveva riallacciato i rapporti con i Servizi statunitensi, e fece rientro in Italia nel 1992. Già condannato a dieci anni di detenzione, Digilio ha deciso di collaborare in relazione al venir meno delle condizioni nelle quali aveva svolto il suo ruolo di estremista di destra e di informatore dei Servizi americani. Per usare le parole del giudice istruttore, «si è “arreso” in una condizione di assoluta necessità che, come se egli fosse un prigioniero caduto in mano al nemico, non gli consentiva altra scelta».

Martino Siciliano, in base a diverse testimonianze ritenuto coinvolto negli attentati del 12 dicembre 1969, matura la decisione di collaborare con l’autorità giudiziaria a seguito di due informazioni di garanzia da cui viene raggiunto nel 1993, quando ancora si trova all’estero. Già contattato da funzionari del SISMI, e per altro verso «braccato» dai suoi ex camerati di Mestre, in primis Delfo Zorzi, Siciliano rientra in Italia il 18 ottobre 1994, e inizia a rendere importanti testimonianze.

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