La fuga dal carcere e le rivelazioni di Aurelio Fianchini

Verso le ore 20.30′ del 15 dicembre 1975 Fianchini Aurelio, Franci Luciano e D’Alessandro Fe­lice evadevano dalla Casa circondariale di Arezzo dopo aver segato l’inferriata della cella n.3, occupata dal Fianchini, ed aver superato il muro di cinta con una rudimentale corda ottenuta da due lenzuola e da un copriletto. L’evasione veniva scoperta verso le 22: nei pressi del muro di cinta, in corrispondenza del lato posteriore della sezione, veniva rinve­nuta una borsa di plastica contenente della biancheria ed alcuni scritti.

Come risulterà poi dalle dichiarazioni del Franci e del Fianchini, i tre evasi, delusi per non aver trovato i complici e le macchine che secondo le assicurazioni dello stesso Fianchini avrebbero dovuto attenderli, si erano avviati a piedi, di corsa, lungo la strada delle “7 porte”. Giunti ad un passaggio a livello della linea ferroviaria Casentinese, avevano proseguito al margine della stessa verso la stazione. Il Franci però, sia perché non riusciva a reggere il passo dei compagni, sia perché temeva di essere riconosciuto una volta giunto alla Stazione ferroviaria, si staccava e rimasto solo raggiungeva l’abitazione del sindacalista CISNAL Al­biani Valeriano, un amico al quale chiedeva aiuto. L’Albi ani gli consentiva di entrare soltanto per tagliarsi i baffi: il Franci quindi, dopo aver passato la notte in un garage, raggiungeva i campi circostanti l’aeroporto, girovagando a suo dire nella zona fino alla sera del 16 dicembre quando, dopo aver rubato un ciclomotore, si era rivolto per aiuto ai frati del locale Convento dei Cappuccini. Avendo detto di essere un evaso, era stato convinto a costi­tuirsi, e gli stessi frati avevano preso i necessa­ri contatti telefonici.

Il Fianchini ed il D’Alessandro invece, raggiunta la stazione ferroviaria, avevano preso il “locale” in partenza alle 21.54 per Chiusi, ove erano giun­ti alle 22.56′. Di qui un tassista, certo Minitti Ivo, li aveva condotti ad Orte, ricevendo il prezzo della corsa in 19.000 lire. Anzi uno dei due clienti, non disponendo della somma, aveva offerto di pagarne una parte in francobolli: avendo esso Minitti rifiutato, il cliente stesso aveva provve­duto a cambiare i francobolli. Da Orte, ove erano giunti verso la mezza, gli evasi, a dire del Fianchini, avevano proseguito a piedi lungo la linea ferroviaria fino a Civita Castellana, da dove in treno avevano raggiunto Roma di prima mattina. Qui i due evasi, dopo essersi incontrati con degli amici che avevano dato loro il danaro necessario per ripulirsi e per cambiarsi d’abito, si erano presentati alla redazione del settimanale “Epoca”. Dopo questo primo contatto, i due si erano separati: il Fianchini aveva telefonato al suo legale, avv. De Benedictis di Macerata, col quale il giorno successivo era tornato alla redazione di Epoca. Qui, parlando con la giornalista Sandra Bonsanti, la quale nella circostanza era in compagnia del collega Pino Bianchi, di “Paese Sera”, aveva rivelato di aver appreso dal Franci che l’attentato al treno Italicus era stato organizzato e portato a termine dalla cellula toscana, del Fronte Nazionale Rivoluzionario;

che la bomba, preparata ad Arezzo, era stata portata a Firenze, con la sua Fiat 500, da tale Luddi Margherita, amante del Franci, la quale l’aveva consegnata a certo Malentacchi Piero, il quale col Franci, che all’epoca lavorava come carrellista alla Stazione ferroviaria di Firenze, l’aveva poi collocata sul treno.

Tutto ciò veniva comunicato per telefono nello stesso pomeriggio del 18 dicembre 1975 dal giornali­sta Paolo Zardo, di “Paese Sera”, alla Questura di Bologna, la quale provvedeva immediatamente ad avvertire il G.I., segnalando come riscontro il fatto che il Fianchini si fosse già costituito, come consiglia togli dai giornalisti, presso gli uffici della Squa­dra Mobile romana.

In questa sede il Fianchini, premesso di aver aderito alla “Quarta internazionale” usufruendo per circa 2 anni del “Soccorso rosso” e che il D’Alessandro era stato segretario della F.G.C.I. di Cortona, assumeva che l’evasione aveva avuto lo scopo di portare il Franci avanti ai giornalisti per fargli confermare quanto gli aveva rivelato in precedenza, aggiungendo che per convincerlo gli era stato falsamente promesso un espatrio clandestino.

Per quanto riguarda le rivelazioni, il Fianchini precisava che circa un mese e mezzo prima (ossia verso i primi di novembre), in diversi colloqui , cui talvolta aveva presenziato il D’Alessandro, il Franci gli aveva confidato che l’attentato all’Italicus era stato opera del Fronte Nazionale Rivolu­zionario. Mario Tuti aveva fornito l’esplosivo, Piero Malentacchi aveva piazzato l’ordigno sul treno a Firenze, ed esso Franci, che lavorava presso quel la Stazione ferroviaria, aveva fatto da palo. L’or­digno l’aveva preparato il Malentacchi, che aveva acquisito una specifica competenza durante il ser­vizio militare.

Adduceva ancora il Fianchini di aver appreso dal Franci che con l’attentato si voleva creare il caos nel paese per favorire un successivo golpe e che l’esplosivo era di tipo diverso da quello usa­to per l’attentato di Terontola.

Esaminato dal G.I. il 20 dicembre 1975 il Fianchini, nel confermare queste dichiarazioni, precisa va che dopo essere giunto nel carcere di Arezzo ai primi di agosto, era entrato in confidenza col Franci nonostante la loro diversa collocazione politica.

Avendo appreso dalla lettura dei giornali che al Franci ed al suo gruppo veniva attribuita la re­sponsabilità di molti attentati dinamitardi, aveva tentato di indurlo a parlare. Gli aveva così pro­spettato la possibilità di un espatrio clandestino: probabilmente il Franci aveva preso in seria considerazione l’offerta, perché aveva attenuato la sua diffi­denza, cominciando a fornire informazioni sull’attentato di Terontola il suo ruolo – aveva raccontato – era stato del tutto marginale,di solo collegamento. L’e­splosivo infatti era stato fornito dal Tuti, e l’aveva trasportato un certo Luca,con la macchina dello stesso Tuti. L’attentato quindi era stato opera materiale del Gallastroni e di un tal Morelli. Dopo circa un mese da questa prima confidenza, fatta in presenza del D’Alessandro il Franci, in diversi colloqui,avvenuti nella sua cella o passeggiando in sezione,gli aveva parlato dell’attentato all’Italicus; l’esplosivo ed il timer gli erano stati consegnati dal Tuti. Esso Franci li aveva trasportati a bordo della macchina della Luddi e con­segnati al Malentacchi il quale,esperto in esplosivi per essere stato artificiere durante il servizio militare,aveva confezionato l’ordigno e l’aveva piazzato sul treno(favorito da esso Franci, che all’epoca lavo­rava presso la stazione di Firenze.

Il Fianchini ribadiva che il D’Alessandro era stato forse presente a qualcuno dei colloqui: l’aveva comunque informato delle rivelazioni del Franci,ed era possibile che il D’Alessandro stesso ne avesse fatto cenno nel suo diario,di poi smarrito durante l’evasione.

Assumeva di non aver insistito col Franci sui particolari per non insospettirlo, riservandosi di approfondire quando, una volta evasi, gli fosse riuscito di portarlo presso qualche giornale. In un primo tempo avevano pensato al settimanali “L’Espresso”, cui avevano anche indirizzato una lettera. Poiché questa non era stata spedita ed era andata smarrita durante l’evasione, avevano ritenuto prudente cambiare progetto, e cosi a Roma erano entrati in contatto col settimanale “Epoca”.

Avevano preannunciato una visita del Franci, col quale speravano di potersi incontrare a Firenze tramite una certa “Mary”, che lavorava in una tavola calda nella zona della stazione di S. Maria Novella ed avrebbe potuto condurli presso certo Pino, dal quale il Franci intendeva recarsi.

Avevano cosi trascorso il pomeriggio del 16 e la notte successiva presso gli amici che li avevano aiutati. La mattina del 17 avevano appreso dalla stampa che il Franci si era costituito.

Separatosi dal D’Alessandro, esso Fianchini si era visto costretto a rinunciare al progetto origi­nario, e si era recato in Via Sicilia, alla redazione di “Epoca”, per riferire quanto appreso dal Franci: subito dopo, essendo venuto meno lo scopo per cui era evaso, era andato a costituirsi.

Quanto all’evasione, faceva presente che il piano era stato opera sua e del D’Alessandro: il Franci aveva aderito ed aveva fornito delle indicazioni sui luoghi, nonché un seghetto, che a suo dire gli era stato procurato da un agente di custodia. Due macchine avrebbero dovuto attenderli nei pressi del cancello del tennis del carcere, che, secondo le indicazioni del ?ranci, avrebbe dovuto essere aperto. Era invece chiuso, ed i complici così se n’erano andati.

Fuggendo a piedi, avevano aiutato all’inizio il Franci, che per la sua mole stentava a seguirli. Avendo divisato col D’Alessandro di allontanarsi in treno verso Sud, il Franci si era rifiutato di se­guirli, affermando che alla Stazione sarebbe stato di certo riconosciuto. A suo avviso sarebbe stato preferibile continuare la fuga per i campi. A que­sto punto esso Fianchini si era reso conto del fallimento del progetto di portare il Franci avanti ad un giornale, e col D’Alessandro aveva proseguito per Roma.

Il Franci, sentito dal P.M. in ordine alla eva­sione, adduceva di essersi unito solo all’ultimo momento al Fianchini ed al D’Alessandro. Negava in particolare di aver procurato il seghetto per ma­nomettere le sbarre della cella del Fianchini. L’unico suo contributo era stato del nastro isolante per occultare il lavoro fatto sull’inferriata dal Fianchini ed un copriletto, usato con le lenzuola per preparare la corda.

Escludeva di aver saputo che all’esterno avrebbero dovuto attenderli dei complici con due macchi­ne, e di essere stato messo al corrente di ciò che il Fianchini ed il D’Alessandro intendevano fare una volta evasi: aveva capito solo vagamente che pensa­vano di raggiungere Roma o Milano.

Di fronte alla posizione negativa del Franci e del Malentacchi, il quale dal suo canto aveva negato di aver conosciuto il Tuti e la Luddi e di essere stato comunque a conoscenza dei rapporti fra il Franci e lo stesso Tuti, il G.I. provvedeva a senti­re il Fianchini in modo più dettagliato ed approfondito.

Interrogato il 26 dicembre 1975 adduceva che il Franci, per i fatti del dicembre ’74 – gennaio 1975, gli aveva confidato di essersi limitato a ricevere da un intermediario del Tuti – certa Luca o Luciano – l’esplosivo inviato per gli attentati, che egli aveva depositato in una chiesetta. Lo stesso Franci gli aveva rivelato che al momento del l’arresto era in possesso di un volantino che avrebbe dovuto essere lasciato sul luogo dell’attentato alla Camera di Commercio d’Arezzo. Questo volantino l’aveva scritto sotto dettatura dell’avv.Ghinelli: quando già si trovava sulla macchina della Polizia, era riuscito a passarlo al Malentacchi, al quale era stato di poi sequestrato. Aggiungeva il Fianchini che il Franci aveva iniziato a fargli le sue confidenze quando il Tuti era già stato arrestato in Francia. Essendo prevedi­bile che venisse estradato in Italia, lo stesso Franci aveva confessato di temere molto un confronto col Tuti, che aveva accusato, su suggerimento dell’avv. Ghinelli e del dott.Marsili, sostituto procuratore della Repubblica di Arezzo, di avergli fornito le armi e l’esplosivo per gli attentati. Il Franci anzi aveva precisato che prima dell’arresto del Tuti gli era stato assicurato che il processo nei confronti di costui sarebbe stato separato dal suo, e che forse gli sarebbe stata concessa la libertà provviso­ria.

Quanto all’attentato di Terontola,il Franci aveva precisato che l’esplosivo gli era stato consegnato in casa della Luddi, presente la donna, e che di poi l’avv.Ghinelli ed il dott. Marsili gli avevano consigliato di accollarsi l’intera responsabilità, scagionando la Luddi, che infatti era stata scarce­rata. Per quanto attiene all’Italicus il Fianchini cosi si esprimeva: “Come ho già detto, un pomerig­gio gli chiesi cosa ne sapesse egli dell’Italicus. Il Franci mi rispose subito che egli per quella notte aveva un alibi di ferro, avendo lavorato alla stazione di S.Maria Novella. Non continuammo il discorso che rimase quindi aperto e che su mia ini­ziativa venne ripreso dopo qualche giorno, allorché io gli manifestai la mia convinzione che il suo gruppo non dovesse essere estraneo a quella criminale impresa. Ed allora, dopo molte reticenze, il Franci si indusse a dirmi che l’ordigno era stato fornito dal Tuti alla Luddi ed al Malentacchi che lo aveva poi preparato e che era stato poi trasportato a Firenze dagli stessi con la macchina della Luddi e che egli Franci, che poteva liberamente muoversi per effetto del suo lavoro alla Stazione di Firenze, aveva fatto da palo”.

Nuovamente interrogato il 3 gennaio 1976, il Fianchini ribadiva i particolari anzi esposti circa le modalità e gli scopi dell’evasione. Aggiungeva di aver appreso dal Franci che il prof.Rossi era stato arrestato a seguito del ritrovamento di una lettera compromettente nella macchina del Cauchi; che il Rossi aveva partecipato ad un incontro col Batani ed altri, fra cui il Donati, ed era stato indotto dall’avv.Ghinelli a scrivere una lettera retrodatata di dimissioni dal M.S.I., dimissioni cui il Rossi attribuiva gran parte del­le sue vicissitudini. Questi fatti, riferitigli dal Franci, gli erano stati poi puntualmente confermati dallo stesso Rossi, quando era stato anch’esso ristretto nella Casa circondariale di Arezzo.

In sede di confronto col Fianchini, il Franci insisteva nella sua assoluta negativa, escludendo di aver parlato di esplosivi in relazione all’attentato di Terontola; della chiesetta sconsacrata in cui l’avrebbe occultato; del volantino sequestrato in tasca al Malentacchi; di timori per un confronto col Tuti; di speranza per un’eventuale libertà provvisoria. Negava poi di aver detto alcunché sull’attentato all’Italicus, qualificando come falso quanto riferito dal Fianchini sull’evasione e come pettegolezzi i particolari relativi alla vicenda del prof.Rossi. Il Fianchini dal suo canto insisteva in tutti i suoi assunti.

Sentito ancora il 29 settembre 1976, ed invita­to in particolare a chiarire il ruolo della Luddi, cosi si esprimeva: “Il Franci fu molto esplicito ed io penso di avere riprodotto quasi testualmente le sue parole allorché ebbe a precisarmi che l’ordigno era stato consegnato dal Tuti alla Luddi ed al Malentacchi il quale poi lo preparò, ordigno che venne poi trasportato dai due a Firenze con la macchina della Luddi. Dalle espressioni da lui riferitemi trassi la certezza che là Luddi fosse stata presente al momento della consegna dell’ordigno da parte del Tuti, e che la stessa conoscesse l’uso cui l’ordigno era destinato e che essa sia stata a bordo della macchina con il Malentacchi quando hanno trasportato l’ordigno a Firenze. Tale certezza io ho acquisito, ripeto, in base alle espressioni usate dal Franci nel raccontarmi l’episodio, e che per la loro chia­rezza non consentivano diverse interpretazioni”. Anzi – a dire del Fianchini – il Franci aveva espressamente precisato che era stata proprio la Luddi a guidare la macchina fino a Firenze.

L’8 maggio 1976 veniva emesso mandato di cattura a carico del Franci, del Malentacchi e del Tuti ascrivendo loro i delitti di strage per attentare ella. sicurezza dello Stato, di omicidio e di lesioni personali volontarie, reati entrambi continuati e pluriaggravati, di disastro ferroviario, di fabbri­cazione e detenzione continuata di ordigni esplosi­vi ed incendiari, di porto continuato degli stessi ordigni in luogo pubblico, gli ultimi tre reati ag­gravati ex art. 61 n.2 C.P., di partecipazione infine ad associazione sovversiva.

Nella motivazione del mandato si fa riferimento alle accuse del Fianchini, indicando come riscontri obbiettivi:
-l’accertata estraneità del Fianchini medesimo all’ambiente in cui i fatti riferiti po­tevano essere conosciuti;
– la disponibilità da parte del solo Franci delle notizie sugli amici fiorentini presso cui avrebbe potuto trovare rifugio dopo l’evasione (il Franci aveva ammesso di essere amico di certo Bigi Luigi, impiegato all’ufficio transiti postali di Firenze S.Maria Novella, a sua volta amico e convivente di una came­riera del ristorante self-service “Il Grillo”, Salerno Ilaria detta “Mary”), nonché delle notizie relative a come e perché fosse stato arrestato il prof.Giovanni Rossi.

In effetti nel corso dell’ istruzione del proc. n.270/74 G.I. di Bologna, il Rossi, in sede di confronto con tale Brogi Andrea, aveva ammesso che dopo l’arresto del Franci per l’attentato di Terontola aveva deciso, d’accordo con la Federazione, di pre­sentare una lettera di dimissioni dal MSI retrodatata, onde evitare di coinvolgere per suo tramite il partito; successivamente gli era stato contestato di essere stato presente agli incontri preparatori dell’at­tentato di Moiano ,tenuti si alla Verniana; sulla base di una lettera rinvenuta nella macchina del Cauchi. Ed a tal proposito gli era rimasto il dubbio che la lettera fosse stata lasciata a bella posta per far la ritrovare agli inquirenti, onde scagionare il Batani e coinvolgere esso Rossi, che ormai non faceva più parte del M.S.I. Era giunto così a concludere che la lettera di dimissioni era alla base di tutte le sue vicissitudini giudiziarie; c) una serie di annotazioni fatte dal D’Ales­sandro sul suo diario con riferimento ai fatti ed alle circostanze di poi riferite dal Fianchini come apprese dal Franci. Ed in realtà, a parte diverse annotazioni su scorsi di vita carceraria relativi ai rapporti di amicizia che si erano andati in­staurando fra il Fianchini ed il Franci; al di là di precisi riferimenti al disap­punto del Franci e del Malentacchi alla notizia dell’arresto in Francia del Tuti, ai timori del primo per eventuali smascheramenti ed alla spiccata propensione del secondo per stragi ammazzamenti, il dia­rio contiene un appunto databile 2 febbraio 1975 del seguente tenore: “Italicus: lavora vo a Firenze: vidi uno della Questura entra re nel vagone che poi esplose, affacciarsi al finestrino e fare un cenno col capo. So certe cose su Tanassi. L’attentato alla Ca­mera di Commercio era stato rinviato perché in giro c’era aria balorda. L’esplosivo dell’Italicus non era uguale a quello che avevo in casa io”.

Vi è poi, probabilmente quasi coeva, la seguente annotazione: “Italicus: lavoro a Firenze. Nessuna domanda”. La notevole intensità dei rapporti personali fra il Fianchini ed il Franci, determinata dalle confidenze fatte da quest’ultimo e concretatasi nella comune evasione; le risultanze del confronto fra il Franci ed il Fianchini. Nel provvedimento di cattura si fa quindi ri­chiamo:
– ai dati acquisiti in altri procedimenti circa l’attività illegale svolta nel ’74-’75 dal gruppo toscano di cui facevano parte, col Tu ti, il Franci ed il Malentacchi, il Cauchi ed il Batani. Era infatti risultato che il gruppo aveva larga disponibilità di esplosi­vi e di detonatori; che gli impianti ferro­viari erano stati scelti come obbiettivo per azioni terroristiche; che il Tuti era in possesso di pubblicazioni tecniche sul maneggio e sulla utilizzazione degli esplosivi;
– all’accertata perizia del Malentacchi nel maneggio di esplosivi, acquisita durante il servizio militare prestato in reparti specializzati del genio guastatori. In proposito verranno sentiti il cap.Claudio Termentini, comandante della Scuola allievi artificieri di Roma ed il cap.Antonino Romeo, Comandante della Compagnia Comando del 3° Reggimento guastatori d’arresto, presso cui aveva militato il Malentacchi;
– alla natura e struttura dell’ordigno esplo­so sull’Italicus ed alla dimostrata possibilità che fosse stato messo sul treno durante la sosta a Firenze;
– agli accertamenti istruttori svolti presso la Polfer ed i dipendenti postali in servizio alla stazione di Firenze, dai quali era risultato come il Franci godesse di ampia libertà di movimenti nell’ambito dello scalo ferro­viario;
– all’accertata dimestichezza del Franci col Tuti, all’assidua frequentazione fra i due ed ai loro reiterati incontri proprio alla stazione di Firenze. Questi incontri erano stati ammessi, anche se in termini ridutti­vi, dallo stesso Franci. Il Rossi dal suo canto aveva dichiarato che era stato proprio il Franci a presentargli il Tuti nell’inverno ’73;
– alle indicazioni fornite dalla De Bellis circa gli autori dell’attentato all’Italicus;
– alla circostanza infine che né il Franci, ne il Malentacchi, né il Tuti disponevano di un alibi per la notte dal 3 al 4 agosto 1974: anzi il Tuti aveva allegato pretestuosamente un’inesistente infermità per assentarsi dall’ufficio proprio nei giorni dal 3 all’8 agosto.

Sentenza appello Italicus 1986 pag 55-67

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