“Il veleno fascista” – Panorama 26.4.1973

La tattica era riuscita altre volte: proprio a Milano, per esempio, nel febbraio del ’71, parecchie migliaia di manifesti tricolori  firmati dalla federazione del MSI che chiedevano condanne esemplari per i colpevoli della serie di attentati dinamitardi firmati Sam, Squadre di azione Mussolini, avevano parato abbastanza efficacemente la prima ondata di sdegno antifascista che aveva travolto con tutta l’estrema destra anche la “destra nazionale”. Così Giorgio Almirante, sorpreso nel tardo pomeriggio di giovedì 12 aprile da una telefonata del direttore del Secolo, Franz Maria D’Asaro, che lo informava preoccupato delle prime notizie su un poliziotto assassinato a colpi di bombe a mano durante i disordini scoppiati in seguito alla decisione di tenere ugualmente il comizio di Ciccio Franco nonostante il divieto della polizia milanese, dettò le consuete istruzioni: “Denunciare con la massima fermezza il delitto; far capire che potrebbe trattarsi di una provocazione”.

murelli
Poi, per quanto i camerati oggi dicano che era sconvolto, andò a presiedere una riunione del settore femminile che stava preparando l’assemblea nazionale delle donne fasciste, stette qualche minuto e infine se ne andò a casa. Fu solo in serata, dopo avere assistito a un telegiornale che coinvolgeva senza mezzi termini il MSI nell’omicidio, e dopo una lunga conversazione col federale di Milano, Franco Servello, che il segretario del MSI si rese conto della gravità della situazione: la morte di Antonio Marino, agente di polizia come quell’Antonio Annarumma che era servito alla destra per orchestrare una gigantesca campagna anticomunista, rischiava di spazzare via di colpo anni di tentativi di accreditare l’immagine di un MSI difensore dell’ordine e della legge, e di provocare pericolosi contraccolpi sull’unità di un partito tutt’altro che unito ideologicamente.
Cominciavano per Almirante le 72 ore più lunghe della sua segreteria, tre giorni di imbarazzate prese di posizione e di tensioni che dovevano allentarsi solo nella primissima mattina di lunedì, quando una telefonata lo informò che un’altra grave notizia era arrivata a distrarre l’attenzione dai fatti di Milano: l’orribile rogo nel quale avevano trovato la morte, a Primavalle, due figli del segretario della locale sezione del MSI.
I primi contraccolpi della bomba di Milano arrivarono a Palazzo drago, sede del MSI, fin dalla mattina di venerdì: mentre perfino giornali solitamente indulgenti con l’attività del partito di Almirante, il Resto del Carlino di Bologna, La Nazione di Firenze e Il Tempo di Roma, attaccavano abbastanza esplicitamente il MSI, corse voce (poi ufficialmente smentita all’esterno) di aspri commenti  pronunciati da alcuni deputati di recente immissione nella destra nazionale. In particolare ex-monarchici e un ex-questore di pubblica sicurezza entrato nel MSI “soprattutto per difendere la polizia vilipesa dall’estremismo rosso”. Per tutti, Almirante cercò di tranquillizzare l’ammiraglio Gino Birindelli, l’inquieto presidente del partito che già in un’altra occasione aveva minacciato clamorosi gesti di protesta.
“L’omicida non è iscritto al MSI”, lo rassicurò Almirante, senza tuttavia riuscire a impedire che l’ammiraglio dettasse alle agenzie un esplicito comunicato in cui prometteva dimissioni immediate “se le responsabilità del MSI-destra nazionale verranno provate”.
Poi Almirante autorizzò Franco Servello e l’altro dirigente locale del MSI, il senatore Gastone Nencioni, precipitatosi da Roma a Milano nel corso della notte, a prendere due importanti misure: denunciare alla polizia quelli che nel frattempo erano stati individuati come gli autori materiali del lancio delle bombe e reclamizzare una taglia di 5 milioni “a chiunque fornirà indicazioni decisive per l’identificazione dei colpevoli”.
Poche ore dopo Vittorio Loi, 21 anni, figlio dell’ex-pugile Duilio, estremista noto in questura per imprese teppistiche di piccola portata, veniva arrestato. Come Maurizio Murelli, 19 anni, pure indicato dal MSI come possibile omicida, Loi non era più iscritto al MSI da alcuni anni.
E l’operazione di sganciamento di responsabilità del partito sarebbe probabilmente andata in porto se prima Loi, e poi Murelli, non avessero saputo chi li aveva denunciati. “Come, prima ci utilizzano per creare disordini e poi ci mollano?”, fu l’esplicito, amaro commento di Loi, che decise allora di dire tutto al giudice. Dalla lunga confessione, confermata ampliamente da Murelli, venne il colpo decisivo alla macchinosa costruzione difensiva del MSI: la manifestazione non autorizzata dalla questura milanese era stata voluta dal MSI, che sapeva che ci sarebbero stati disordini; Loi e Murelli erano stati reclutati col preciso scopo di arrivare a uno scontro con la polizia da MArio De Andreis, fidatissimo di Servello, iscritto e, perfino, ufficialmente residente nella sede del MSI milanese, le bombe era state probabilmente fornite da un altro fascista notoriamente legato al MSI.

cicciofranco

Il comizio di Ciccio Franco, leader delle rivolte di Reggio Calabria, che cita come medaglie le molte denunce accumulate per istigazione a delinquere e a sovvertire l’ordine dello Stato, era stato meticolosamente preparato da un “Comitato milanese d’azione pro Reggio e Meridione d’Italia” frequentato, oltre che da squadristi milanesi, anche da immigrati sottoproletari trasferiti da qualche tempo a Milano. Lo slogan del comitato era esplicito: importare a Milano la guerriglia anarcoide che aveva incendiato tante volte la città calabra. E nelle ultime settimane, mentre anonimi comunicati stampa ai giornali avvertivano, riferendosi ai disordini più recenti in Calabria, “a presto risentirci a Milano”, i muri della città si riempivano di slogan verniciati in nero. Il più ripetuto “L’Aquila, Reggio, a Milano sarà peggio”. I dirigenti più moderati del MSI non hanno mai nascosto la loro preoccupazione per la presenza del leader reggino nel partito:
“Una vera e propria carica di tritolo innescata sotto la linea del doppiopetto inaugurata da Almirante”, dice un notabile missino padovano assicurando che parecchi dirigenti e parlamentari della destra nazionale pensano, come lui, che “dobbiamo assolutamente liberarci di un personaggio tanto pericoloso, se vogliamo accreditare onestamente l’immagine di un partito che ha accettato le regole della democrazia”. (…)

Gianni Farneti – Panorama 26.4.1973

Annunci

Fausto Baldi – avvocato dello Stato requisitoria processo di appello – seconda parte

(…) Nel ’76 il clima cambia completamente: il Signorelli esce, viene fatto dimettere, viene cacciato via dal partito, in quanto ha già fatto un’altra scelta come lo fece Michelini quando nel dopoguerra costituì il partito con un’opzione costituzionale così Almirante in quegli anni fa una scelta chiarissima di messaggio agli eversori che egli sapeva avere in seno e fa la cosiddetta unione fra la destra e la destra Nazionale, Covelli. Questa è una scelta di tipo chiaramente borghese che nega sul nascere ogni aspirazione di tipo rivoluzionario tant’è che cambiano i discorsi, le attenzioni dei gruppi terroristi nei confronti del Movimento sociale. E allora qui si sprecano le denunce di delazione, tutti i dirigenti sono infami, sono tantissime le notazioni, non ve le voglio fare, perché quello che mi serve è per illustrare il clima del ’74 però, perché ancora nel ’74 questa rottura non c’è stata. Vedremo che in quegli anni si matura la rottura e la frattura. Vedremo che il Cauchi costringe alle dimissioni, qualcuno se ne va dalla federazione aretina, quelli troppo compromessi quando le indagini vanno verso il Batani, Batani deve dimettersi, Franci esce dal movimento sociale, addirittura nel 1975 si cercano retrodatazioni di oltre un anno all’iscrizione di oltre un anno al Movimento Sociale. Questi sono fatti accertati, sono fatti pacifici che hanno un loro rilievo, una loro importanza. Nel ’70 si è però purtroppo già posto in essere quella che sarà la strategia che ritroveremo nel ’74. (…) vi voglio far riferimento a quello che è la sentenza sul Golpe Borghese che voi avete acquisito in primo grado, che è agli atti del primo grado, ed al rapporto Sid che pure è acquisito. Come momenti fondamentali, unitari che illustrano quale fu il clima del 1970 noi abbiamo che il fronte Nazionale di Valerio Borghese in quell’occasione si unì ad Avanguardia Nazionale e dopo questa alleanza fu concepita la strategia stragista come funzionale al colpo di Stato. Il tentativo degli eversori di occupare il Ministero degli Interni riuscì perfettamente. Ne ho parlato brevi cenni quando fu sentito il Vinciguerra se quella minaccia aveva riferimento al tentativo riuscito e coronato da Stefano Delle Chiaie, perché anche questo si è accertato purtroppo, Stefano Delle Chiaie fu identificato fra coloro che avevano occupato il Ministero degli Interni. “Ritenni  – il questore D’Amato di Roma questo è il commento – che era meglio non procedere nei suoi confronti perché avrebbe potuto rivelare retroscena sconcertanti”. Addirittura c’è un episodio gustoso un’arma trafugata perché gli insorti riportano le armi, una manca, pensano bene di supplire alla carenza di quest’arma facendone fare un duplicato perfetto, copiandone anche il numero di matricola, dimostrazione di quanto fosse serio questo tentativo di Golpe. Non a caso Izzo, in uno dei suoi interrogatori, ricorderà come il Giannettini gli disse che merito grandissimo della campagna stampa di Avanguardia Nazionale è stato quello di aver indotto il Paese a ritenere che fosse stato un tentativo di golpe da burletta, i forestali che presiedono la Rai, eccetera, eccetera. Tutti i retroscena ben più pericolosi Avanguardia Nazionale riuscì a non farli filtrare. Finisce il rapporto Sid, perché sto parlando del rapporto Sid del Golpe Borghese, e dice che gli insorti nel ’70 erano coordinati tra di loro e dovevano servire come pretesto per un’azione militare caratterizzata dall’intervento anche di forze Nato. In particolare dovevano partire da Malta quattro navi della flotta Nato. Termina qui l’accenno che fa il rapporto Sid a quello che era il mondo che circondava gli eversori neofascisti. Questo riferimento alla flotta Nato, non se ne fa il nome ma a mio avviso è già estremamente indicativo del personaggio dell’ammiraglio Birindelli, ne parleremo meglio in seguito, era il comandante della flotta Nato di stanza a Malta. Stessa persona che di lì a pochi mesi, Dom Mintoff chiese alla Nato gli venisse rimossa perché nulla voleva a che fare, cito le parole testuali di Dom Mintoff, “con quel pazzo fascista”. Ma se tutto questo ci dice che nel ’70 è stata teorizzata questa strategia, la sentenza ve lo dice (…), che nel ’74 ci troviamo di fronte a un progetto di colpo di Stato che si pone negli stessi medesimi termini di quello del ’70, noi dobbiamo a mio avviso fare un’ulteriore breve analisi per vedere cosa è successo però nel ’74.
Nel ’74 è stato acquisito nel giudizio di primo grado la sentenza di incompetenza del giudice Violante di Torino del 1976, con l’allegato rapporto dei servizi segreti. Illustra un fatto che per me è abbastanza sconcertante: l’8 luglio 1974 il generale Miceli, capo dei servizi segreti, inoltra al ministro Andreotti un allarmante rapporto, dirà meglio che egli ha fatto redigere al capitano Labruna, dove “desumendo notizie omogenee e uniformi provenienti da un rapporto del colonnello Condò, da una sua fonte confidenziale e da un rapporto del generale Maletti, può denunciare il fatto che il Paese fino a quella data ha corso serissimo pericolo di colpo di Stato. Questo colpo di Stato era stato programmato per il 12 maggio 1974 – Mar di Fumagalli primi esempi per interventi, Repubblica pacciardiana, ne abbiamo conferma di tutto questo – poi rinviato, addirittura si fa riferimento al 2 giugno – progetto di Giancarlo Esposti di uccidere il Presidente della repubblica per la celebrazione del 2 giugno – e infine successivamente rinviato”. Non termina qui il rapporto: “attenzione però perché gli insorti non hanno rinunciato al progetto, l’hanno rinviato e la scadenza prossima è fissata per il 10 sabato, notte di San Lorenzo, e il 15 giorno di ferragosto, in quanto confidano che sarà agevole agire in quel periodo in cui le grandi città hanno maggior rarefazione di abitanti che sono in ferie.

pacciardi-randolfo

Se noi guardiamo i nomi, tutti personaggi che la storia successiva ci dirà essere interni alla P2, tutti personaggi estremamente compromessi, dobbiamo porci la domanda perché mai forse si verrà a sapere che forse essi stessi non erano estranei a questo tentativo. Come mai l’8 luglio denunciano questo fatto? Non l’hanno fatto prima perché i rapporti, le fonti confidenziali, avrà il coraggio fra virgolette il generale Miceli di dire gli erano arrivate addirittura a febbraio, quando quelle scadenze pericolosissime ancora non si erano verificate. L’8 luglio dice lì è stato serio, attenzione adesso lo potrebbero fare in agosto. Per me non è casuale. Di lì a pochi giorni si inserisce la vicenda Almirante-Covelli, la famosa vicenda Sgrò, che si può valutare sotto mille aspetti. Non è rilevante direttamente per la posizione degli imputati, ma è rilevante a quel quadro generale a cui si inserisce anche la strage dell’Italicus. Certamente il modo con cui l’ha valutata la corte in mancanza di quel quadro generale, in mancanza di quegli ulteriori elementi che sembravano affiorare, l’ha fatta in maniera incompleta e comunque deviata. Perché Almirante e Covelli, qui non voglio parlare della vicenda Sgrò a fondo, ma voglio ricordarvela: Sgrò ha avuto un grosso merito in questo grado di appello, non ha voluto parlare, perché parlando Sgrò si qualifica immediatamente per quello che è. Ma anche se non si qualificasse immediatamente, è mai pensabile che il Presidente e il Segretario di un partito di fronte a una segnalazione anonima non svolgano accertamenti, prima di scendere in campo loro? La segnalazione di Sgrò tendeva a dire attenzione lì a Roma, nell’università di Roma ci sono depositi di esplosivi, vogliono fare attentati ai treni, cioè qualcosa di molto grave, molto specifico. E’ mai pensabile che prestino fede alle parole dell’avvocato Basile che filtra quelle del suo cliente Sgrò e si impegnano personalmente per andare da chi, dal capo dell’antiterrorismo dottor Santillo, a certificare l’importanza della denuncia fatta. E’ forse arbitrario porre in riferimento il collegamento, anche perché sono veramente contigui nel tempo, l’intervento Almirante-Covelli al dottor Santillo e l’inoltro del rapporto del Sid al ministro Andreotti? Per forse non è arbitrario. Le sezioni del Movimento Sociale di quell’epoca vivevano una vita comune agli ordinovisti. Molte sezioni, non tutte le sezioni. Era una realtà che volle affrontare successivamente il partito espellendo molti di costoro, costringendoli alle dimissioni, tirando una saracinesca. In quel periodo però questa saracinesca era ancora aperta non era stata tirata giù. E allora se Covelli e Almirante, per inciso Covelli fa parte sempre dello stesso mondo P2, perché comunque ci muoviamo ci imbattiamo sempre in questa accomunanza di nomi, si sentono in dovere di andare dal dottor Santillo, lo fanno con chiarezza per mettere le mani avanti sia nel tentativo di Golpe che potrebbe essere ancora attuato, ma soprattutto nei confronti di quel mondo assai vicino alle loro sezioni, perché è interno alle loro sezioni, che stava attuando i presupposti per il golpe. Allora se questo è vero, è vero che il Golpe non si doveva più fare a luglio. E’ vero che i servizi segreti, il partito del Movimento Sociale, scende in piazza in prima persona con i suoi massimi dirigenti per denunciare fatti che potrebbero essere favorevoli al golpe, quindi il golpe ai servizi segreti, agli uomini della P2, non mi interessano i servizi segreti, non mi interessano il Movimento Sociale, ma a quegli uomini che risulteranno tutti accumunati dalla militanza sotto la loggia P2 evidentemente non era più rispondente alle loro finalità il perseguimento di questo colpo di Stato. Senza andare tanto lontano arrivo subito alla conclusione del significato di tutto quello che vi ho detto, l’ha chiarito Vinciguerra: “nell’estate del ’74 i servizi segreti americani furono decapitati”, ci fu una grossa crisi dei servizi segreti. Qui non è fantapolitica, purtroppo è la triste realtà del Paese. Vorrei ricordarvi questa è storia, cosa avvenne nel ’67 in Grecia. In Grecia il colpo di Stato dei colonnelli avvenne il 21 aprile del ’67, forse sarà un caso ma anche il 21 aprile scoppia la bomba di Vaiano, l’Italicus scoppia il 4 agosto forse anche questo è un caso, il principale gruppo operante in Italia degli eversori greci durante il regime si chiama “4 agosto”, tutte casualità, però ce lo dice lo stesso Izzo. Nel ’67 la presa dello stato da parte dei colonnelli venne in attuazione del cosiddetto piano Prometeo. Era un piano elaborato dai servizi segreti Nato, non certamente a quel fine. Era un piano che voleva fronteggiare l’avanzata del comunismo e prevedeva varie possibilità di intervento eccetera. I colonnelli sfruttarono per i loro interessi quel piano ma certamente era un piano Nato dei servizi segreti. Nel novembre ’74 il noto giornalista Mario Tedeschi pubblica, il colpo di stato sappiamo che è già bloccato, un articolo che è veramente allucinante, lo pubblica su “Il Borghese” dice che “L’Italia ha l’alter ego del piano Prometeo si chiama piano di sopravvivenza” non so se sia vero, so che è fortemente probabile, perché se troviamo questo collegamento, allo stop del colpo di Stato che si era programmato da uomini della P2, facenti parte di quei settori che pure facevano da contorno a quest’intervento una risposta logica la possiamo trovare soltanto in quello che ha detto Vinciguerra: non era più possibile garantire un appoggio internazionale, una copertura di tipo internazionale a questo tipo di colpo di Stato per cui, ecco i diversi livelli di compartecipazione, chi aveva una compartecipazione di tipo di vertice, diversa da quella dal porre in essere un attentato di tipo terroristico fa il contrordine, ma fa il contrordine per il suo settore. Le frange estremiste, terroriste del neofascismo non possono essere messe a tacere, “no il colpo di stato non lo facciamo più”. Si cerca di fermarlo, si cerca di calmarlo per quello che si può. Si teme che possano andare avanti, indirettamente si denunciano. E indirettamente se ne prende le distanze. La denuncia Almirante-Covelli ha soltanto questo significato plausibile e logico. (…) Queste sono acquisizioni diciamo di date che precedono immediatamente la strage dell’Italicus: 8 luglio l’inoltro del rapporto Sid, 15 luglio denuncia Almirante-Covelli.

msi1

Sempre in ordine cronologico, quanto al loro formarsi, non quanto al loro venire in evenienza, abbiamo il colloquio Birindelli-Bittoni. Anche qui credo che vadano spese due parole, tenuto conto di questo quadro generale, per capire l’importanza di questo colloquio. Perché col colloquio Birindelli-Bittoni possiamo delimitare meglio l’area di osservazione: denuncia Sid, area del terrorismo in genere, gruppo eversore composito; la denuncia Almirante al contrario possiamo delimitarne nell’ambito di cui era la preoccupazione delle frange terroristiche che potevano operare; denuncia Birindelli da uno squarcio preciso perché fa di questo colloquio si fanno due nomi precisi, guarda caso due dei nostri imputati. Questo colloquio avviene, qui e su questo punto c’è un grosso problema perché sembra nascere, queste sono le prime dichiarazioni del generale Bittoni il 23 agosto 1974. E’ incerto se fosse il 18 o il 23, sicuramente dopo Ferragosto del 1974, siccome è stato in ferie fino al 22 sapeva che l’ammiraglio Birindelli l’aveva cercato, l’ho ricevuto immediatamente il giorno dopo, quindi è il 23. Queste sono le prime dichiarazioni che rende nel novembre ’81 al giudice Galasso di Firenze il generale Bittoni. La sentenza di primo grado scava a fondo su tutta questa vicenda, sono stati sentiti Birindelli, Bittoni, sono stati addirittura processati per questi fatti tenendosi una reticenza dell’uno, una falsa testimonianza dell’altro eccetera e alla fine giunge alle conclusioni che i ricordi dei personaggi non sono sicuramente affidabili, che anzi riscontri oggettivi fanno retrodatare il loro incontro a prima della strage dell’Italicus, dal che se di esecutori di attentati hanno parlato, parlarono con riferimento a Vaiano, l’unico attentato ai treni che precedette l’Italicus e su questo termina. Se lì vogliamo analizzare un attimino più a fondo, noi abbiamo la certezza che questo colloquio è sicuramente avvenuto dopo la strage dell’Italicus, che non poteva aver alcun riferimento a Vaiano e che si riferiva con precisione alla strage dell’Italicus. Birindelli, Bittoni, Tuminello: tre nomi che compaiono in questa vicenda tutti della P2. Birindelli, lo dice Fumagalli, ha un riferimento più specifico nel ’74 nelle trame eversive. Non è più quell’indiretto riferimento del rapporto Sid del ’70 per le quattro unità navali della flotta Nato che dovevano venire da Malta, qua si fa proprio espressamente il suo nome. Capo del complotto, di quello in cui era inserito il gruppuscolo Mar, che si doveva limitare ad accendere un focolaio in Valtellina, quindi era poca cosa quella che doveva fare il Fumagalli, era l’avvocato Degli Occhi. Costui disse che l’intervento del Fumagalli si esauriva in quel breve lasso di tempo, ma che altre forze della legione militare nord est e Nato capeggiata dall’ammiraglio Birindelli, qui per la prima volta si fa veramente il suo nome, sarebbe dovuta intervenire. Se Birindelli fa parte di questo gruppo eversore, Birindelli fa qualcosa di più: quando scoppia quello scandalo ai servizi segreti americani, sa che il colpo di Stato, perché chiaramente lui fa parte di quel livello superiore, non potrà essere attuato si dimette dal partito. Questo fa il Birindelli. Tant’è che diventerà il presidente del partito Covelli, che lo sostituisce, e i due, Covelli con Almirante andranno a fare la denuncia a Santillo. Perché si dimette dal partito? Perché denuncia il partito di essere troppo debole nei confronti dei terroristi di destra e quindi di dare l’immagine di un partito che non condanna con la doverosa severità la violenza che costoro stanno ponendo in essere, implicando in maniera negativa il buon nome del partito. Questo lo dice Birindelli a luglio. Se è vero però che Birindelli ha avuto questi rapporti con la federazione di Arezzo, conosceva perfettamente l’ambiente di Arezzo, conosceva quei giovani, non so come li frequentasse, che cosa vuol dire frequentare Birindelli per Franci, certamente è vero quello che ha detto Brogi, non so se lo frequentava, forse è improbabile nel senso che lo intendiamo noi, certamente lo corteggiava, faceva di tutto per mostrarsi zelante nel momento in cui faceva la guardia del corpo e partecipava ai servizi d’ordine. Birindelli sapeva che una denuncia verso quei giovani, che formalmente c’è, una denuncia di facciata prima di dimettersi dal partito, prima del luglio in concomitanza di quei fatti cui avvengono, sarebbe potuta stare pericolosa perché questi personaggi avevano fatto parte con lui del servizio d’ordine fino allora. Per fronteggiare questo è sufficiente l’uscita dal partito, poi si sa che il colpo di stato non dev’esser fatto. Birindelli si ritira. Succede un evento particolarmente grave qual è la strage dell’Italicus. Se allora Birindelli ha una necessità personale, che non è più di partito, di porre una frattura fra il suo nome che fa parte del gruppo eversivo, non già del gruppo terrorista, in senso specifico e pregnante, quest’interesse gli insorge quando vede che quegli attentati che non c’erano più stati, perché attenzione da giugno da quando lui si dimette fino ad agosto non succede più niente, ci si blocca ai primi di luglio, mi sembra l’ultimo sia il 5 luglio, scoppia l’Italicus, la paura è terribile. Perché la paura non è l’implicazione del partito ma del suo nome.  E deve lasciar traccia del suo intervento, ma non già per colpire i colpevoli, perché se noi ci mettiamo in quest’ottica chi sono i personaggi che si muovono, li guardiamo a fondo, vediamo da chi va. Da un generale prestigioso dell’Arma dei carabinieri, che è il generale Bittoni, però un uomo della P2 come lui. Il generale Bittoni cosa fa a seguito del colloquio, della denuncia che gli fa Birindelli? “Ho saputo dalla federazione di Arezzo, mi hanno passato un bigliettino – non può esser vero perché lo sapeva per conoscenza diretta i fatti che avvenivano della federazione di Arezzo – con cui si dice che Franci, Malentacchi e un terzo che non ricordo esattamente, forse Batani hanno fatto la strage dell’Italicus”. Notizia gravissima data il 23 di agosto, poi dirò perché sono sicuro di questa data, a un generale dell’Arma dei Carabinieri. Cosa fa Bittoni di tutto questo? Chiama il colonnello Tuminello e gli dice indaga, accertati. Fingiamo di credere a quello che dice la sentenza. Forse si sono sbagliati, parlavano di Vaiano, mettiamo che sia vero, che l’intervento sia stato prima quindi giugno-luglio e abbiano parlato di Vaiano. Questi tre sono responsabili per Vaiano. Il Tuminello fa fare delle indagini e accerta che il nome di Franci è sbagliato perché per Vaiano era ricoverato aveva un alibi e così via. Le indagini si fermano, non vanno avanti. Passa un mese scoppia l’Italicus, vivaiddio se anche quel colloquio fosse stato fatto prima, ma il Birindelli che ha un interesse personale ha porre una frattura fra il suo nome e costoro, Bittoni che ha già ricevuto una confidenza così grave, il colonnello Tuminello che ha già indagato in quel mondo non si ricorda che c’era stata una denuncia precedente, non fa ulteriori accertamenti per l’Italicus nei confronti di questi tre nomi o di questi due sicuri fatti (Franci e Malentacchi)? Perché una cosa è certa il capitano dell’Anno, mi sembra, portò i risultati delle indagini fatte erano esclusivamente per Franci e Malentacchi con riferimento a Vaiano. Il sospetto qual è? Che siano state fatte ad arte su un falso obiettivo. Perché non dovevano servire a scoprire i colpevoli, perché non si fanno le indagini a quel livello. Perché se è vero che quel colloquio è antecedente alla strage è assolutamente impensabile che un generale dell’arma dei carabinieri e un colonnello quando fanno questo di mestiere quando scoppia l’Italicus, non si ricordano che soltanto un mese prima e quindi da pochissimi giorni avevano indagato per un attentato ai treni, in Toscana con quei nomi, perché nulla di questo viene fatto. Ma se allora questo è vero e guarda caso, l’ho già detto forse prima, Tuminello risulterà iscritto nelle liste della P2, non possiamo dimenticarci che quand’è che Bittoni sente il dovere di riferire tutto questo alla magistratura? 74?, 75?, 76? ’81, novembre ’81 dopo che a gennaio sono stati sequestrati gli elenchi segreti di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi, dopo che nell’estate s’incominciano a trapelare i nomi dei possibili iscritti. Ma se la denuncia possibilmente non doveva essere fatta per colpire i colpevoli, ma per lasciare una traccia storica del fatto che il cospiratore Birindelli non poteva aver nulla a che vedere con costoro perché in epoca non sospetta li aveva già denunciati per fatti stragisti troviamo una risposta logica a tutto questo. Non dovevano essere fatte delle indagini, occorreva lasciare una traccia e la traccia c’è. Il rapporto che ci porta il colonnello Dell’Anno per le indagini fatte da Tuminello all’occorrenza questi nomi non lo avrebbero compromesso perché lui l’aveva denunciati, lui che già a giugno era uscito con protesta dal partito, troppo debole coi terroristi che si annidavano al suo interno. (…) Bittoni diede grande risonanza a questo, perché tutti quelli dell’Arma dei carabinieri sapevano che il prestigioso, perché era prestigioso come figura non era un uomo di secondo piano l’ammiraglio Birindelli, di primissimo piano (…). Poi la storia ha dimostrato che questa traccia non era necessaria perché nessuno aveva posto in collegamento l’ammiraglio Birindelli con costoro. Fino a che periodo? Perché dopo purtroppo vengono fuori questi collegamenti. Ne parlerò in seguito perché il nome dell’ammiraglio Birindelli diviene poi più pregnante all’interno dell’Italicus. Un breve accenno a quello che è stato il ricordo che ha lasciato l’ammiraglio Birindelli in questo procedimento penale, tanto per creare un momento di divagazione. Venne qui a deporre, ci fu il confronto davanti alla Corte di primo grado davanti al generale Bittoni, un confronto mi dispiace doverlo dire ma piuttosto umiliante per tutti e due da come viene verbalizzato, perché effettivamente preferiscono far la figura del reticente e del non più compos sui, piuttosto che ammettere quello che era la realtà e non poteva essere ammessa dagli interessi di entrambi. Tuti in una sua lettera commenta questo fatto. E’ noto leggendo i verbali di udienza di quel periodo che Tuti a Marco Affatigato che gli passava vicino gli disse: “adesso vammi a salutare Mennucci”  o qualcosa del genere. Affatigato denunciò il fatto perché Mennucci era stato appena ammazzato per infamità e ci fu un piccolo screzio in aula. Meno noto però che l’omicidio Mennucci esaltò tanto Tuti in quel periodo, che in una sua lettera a Francesca Mambro parla dell’episodio del confronto, la lettera è del 17.11.82, si era appena svolto in aula il confronto fra Bittoni e Birindelli in primo grado. E dice Tuti, certamente era presente, vediamo quello che dice a Francesca Mambro, che ha assistito a un confronto fra “un vecchio coglione e un vecchio infame. Quando durante l’intervallo l’infame mi è passato a un paio di metri dalla gabbia l’ho pregato molto garbatamente di salutarmi, appena lo vedeva, Mennucci”. Era tanto esaltato in quel periodo da questo omicidio che gli avevano fatto Fabrizio Zani ed amici che anche a Birindelli infame gli dice vammi a salutare Mennucci. L’infame nel loro gergo ha un significato ben specifico, non è casuale. (…) Fra la denuncia di Almirante e Covelli, fra l’inoltro del rapporto Sid e fra il colloquio Birindelli-Bittoni si inserisce però, perché seguo questa cronologia nell’insorgere dei fatti, quello strano episodio di Bono. Non mi voglio soffermare molto su Bono, sul volantino di rivendicazione di Bono. Però alcune cose le vorrei dire perché si è valorizzato in maniera pregnante in questo secondo grado l’episodio Bono. Vedete un errore grave è stato fatto in istruttoria, che non riconosco al giudice di primo grado perché il giudice di primo grado si mosse a ben altri livelli, è stato quello di aver frantumato tutti gli elementi accusatori come piste alternative. E non si è colto che queste piste, per la massima parte, scorporate quelle che non c’entravano assolutamente niente, però molte di queste piste si intersecavano fra di loro. Brevissimamente cosa succede: il giorno prima il 3, prima che scoppi la bomba, mi sembra si chiami Taverna della scimmia, un ristorante bolognese il cameriere avvicina la famiglia Faccioli gli dice “ah c’è troppo lavoro, perché il mio compagno Bartoli cameriere con me, stasera – lui è un ordinovista – è impegnato in qualcosa di grosso, che domani vedrete sui giornali che cos’è”. Scoppia la tragedia dell’Italicus, il giorno dopo i giornali parlano dell’Italicus, questa signora va immediatamente in Questura a denunciare il fatto. La Questura indaga, si scopre anche che questo Bono ha fatto un biglietto di rivendicazione della strage dell’Italicus a nome di Ordine Nero, ha fatto delle telefonate, che sono state registrate al Resto del Carlino, c’è la trascrizione di alcune telefonate in cui dice andate a vedere questo biglietto di rivendicazione. Insomma la pista si incanala chiaramente verso Bono. E’ abbastanza significativo: si scopre che questo Bono non vale una cicca, è un personaggio di uno squallore intellettivo incredibile. E dice giustamente la sentenza, ma insomma Bono noi non possiamo credere in alcun momento, perché anche se l’istinto di autoconservazione si deve lasciare anche a un pazzo come Bono, avrebbe impedito se egli fosse stato a conoscenza che quella notte si stava perpetrando la strage dell’Italicus di parlarne con tanta facilità presso l’ignara Faccioli. Non è una risposta appagante perché il giorno sei, tre giorni dopo, l’istinto di autoconservazione del pazzo è chiaramente in allarme, perché la strage si è verificata, incontra la Faccioli sotto la Questura e ha il coraggio costui di dirgli “Hai visto, te l’avevo detto. Quella sera il Bartoli è tornato a casa mia, è venuto a dormire da me tutto sconvolto perché ha detto che aveva visto bruciare un’auto, ma chissà avrà visto bruciare un treno mica un’auto lui”. Un pazzo sicuramente, una persona scriteriata, tutto quello che volete, l’istinto di autoconservazione non ce l’ha, però è così fuori da questo movimento? Vedete la sentenza si perde in moltissime pagine per dimostrare una realtà che è evidentissima: il Bono quel documento, quel volantino se l’è fatto da solo, a suo uso e consumo, per la sua esaltazione. Certamente nessuno di Ordine Nero gli ha detto fammi quel volantino. E’ una verità abbastanza evidente, però la sentenza l’approfonda talmente tanto che gli dedica uno spazio che non meritava. Insomma mi sembra sette-otto pagine per dimostrare che non poteva averlo avuto come ordine da Ordine Nuovo perché tant’è che fu visto il Poli, ben altro personaggio di Ordine Nuovo bolognese che gli andava rimproverare di aver fatto il volantino. Sì infatti, certamente è stata un’iniziativa personale di costui. Ma costui dove viveva, che cosa faceva? Era completamente fuori da questo mondo? No, purtroppo era dentro questo mondo, era inserito in questo mondo. Sarà colpa degli ordineristi bolognese che dovevano avvalersi di personaggi così squalificati, ma di lui si avvalevano. Perché è dentro? Vi leggo brevemente la trascrizione della telefonata che fa al “Resto del Carlino” Bono: “Lei redattore, sono quel ragazzo che ha telefonato ieri, di Ordine Nero. Sono lo scritturale di Ordine Nero. Io confermo che siamo stati noi a fare quell’attentato. Poi per quanto riguarda il volantino lo abbiamo scritto a macchina, con una macchina difettosa come ho sentito alla televisione – perché la televisione aveva commentato che aveva scritto – ma non siamo riusciti a scriverlo in caratteri gotici, caratteri che sanno quelli della polizia, perché non abbiamo il ragazzo, in quanto il ragazzo è carcerato in galera a Milano, non possiamo farci niente”. Il ragazzo è Fabrizio Zani che scriveva con i caratteri gotici, il quale non era carcerato a Milano, non è assolutamente vero che Ordine Nero gli ha detto di fare questo volantino, non è assolutamente vero che lui sia lo scritturale di Ordine Nero, però sa che Fabrizio Zani scrive in caratteri gotici e che è di Milano. Ma soprattutto c’è un altro episodio lo conoscete, l’accenno semplicemente: il Bono andò pochi mesi prima in quel di Genova a comprare armi per conto di Ordine Nero. Fu bidonato, perché gli diedero dei sassi al posto delle armi. E’ stato così intelligente da lasciar traccia anche di questo, perché è andato in Questura a denunciare che doveva essere l’acquisto di un apparecchio e non armi, macché apparecchio tu volevi le armi, eccetera, eccetera. Quindi abbiamo una traccia storica. (…) Parla di un volantino, parla in maniera preventiva o successiva, a me interessa poco, dell’Italicus. Il suo riferimento ci porta a Ordine Nero di Bologna, ci porta a quel Barbieri che guarda caso partecipa alla riunione di Montesilvano e un’altra riunione precedente insieme con tutti i massimi organizzativi della Toscana: Avanguardia Nazionale, Ordine Nero, Ordine Nuovo eccetera. Questo per dire cosa? Per dire che il responsabile è Bono, è il Barbieri? Assolutamente no. E’ una conferma ulteriore, perché Bono va utilizzato per quello, che il quadro associativo che già vi ha delineato il collega, deve spaccare quelle barriere ad arte posteci davanti, delle sigle, delle differenziazioni. Solo questo vuol dire l’episodio Bono, non è che ci può dire niente di più. Ci identifica un’area. Ma se noi abbiamo un avvicendamento graduale, sempre molto lento a quest’area, nei primi di dicembre, fine di novembre ’74 c’è una delimitazione molto più netta.

Il ruolo della mafia e della massoneria deviata – commissione stragi

Uccidere persone a caso, vecchi e bambini, clienti di una banca o passeggeri di un treno, in una parola «la strage», è stato un atto politico: un modo violento, barbaro, inaudito, per incidere sugli equilibri del paese e sulle sue istituzioni nell’ambito di strategie talvolta precise (ostacolare l’alternanza delle forze al governo) e in altri casi più confuse (indebolire lo Stato e ridurne la capacità di contrasto nella lotta alla criminalità organizzata). La cosiddetta strategia della tensione è stata quindi la «parte armata» di un progetto politico, o di più progetti politici, messi in atto da soggetti diversi via via spinti a collaborare e ad integrarsi tra loro per colpire lo Stato democratico. Così` l’eversione di destra si è saldata con parti importanti della mafia, di Cosa Nostra e della ’Ndrangheta, spesso attraverso la mediazione attiva di logge massoniche deviate divenute il punto di incontro di capi dell’eversione e di boss mafiosi.

E’ oggi possibile affermare che la mafia (Cosa Nostra e la ’Ndrangheta) e la cosiddetta «massoneria deviata» sono state coinvolte a vario titolo nella stagione eversiva 1969-1974. Il loro coinvolgimento, già emerso in inchieste giudiziarie e parlamentari del passato, è stato confermato negli anni ’90 da nuove importanti rivelazioni, raccolte sia in sede parlamentare che giudiziaria. Tommaso Buscetta e Luciano Liggio, pur motivati da intenti diversi (Buscetta dall’intento di collaborare con la giustizia, Liggio forse per lanciare oscuri messaggi) sono stati i primi a parlare di un coinvolgimento di Cosa Nostra nella fase preparatoria del tentativo golpistico di Junio Valerio Borghese. Il contatto tra gli uomini d’onore e Borghese sarebbe avvenuto attraverso esponenti di alcune logge massoniche.

liggio

In anni più recenti, e precisamente nel corso dell’audizione alla Commissione antimafia della XI legislatura, svoltasi il 16 novembre 1992, Buscetta ha fornito particolari inediti sulla vicenda. Egli ha dichiarato infatti che nel 1970 Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti e Stefano Bontate erano interessati a creare in Sicilia un «clima di tensione» che avrebbe dovuto favorire un colpo di Stato. Gli omicidi del giornalista Mauro De Mauro (16 settembre ’70) e del magistrato Pietro Scaglione (ucciso, si badi bene, il 5 maggio del ’71), così come le bombe fatte esplodere a Palermo da Francesco Madonia, sarebbero stati finalizzati a questo obiettivo.  Buscetta e Salvatore Greco (peraltro risultato affiliato ad una delle logge palermitane ubicate in via Roma 391), che all’epoca si trovavano in America, furono informati del progetto di Borghese dai boss Giuseppe Calderone e Giuseppe Di Cristina, ed invitati a tornare rapidamente in Italia per discuterne insieme. Passando attraverso la Svizzera i due raggiunsero Catania, dove si svolsero riunioni preliminari alla presenza di Luciano Liggio (all’epoca ivi latitante), Calderone e Di Cristina. Successivamente questi ultimi due si incontrarono a Roma con Junio Valerio Borghese, al fine di stabilire quella che sarebbe stata la contropartita di Cosa Nostra in cambio del suo intervento in Sicilia a fianco dei golpisti. Borghese promise l’aggiustamento di alcuni processi, in particolare quelli di Liggio, Riina e Natale Rimi.

demauro

Altra importante riunione si svolse a Milano, con la partecipazione di esponenti di Cosa Nostra del livello di Stefano Bontate, Badalamenti, Calderone, Di Cristina, Buscetta, Caruso. Avendo Borghese revocato la sua richiesta di avere un elenco nominativo dei soggetti mafiosi pronti a scendere in piazza con una fascia di riconoscimento al braccio, nel corso della riunione – prosegue nel suo racconto Buscetta – Cosa Nostra decise l’adesione al progettato colpo di Stato. Buscetta riprese quindi il volo per l’America, dove, appena giunto, fu arrestato. Racconta alla Commissione che, con sua grande sorpresa, la prima cosa che si sentì chiedere dalla polizia americana fu la seguente: «Lo fate o no questo golpe?» Egli fece finta di non capire e allora gli fu precisato che stavano parlando del golpe progettato da Borghese.

A Buscetta fu spiegato, in epoca successiva, (egli non indica da chi) che gli USA sostenevano il golpe. Nel corso della medesima audizione, Buscetta ha indicato nel colonnello Russo dei carabinieri il nominativo della persona incaricata di trarre in arresto il prefetto di Palermo. Ha inoltre specificato che i boss mafiosi non conoscevano Borghese; Di Cristina e Calderone furono infatti contattati da alcuni massoni che spiegarono loro cosa Borghese avesse in animo di fare e chiesero l’adesione preliminare di Cosa Nostra. Il massone che per primo stabilı ` con i due il contatto fu il fratello di Carlo Morana; ci fu poi un incontro, in un posto «dei massoni» (forse presso la sede di una loggia) e si pervenne ad una prima intesa di massima.

Sempre Buscetta, di fronte alla Commissione antimafia, ha poi parlato di un altro coinvolgimento di Cosa Nostra, anche questo mediato dalla massoneria deviata, in un tentativo golpistico. Lo ha definito «quello di mezzo» (chiaramente tra quello del ’70 e quello di Sindona del ’79), cioe` quello del 1974. Di questo progetto, dichiara Buscetta, aveva parlato Sindona a Stefano Bontate ed a Salvatore Inzerillo, appositamente incontrati in Sicilia attraverso Giacomo Vitale, il cognato di Bontate, massone.

© Copyright 2010 CorbisCorporation

Giacomo Vitale, lo ricordiamo, era affiliato ad una delle logge siciliane del «C.A.M.E.A.» – Centro Attivita` Massoniche Esoteriche Accettate, l’organizzazione massonica fondata a Rapallo nel 1958 dal medico Aldo Vitale insieme a Giovanni Allavena (alla guida del SIFAR nel 1966, legato a Licio Gelli e risultato iscritto alla loggia P2), Jordan Vesselinoff (finanziatore di Carlo Fumagalli) ed altri di cui non si conoscono ancora i nomi. Gli esponenti «cameini» Giacomo Vitale, Michele Barresi e Joseph Miceli Crimi rimasero poi, come e` noto, coinvolti nell’inchiesta sul finto sequestro di Michele Sindona.

Si ricorda inoltre che dagli atti dell’inchiesta padovana sulla «Rosa dei Venti» emerge la partecipazione di Sindona ad una riunione cospirativa svoltasi nel 1973, in una villa del vicentino, con la partecipazione, fra gli altri, di un generale statunitense. Sindona, nel 1973, era entrato nella loggia P2, insieme a Carmelo Spagnuolo, in seguito alla confluenza della comunione di Francesco Bellantonio, alla quale appartenevano (erano affiliati alla loggia coperta romana «Giustizia e Liberta`»), nel Grande Oriente d’Italia. Una importante riunione si era svolta nel 1973 a villa Wanda, presso l’abitazione aretina di Licio Gelli, con la partecipazione del generale Palumbo, comandante la Divisione carabinieri Pastrengo di Milano, del suo aiutante colonnello Calabrese, del generale Picchiotti, comandante la Divisione carabinieri di Roma, del generale Bittoni, comandante la brigata di Firenze, dell’allora colonnello Pietro Musumeci e di Spagnuolo, all’epoca Procuratore Generale presso la Corte d’appello di Roma. Tutti affiliati alla P2. La riunione tra massoni era stata indetta da Gelli per illustrare la situazione politica italiana, caratterizzata da una grande incertezza, ed esortare i presenti a sostenere soluzioni politiche di centro, operando con i mezzi a loro disposizione. Il discorso, stando alle direttive impartite da Gelli, avrebbe dovuto essere trasmesso ai comandanti di brigata e di legione dipendenti dai convenuti. Nell’occasione Gelli ipotizzò la costituzione di un governo d’ordine presieduto da Carmelo Spagnuolo.

Ma tornando a Buscetta, egli dichiara alla Commissione antimafia di avere appreso ulteriori notizie sul progettato colpo di Stato dal direttore del carcere dell’Ucciardone, dove all’epoca si trovava recluso, dottor De Cesare. Il golpe era stato ideato da massoni e da militari insieme. In occasione dell’insurrezione, Buscetta sarebbe stato aiutato ad evadere, passando per l’abitazione privata del De Cesare.

Antonino Calderone, altro collaboratore di giustizia, nel confermare alla stessa Commissione antimafia l’avvenuto viaggio del fratello Giuseppe a Roma per incontrare Borghese, così riassume quello che il principe disse al congiunto per spiegargli la «strategia del golpe». Disse «che Roma era il centro e tutta l’Italia era periferia. Si doveva occupare prima di tutto il Ministero dell’interno e la RAI. Dal Ministero dell’interno un loro uomo avrebbe diramato a tutti i prefetti l’ordine di levarsi perché sarebbero stati sostituiti da altri uomini. Dovevamo accompagnarli noialtri mafiosi o i fascisti per farli insediare: se i prefetti non si volevano levare dovevamo intervenire noialtri. Borghese disse che dovevamo arrestarli e mio fratello rispose che non avevamo mai arrestato persone e che, se voleva, li potevamo ammazzare. Gli dissero che ci avrebbero dato delle armi, se mandavamo degli uomini a Roma, e che ci avrebbero fatto sapere la data. Hanno fissato la data ed e` partito dalla Sicilia Natale Rimi con altri due. Gli hanno dato dei mitra, in quella famosa notte, dicendo: “Se sentite a Roma sparare qualche colpo…” Noi aspettavamo all’aereoporto il ritorno di questi». Calderone aggiunge che se le cose fossero andate bene l’insurrezione sarebbe scoppiata anche in Sicilia.

Anche Leonardo Messina, altro collaboratore di giustizia, ha fornito sulla vicenda la sua versione dei fatti alla Commissione antimafia presieduta dall’onorevole Violante.  «Ci sono stati momenti nella mia vita – ero un ragazzo -» ha dichiarato Messina «nei quali abbiamo controllato alcuni obiettivi da assaltare. Aspettavamo un ordine perché dovevamo assaltare la caserma dei carabinieri e altri uffici». Ciò accadde, prosegue Messina, nel 1970-1971. L’ordine ricevuto era quello di assaltare caserme, prefetture e municipi. Il gruppo di Messina, composto di circa 20 giovani (uomini d’onore ed «avvicinati»), coordinato da un anziano mafioso di San Cataldo, Calò, era stato armato. Tutto era stato predisposto per entrare in azione, ma l’ordine non arrivò e Messina non venne mai a conoscerne le ragioni, in quanto il posto occupato nella gerarchia di Cosa Nostra non gli consentiva di fare domande, ma solo di ubbidire. Una situazione analoga, rivela Messina, si verificò poi tra la fine del ’73 e l’inizio del ’74.

Il quadro che complessivamente emerge dalle dichiarazioni di questi collaboratori di giustizia appare chiaro: i vertici di Cosa Nostra, attraverso esponenti massonici, hanno dialogato e trattato, nell’arco di tempo 1970-’74, con esponenti della destra eversiva ideatori di progetti golpistici. Non è  chiaro fino a che punto l’organizzazione mafiosa abbia condiviso tali progetti, i quali, essendo peraltro dichiaratamente anticomunisti, non avrebbero dovuto esserle sgraditi. Emerge dalle dichiarazioni che, nel 1970, in cambio di un sostegno di tipo militare alle operazioni, che avrebbe dovuto fondamentalmente dispiegarsi in Sicilia, fu chiesta la revisione di alcuni processi. Non sappiamo quali fossero le contropartite richieste negli anni successivi, quando il tentativo del ’70 fu reiterato. Non è comunque difficile ipotizzare, alla luce di quanto è stato possibile appurare in ordine al progetto separatista del ’79 di Sindona ed ai suoi collegamenti con la ripresa, in quello stesso anno, della strategia delle bombe e degli attentati che culminerà con la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, che Cosa Nostra abbia sostenuto tali progetti per perseguirne uno proprio, il suo sogno politico di sempre: il separatismo.

Affiancare al controllo del territorio il controllo delle istituzioni, separare la Sicilia dal resto del Paese, ha rappresentato un’aspirazione di Cosa Nostra fin dallo sbarco degli alleati nell’isola. Quanto, con il passare degli anni, l’obiettivo sia stato realmente perseguito o soltanto minacciato, attiene a quella dialettica tra poteri invisibili ed istituzioni di cui si parlava all’inizio, con riferimento agli ideatori delle stragi.

Le ricordate dichiarazioni dei collaboratori di giustizia trovano un importante riscontro nella sentenza-ordinanza del ’95 del giudice istruttore milanese Guido Salvini. Dalla sua lettura si evince che il muro di omertà infranto per la prima volta da Buscetta nel 1984 era stato sapientemente edificato dal SID dieci anni prima, quando furono trasmessi alla magistratura i rapporti del reparto D (al cui vertice si trovava il generale Maletti, affiliato alla P2), omissati di ogni riferimento a Gelli, a Cosa Nostra ed agli intermediari tra Borghese e gli uomini d’onore. Nei rapporti furono infatti espunte tutte le informazioni che sull’argomento erano state raccolte nel corso dei colloqui, registrati, svoltisi a Lugano tra il capitano Labruna (P2) ed il costruttore Remo Orlandini (quest’ultimo, stando alla testimonianza resa dal generale Rosseti alla Commissione P2, sicuramente affiliato alla loggia di Gelli nel ’72) e furono totalmente non citate quelle emerse nel corso delle conversazioni svoltesi a Roma, nell’appartamento di via degli Avignonesi, tra Labruna, Romagnoli e le «fonti» Maurizio Degli Innocenti e Torquato Nicoli.

Le bobine contenenti le registrazioni originali di tutte queste conversazioni sono state come è noto consegnate dal capitano Labruna al giudice istruttore dottor Salvini nel ’91. Si legge a pagina 282 del citato provvedimento: «Nel colloquio in data 13 marzo 1973, Orlandini racconta che il capo della massoneria di Arezzo, Licio Gelli – da lui definito una «potenza» e un uomo senza scrupoli – era stato uno dei primi ad aderire al Fronte Nazionale e che sin dal periodo precedente al tentativo del 1970 almeno 3.000 ufficiali iscritti alla massoneria avevano aderito ai gruppi golpisti, pronti al «momento x» ad essere al fianco del tentativo di mutamento istituzionale».

Il ruolo di Licio Gelli, nei progetti in corso negli anni 1973-1974, non sembra però essere di primaria importanza come nel tentativo del ’70, in quanto Remo Orlandini afferma che lo stesso Gelli, benché fosse stato uno dei primi aderenti al Fronte, era stato negli anni successivi emarginato perché troppo poco idealista e troppo assetato di potere e di denaro. Remo Orlandini, confidandosi con Labruna, mostra disprezzo nei confronti di Licio Gelli («è un truffaldino, è un uomo capace di qualsiasi azione, di qualunque cosa», «più di tutto legato alla mafia»;) e ricorda all’ufficiale uno specifico episodio emblematico dei loschi affari di Gelli.

Si legge inoltre a pagina 301 e seguenti della medesima sentenza-ordinanza:«L’altro argomento, emerso con chiarezza nel corso del colloquio svoltosi in data 31 maggio 1974 in via degli Avignonesi, è la presenza a Roma, la notte del 7 dicembre 1970 e nei giorni immediatamente precedenti, di un gruppo di mafiosi siciliani incaricati di eliminare il Capo della Polizia […]». Anche in questo caso il brano dell’«interrogatorio» condotto dal colonnello Romagnoli merita di essere riportato integralmente. A Torquato Nicoli, che aveva appena accennato all’obiettivo Ministero della difesa di cui si doveva occupare il consistente gruppo ligure di cui lo stesso Nicoli faceva parte, il colonnello Romagnoli pone infatti la domanda in modo diretto: «Romagnoli: Tu mi dici anche che tu hai appreso che un nucleo di uomini proveniente dalla Sicilia avrebbe dovuto essere messo a disposizione di Drago, anzi già era stato messo a disposizione di Drago per fare fuori Vicari. Nicoli: Non è esatto “era stato messo”. Dunque qui c’era un’intesa, da quello che so, Salvatore Drago-Giacomo Micalizio-Mafia.

Romagnoli: Drago?

Nicoli: Micalizio-Mafia.

Romagnoli: Sì.

Nicoli: Questi mafiosi avrebbero dovuto far fuori Vicari. A un bel momento non avevano le armi per farlo fuori.

Labruna: E questi mafiosi provenienti dalla Sicilia, che poi conoscevano le abitudini di Vicari […]».

Dal prosieguo della conversazione si apprende che il gruppo di mafiosi la notte tra il 6 e il 7 dicembre del ’70 era stato alloggiato all’Hotel Cavalieri. Dopo avere osservato che molto probabilmente doveva trattarsi del Residence Cavalieri, ove all’epoca era più facile non essere registrati, il dottor Salvini osserva che «nel discorso di Torquato Nicoli, il collegamento fra il gruppo di mafiosi e il medico catanese – e l’altro importante congiurato di origine siciliana, Giacomo Micalizio – non è l’elemento che basta a spiegare l’omissione operata nel rapporto, le cui ragioni devono essere trovate altrove e vanno oltre i probabili rapporti fra il dottor Drago e la mafia siciliana. Bisogna infatti ricordare che il dottor Salvatore Drago non solo era molto vicino all’epoca al capo dell’Ufficio Affari Riservati, dottor Federico Umberto D’Amato, ma era iscritto alla P2, come del resto lo stesso D’Amato, mentre Giacomo Micalizio era anche egli iscritto ad un’altra loggia della Massoneria».

Sul punto il giudice istruttore conclude osservando che essendo stato espunto dal rapporto il nome di Gelli, appare del tutto comprensibile l’omissione del riferimento a Drago, al fine di «recidere un altro collegamento fra il livello più alto della congiura, rappresentato da alcuni uomini vicini a Licio Gelli, e gli avvenimenti del 7-8 dicembre 1970».

Come si vede, dalle bobine consegnate al magistrato dal capitano Labruna emergono ulteriori elementi di conoscenza in ordine alla partecipazione di Cosa Nostra al progetto golpistico del ’70 ed ai rapporti con Gelli e con la loggia P2. Circa l’appartenenza alla massoneria di Drago e Micalizio, non si conosce sulla base di quali fonti documentali o testimonianze il giudice istruttore milanese abbia scritto che il primo faceva parte della loggia P2 ed il secondo di altra organizzazione massonica. Si può soltanto osservare che nel rapporto trasmesso nel 1975 dal direttore dell’IGAT (Ispettorato Antiterrorismo), dottor Santillo, al giudice bolognese Zincani, titolare dell’inchiesta su «Ordine Nero», Drago e Micalizio sono indicati tra gli affiliati alla P2, sulla base di notizie giornalistiche.

La presenza certa della P2 nella vicenda del golpe del ’70 si è manifestata, come abbiamo già detto, attraverso Gelli ed Orlandini. Sono poi risultati affiliati a questa stessa loggia altri protagonisti della cospirazione: i generali Fanali, Casero e Lo Vecchio, l’ammiraglio Torrisi (il cui nominativo fu, come quello di Gelli, espunto dai rapporti del SID del ’74) e l’avvocato Filippo De Jorio, direttore di «Politica e Strategia» e collaboratore dell’onorevole Andreotti.

L’elenco sarebbe destinato ad accrescersi se, oltre alla loggia di Gelli, si dovessero esaminare i coinvolgimenti di altre organizzazioni massoniche. Quanto già detto, è comunque sufficiente a dimostrare che più soggetti erano interessati a quel golpe e a quelli che, negli anni immediatamente successivi, rappresentano il tentativo di reiterarlo. Soggetti concorrenti, dunque, mossi da obiettivi diversi ma tali che, per essere realizzati, hanno spinto ad alleanze per così dire tattiche. Gli uomini del principe Borghese volevano raggiungere certi scopi; Gelli si inserisce nell’operazione con altre finalità (vedi testimonianze rese da Paolo Aleandri alla Commissione P2); Cosa Nostra altre ancora.

Resta infine l’interrogativo che riguarda determinati ambienti massonici, che svolsero una importante funzione di collegamento tra soggetti diversi: perseguivano anche essi un fine autonomo o svolsero semplicemente un ruolo di collante? Non si deve dimenticare, in proposito, una delle fondamentali caratteristiche della massoneria, in generale, vale a dire i suoi collegamenti internazionali. Settori di quella italiana, in particolare, hanno subito la comprovata influenza (sotto certi aspetti peraltro comprensibile) della massoneria americana, in quegli anni la più forte del mondo. Un dato è certo: non molti anni dopo (1977-1979) i vertici di Cosa Nostra decisero di entrare direttamente, senza più intermediazioni, in varie logge massoniche coperte, le più potenti dell’epoca. La nuova alleanza si preparava in questo modo ad affrontare la stagione eversiva 1979-’80.

Stando ad altra ricostruzione fornita da Vincenzo Vinciguerra, la ‘Ndrangheta avrebbe mobilitato, la sera del golpe, ben 1.500 uomini armati ed era pronta, all’occorrenza, a metterne a disposizione altri 2.500. Di particolare interesse un’altra testimonianza raccolta dai magistrati reggini, quella del mafioso Giovanni Gullà, il quale parla di una riunione svoltasi nel ’73 a S. Elia tra Stefano Delle Chiaie, lo Zerbi, il noto Bruno di Luia e lo ‘ndranghetista Giuseppe Calabrese, nel corso della quale sarebbe stata raggiunta un’intesa tra le due parti: Avanguardia Nazionale avrebbe fornito armi ed esplosivi all’organizzazione mafiosa che, in cambio, avrebbe assicurato un appoggio logistico nella zona.Ancor più interessante la compagine dei presunti partecipanti ad altra riunione, riferita dal collaboratore Giuseppe Albanese fin dal 1984, in un memoriale, riunione che si sarebbe svolta in epoca non meglio precisata in provincia di Catanzaro, dove Borghese aveva una proprietà (trattasi, con ogni probabilità, della villa “La Spagnola”, ubicata sulla costa tirrenica, in prossimità di Tropea).

Questo l’elenco dei presunti partecipanti al summit: Lino Salvini (all’epoca Gran Maestro del G.O.I.) il generale Birindelli (iscritto alla P2), Edgardo Sogno (iscritto alla P2), Stefano Delle Chiaie (successivamente risultato essere in rapporti con Licio Gelli), Claudio Orsi, Maletti o Miceli (entrambi affiliati alla P2), Natale Manaò, Felice Genoese Zerbi (in alcune testimonianze indicato come affiliato alla massoneria; il fratello, Carmelo, era iscritto alla P2), Ciccio Franco ed altri.

Di questa riunione, anche essa citata nel provvedimento della DDA di Reggio Calabria, non si hanno riscontri. Certo è che in quegli anni la commistione tra gli ambienti di appartenenza dei presunti partecipanti era effettivamente molto forte. Per chiudere sull’argomento non si può non ricordare, sia pure brevemente, la diversa lettura data dai magistrati reggini, sulla base delle nuove emergenze, della strage di Gioia Tauro (22 luglio 1970), nella quale rimasero uccise 6 persone e si contarono 72 feriti. Anche essa sarebbe maturata nello stesso contesto eversivo fin qui descritto. Si trattò, si legge nel più volte citato provvedimento, di una vera e propria strage «degna di essere collocata, per gravità di effetti e numero delle vittime, tra quelle più note, come la strage di piazza Fontana a Milano, quella di piazza della Loggia a Brescia, quella del treno Italicus a Bologna».

La stagione eversiva in Calabria, come abbiamo già accennato, prosegue ben oltre la «notte della Madonna»; le analogie con gli scenari che si andavano delineando dall’altra parte dello stretto, in Sicilia, sono inquietanti. I nuovi tentativi eversivi assumono anche in Calabria le connotazioni del separatismo. Il collaboratore di giustizia Cesare Polifroni ha parlato ai magistrati reggini dei rapporti intercorsi tra Antonio D’Agostino, detto Totò, ed il leader libico Gheddafi. Si ricorda che D’Agostino, ucciso nel novembre del ’76 a Roma, era stato accusato di aver partecipato al summit di Montalto, ma poi assolto per insufficienza di prove. Collegato con la delinquenza organizzata romana, milanese e piemontese, sarebbe stato confidente del giudice Vittorio Occorsio.

«In una occasione», ha dichiarato Polifroni, «D’Agostino e Gheddafi si incontrarono personalmente presso la gioielleria Bulgari. Il motivo di questi contatti era la preparazione di un piano per attuare in Italia un colpo di Stato o quanto meno la separazione in Calabria ed in Sicilia con l’appoggio di Gheddafi e della destra eversiva». Vale forse la pena ricordare che l’avvocato Michele Papa, legato a Gheddafi e rappresentante degli interessi libici in Sicilia, è risultato essere frequentatore delle logge coperte trapanesi coordinate da Giovanni Grimaudo (aderenti alla comunione massonica del noto Giuseppe Mandalari) che celavano la propria attività all’ombra del «Centro culturale Scontrino». Massone per sua stessa ammissione, Papa rappresenta l’unico agente fino ad oggi individuato della rete «Z» del Supersismi operativa in Sicilia.

Polifroni ha anche parlato ai magistrati della DDA di Reggio dei rapporti dello stesso D’Agostino con il finanziere Michele Sindona. «Mi disse il D’Agostino che dava i soldi a Sindona per una giusta causa e che lui aveva molti soldi da gestire di tutte le famiglie della ‘Ndrangheta e che dava a Sindona. Si trattava della vicenda del golpe finanziato con questi soldi. Totò D’Agostino si incontrava a Milano con Luciano Liggio sempre nello stesso periodo e, penso, per la vicenda del golpe».

Essendo stato ucciso nel ’76, il golpe a cui era interessato D’Agostino, per conto della ‘Ndrangheta, non può certo essere quello progettato da Sindona nel ’79. Non può che trattarsi o del golpe del ’70 o, più probabilmente, di quelli progettati nel ’73 e nel ’74. Circa quest’ultimo, ne parla, sempre ai magistrati reggini, il collaboratore Filippo Barreca, che aveva ospitato Freda a Reggio durante la sua latitanza: «In quel periodo con Freda avemmo anche occasione di parlare della rivolta di Reggio, da cui secondo lui doveva partire una rivolta armata estesa a tutta Italia. Successivamente, tra il ’78 e il ’79, epoca in cui era già terminata la prima guerra di mafia, Paolo De Stefano e Vittorio Canale ebbero a dirmi in più occasioni che dovevamo armarci per prepararci alla guerra civile che sarebbe dovuta scoppiare in Italia, almeno secondo il loro disegno. Da quello che io capivo, c’era un progetto di colpo di Stato nel caso in cui la sinistra fosse andata al potere; questi discorsi erano successivi al sequestro ed all’omicidio dell’onorevole Moro. Paolo De Stefano era anche legato a Concutelli e a quanto io ho saputo fu lo stesso De Stefano a fare da delatore per il suo arresto. Ricordo adesso un altro episodio molto significativo. Nel 1974 mi trovavo a Crotone insieme a Giovanni De Stefano che dopo poco tempo sarebbe stato ucciso al Roof Garden.

In quella città Giovanni mi presentò alcuni esponenti della massoneria tra cui un commerciante di pneumatici di cui non ricordo il nome; si trattava di persone che mostravano di conoscere bene Giovanni De Stefano e probabilmente era massone anche lui. Durante quel viaggio Giovanni De Stefano mi disse che da là a qualche giorno sarebbe dovuta scoppiare una bomba alla Standa o all’Upim di Reggio Calabria, cosa che avvenne veramente. La bomba doveva servire a creare una situazione di terrore, Giovanni mi disse che la bomba sarebbe stata collocata da loro su incarico di personaggi di primissimo piano».
Il diverso rapporto stabilito dalla ‘Ndrangheta con settori della massoneria, che come dicevamo non svolse, come in Sicilia, una funzione di collegamento con ambienti della destra golpista, non ne attenua di certo le implicazioni e la connotazione eversiva, semmai il contrario. Verso la metà degli anni ’70, infatti, e quindi in anticipo rispetto al processo di inserimento che Cosa Nostra intraprenderà più tardi, la ‘Ndrangheta, istituendo il grado della «Santa», modificò il suo assetto organizzativo interno proprio al fine di consentire l’ingresso mirato della cupola mafiosa (33 «santitisti») nella massoneria coperta. Il processo di integrazione raggiunse il suo apice negli anni successivi, come in Sicilia, e precisamente nel ’79, quando durante la latitanza a Reggio Calabria del terrorista nero Franco Freda, e con il suo determinante contributo, fu costituita quella segretissima «Superloggia», con diramazioni a Messina e Catania, collegata all’organizzazione massonica di Stefano Bontate, la «Loggia dei Trecento ». Alla stessa, oltre ai più importanti capi bastone della ‘Ndrangheta, avrebbero aderito esponenti della destra eversiva, fratelli già affiliati alla P2 e ad altre logge coperte, uomini politici, rappresentanti delle forze dell’ordine e del mondo imprenditoriale, magistrati. Che il momento più alto della saldatura tra interessi apparentemente così diversi avvenga proprio nel ’79, attraverso processi analoghi portati a compimento sia in Sicilia che in Calabria, e con la costituzione di una sorta di holding che oltre ad essere trasversale alle varie organizzazioni aderenti, immaginiamo possa anche avere avuto un suo vertice decisionale, ci sembra imporre la necessità di un adeguato approfondimento delle vicende, di una adeguata riflessione. Il ’79, anno cruciale della strategia della tensione, non è oggetto di esame di questa prima relazione. Osserviamo però fin da adesso, esprimendo quindi nello stesso tempo anche un’autocritica, che sarà importante acquisire, prima di compiere questi approfondimenti, gli atti giudiziari e parlamentari utili per avere un quadro di riferimento documentale il più possibile completo, tale da consentire una visione del problema a 360 gradi.

Non vi è dubbio che nel corso dei suoi lunghi lavori e pur avendo acquisito una quantità sterminata di documenti, la Commissione stragi e terrorismo ha trascurato aspetti della strategia della tensione (il quadro complessivo delle alleanze da cui è scaturita) che inchieste parlamentari e giudiziarie hanno negli ultimi anni imposto all’attenzione, portando lentamente alla luce l’esistenza di un «sistema eversivo Italia» che, senza nulla togliere al ruolo degli esecutori materiali di attentati, stragi e tentativi golpistici, appare necessario illuminare a giorno se si vogliono fino in fondo perseguire le finalità indicate nella legge istitutiva, individuando la trama delle alleanze, delle collusioni, degli interessi e dello scambio di favori che si è celata dietro le stragi ed i tentativi golpistici. Lavorare in questa direzione vuol dire occupare un ambito di attività precipuo di una Commissione parlamentare di inchiesta, distinto da quello della magistratura inquirente, alla quale non compete la ricostruzione di decenni di storia eversiva e criminale del nostro paese. Una ricostruzione possibile soltanto attraverso una lettura incrociata nel tempo di tutte le fonti parlamentari e giudiziarie disponibili.

L’incontro tra organizzazioni eversive ed organizzazioni mafiose, di cui si è parlato, sarà destinato a segnare con il sangue la vita del paese in anni a noi più vicini, quando lo scambio di esperienze e modalità operative troverà una sua pratica applicazione nella strage del 23 dicembre 1984. Si legge nella «Relazione sui rapporti tra mafia e politica» della Commissione antimafia istituita nella XI legislatura, relazione, si badi bene, approvata prima delle stragi del maggio e del luglio del ’93.

«Pippo Calò non ebbe difficoltà, previa informazione alla Commissione provinciale di Cosa Nostra, a contattare ambienti del terrorismo di estrema destra e della camorra per organizzare l’attentato al rapido 904 (23 dicembre 1984) al fine di deviare dalla mafia l’attenzione dei mezzi di informazione, dell’opinione pubblica e delle forze di polizia. Nelle settimane precedenti alla strage, grazie alle dichiarazioni di Buscetta e di Contorno, e al preciso lavoro degli uffici giudiziari di Palermo, erano stati emessi ed eseguiti molti mandati di cattura. Cosa Nostra risponde con la strage per distogliere dalla mafia l’attenzione dell’opinione pubblica.