I golpe del 1970-74 nelle trascrizioni del Sid – Nicoli e Degli Innocenti – premessa

I COLLOQUI AVVENUTI IL 30 E IL 31 MAGGIO 1974 FRA IL TEN.COL. ROMAGNOLI, L’AVV. DEGLI INNOCENTI E TORQUATO NICOLI NELL’APPARTAMENTO DI VIA DEGLI AVIGNONESI.
LA TRASCRIZIONE DEI DUE NASTRI PRODOTTA DAL CAPITANO LABRUNA: ALTRE ESPUNZIONI.

Le altre due bobine, prodotte dal capitano Antonio LABRUNA all’Ufficio sin dal 3.8.1991, riguardano, come testimoniato dallo stesso capitano, le
registrazioni di due colloqui svoltisi il 30 e il 31 maggio 1974 nell’appartamento del S.I.D. di Via degli Avignonesi fra il tenente colonnello ROMAGNOLI e le “fonti” avv. Maurizio DEGLI INNOCENTI e Torquato NICOLI, presente anche Labruna il quale tuttavia era intervenuto
più raramente del suo superiore nella discussione (cfr, deposiz. 3.8.1991, f.2).
Si tratta di due grossi nastri magnetici che portano la data dei colloqui indicata sulla custodia. A differenza degli altri nastri, non si tratta
di copie bensì dei nastri originali e integrali registrati con un apparecchio nella disponibilità del capitano Labruna.
Deve essere subito detto che tali registrazioni, come ha riconosciuto lo stesso Labruna, sono state effettuate all’insaputa del suo superiore che
stava conducendo, prevalentemente in prima persona, l’audizione dei due collaboratori.
L’apparecchio era nascosto in una borsa e ciò ha ridotto il livello di qualità della registrazione che ha comportato un notevole impegno dei
periti per renderne quasi interamente comprensibile il contenuto.
La registrazione effettuata da Labruna si colloca quindi nel clima di sfiducia e di reciproco sospetto che cominciava a serpeggiare nel Reparto
D e che lo aveva indotto, a fine di autotutela del proprio operato – anche se con mezzi non propriamente degni di encomio per un subalterno –
a registrare e a conservare le prove del lavoro del suo superiore.

La lunga e dettagliata audizione da parte del colonnello Romagnoli dei due informatori nell’appartamento del S.I.D. è una circostanza pacifica.
Che tali colloqui siano avvenuti nelle circostanze riferite da Labruna lo ha testimoniato anche il maresciallo Mario ESPOSITO (cfr. deposiz.
16.9.1993, f.2) e lo ha ammesso lo stesso Romagnoli sin dalla sua prima audizione (16.10.1993,. ff.1-2), quando ancora non era a conoscenza
dell’esistenza della registrazione.
D’altronde le voci dei quattro soggetti sono ben riconoscibili ascoltando i nastri e sono note anche all’Ufficio ad eccezione di quella dell’avv.
Degli Innocenti, deceduto nel 1983.
L’incontro del colonnello Romagnoli con l’avv. Degli Innocenti e Torquato Nicoli si colloca nella fase finale dell’azione informativa condotta dal
S.I.D. sul golpe Borghese e sul progetto della Rosa dei Venti e quindi in prossimità della riunione con il Ministro della Difesa, on. Giulio
ANDREOTTI (luglio 1974) e della stesura del rapporto definitivo da  trasmettere all’Autorità Giudiziaria di Roma (settembre 1974).
Per tale ragione, come è poi emerso anche dalla trascrizione, il colonnello Romagnoli, nell'”interrogare” i due informatori, si mostra
pienamente padrone dello snodarsi degli avvenimenti dal 1969 al 1974 in quanto egli aveva già avuto a disposizione i nastri e le trascrizioni dei
colloqui effettuati dal capitano Labruna, dal gennaio 1973 con Remo Orlandini e una volta, nel marzo 1974, con Attilio Lercari.
Romagnoli avrebbe poi completato il suo lavoro di verifica e coordinamento dei dati raccolti pochi giorni dopo, il 17.6.1974, in occasione dell’incontro tenuto a Lugano con lo stesso Remo Orlandini, presenti anche Labruna e gli stessi Degli Innocenti e Nicoli (cfr. deposiz. Romagnoli, 16.10.1991, f.2, e deposiz. Labruna 4.11.91, f.2).
La trascrizione dei due nastri è dovuta all’ottimo lavoro svolto dai due periti nominati dall’Ufficio, dr. Antonio FEKEZA e dr.ssa Maria Teresa
FABBRO, che hanno depositato il 4.9.1992 l’elaborato peritale che consta complessivamente di oltre 300 pagine, di cui 104 relative al colloquio
del 30.5.1974 e 215 al colloquio del 31.5.1974 (cfr. vol.15, fasc.1 e 2).
Il lavoro di trascrizione, che grazie all’impegno dei periti ha grandemente ridotto il numero dei passi della discussione difficilmente
comprensibili, è stato aiutato anche dalla produzione da parte del capitano Labruna dei brogliacci dattiloscritti, abbastanza completi e
fedeli, che egli aveva effettuato o fatto effettuare all’epoca (cfr. deposiz. Labruna, 3.8.1991, f.2).
Nel corso dei colloqui, durati molte ore e che hanno la veste di veri e propri interrogatori sistematici e conclusivi, preceduti da una sorta di
preambolo ai due collaboratori del colonnello Romagnoli, questi, con lo stile e la capacità di sintesi proprie di un ufficiale, ripercorre con i
due – bisogna riconoscere con una notevole professionalità – in ordine cronologico tutti i momenti salienti dei tentativi e dei progetti golpisti che dalle prime riunioni, dall’inizio del 1969 sino alla primavera del 1974, si erano snodati prima sotto la guida del Fronte Nazionale del Principe Borghese e di Remo Orlandini e in seguito, anche dopo la fuga del Principe in Spagna, sotto la guida di una sorta di Direttorio comprendente sia uomini già protagonisti del primo tentativo sia elementi nuovi, sopratutto appartenenti al mondo militare e industriale.
Molta parte di quanto contenuto nelle domande del colonnello Romagnoli, nelle risposte dei due informatori (i quali in seguito, testimoniando
dinanzi all’A.G., diverranno i primi “collaboratori di giustizia”) e nella sintesi fatta dall’Ufficiale dopo le risposte, è ovviamente trasfusa nel rapporto finale e nei vari allegati e quindi ampiamente nota.
Ci riferiamo alle riunioni indette da Junio Valerio Borghese a partire dall’inizio del 1969 in ogni parte d’Italia, all’adesione di Avanguardia
Nazionale al progetto, vista con entusiasmo dal Principe come giovane forza “operativa”, alla divisione del Fronte in gruppi pubblici e legali
e gruppi di carattere operativo, alla descrizione degli avvenimenti del 7 dicembre 1970 e del piano che prevedeva l’eliminazione del Capo della
Polizia, l’occupazione parzialmente riuscita del Ministero dell’Interno, della RAI, del Ministero della Difesa (affidata al gruppo ligure di
Torquato Nicoli), sino alla sospensione dell’azione nelle prime ore dell’8 dicembre e all’abbandono del Viminale da parte del gruppo di A.N.,
che tuttavia aveva sottratto una mitragliatrice di tipi particolare quale “prova” a futura memoria e strumento di ricatto in caso di necessità.
Ci riferiamo altresì alla riorganizzazione del progetto negli anni successivi, con la costituzione di un Direttorio composto da dieci membri
(fra cui l’avv. DE MARCHI, l’ing. Eliodoro POMAR, il dr. Salvatore DRAGO, già quinta colonna presso il Ministero dell’Interno in occasione
dell’occupazione, Stefano DELLE CHIAIE e un rappresentante di Ordine Nuovo rimasto sconosciuto), all’adesione del gruppo di Padova di Dario
ZAGOLIN, del gruppo M.A.R. di Carlo FUMAGALLI, di molti ufficiali fra cui, ovviamente, il colonnello Amos SPIAZZI, sino alle frenetiche
riunioni fra civili e militari che avevano costellato tutto il 1973 e al finanziamento offerto da alcuni industriali sopratutto genovesi.
Tali circostanze, ripercorse metodicamente dal colonnello Romagnoli con i due ex-congiurati con tanto di organigramma dei presenti riunione per
riunione, compariranno nel rapporto finale, anche se in tale elaborato il ruolo di A.N. sarà stranamente ridimensionato ed infatti
l’organizzazione risulterà appena scalfita, in termini di arresti e incriminazioni, dall’azione dell’Autorità Giudiziaria.

Ma a parte ciò, dalla trascrizione e sopratutto dal discorso introduttivo del colonnello Romagnoli ai due informatori e da alcuni passi che fra
poco si esamineranno risulta semza ombra di dubbio che obiettivo del Reparto D era operare una sorta di potatura dei rami secchi – una sorta
di “stabilizzazione controllata” dei nuclei eversivi – consegnando alla magistratura le frange più radicali dei vari progetti golpisti, ma nello
stesso tempo proteggendo alcuni settori il cui coinvolgimento non doveva assolutamente divenire pubblico (in particolare LICIO GELLI e alcuni alti
ufficiali anche legati al suo ambiente) ed evitando che l’Autorità Giudiziaria di Padova, non sottoponibile a sollecitazioni e a controlli, penetrasse a fondo nelle strutture militari e di sicurezza, toccando santuari – più vicini a un progetto di golpe “bianco” e legale – che dovevano assolutamente essere salvaguardati.
La trasmissione del rapporto, comunque ricco di dati e di notizie, all’A.G. di Roma, titolare dell’istruttoria sul golpe Borghese, che da tempo sonnecchiava, aveva quindi non solo la finalità di di eliminare dalla scena i gruppi più compromessi e apertamente fascisti, ma anche di rivitalizzare tale istruttoria, favorendo l’unificazione delle inchieste a Roma e procedendo al trasferimento nella Capitale dell’istruttoria padovana.
Si impongono a questo punto alcune considerazioni di ordine generale e quasi storico che consentano di comprendere i ragionamenti, pur chiari,
che saranno tra poco riportati.
Da alcuni anni, la dirigenza del S.I.D. era nettamente divisa in due gruppi che esprimevano due diverse “linee politiche”. Il Direttore del Servizio, generale Vito MICELI, e gli ufficiali a lui vicini (fra cui quelli del Reparto R) erano attestati su una linea marcatamente di destra se non nostalgica e del resto, come risulterà dall’istruttoria Borghese, il generale Miceli era gravemente coinvolto nella congiura, si era sempre adoperato per impedire che pervenissero alla magistratura i rapporti informativi sui preparativi golpisti dal 1969 in poi, era amico personale di molti dei congiurati, tanto che l’imputazione di mero favoreggiamento, in cui era stata derubricata al termine dell’istruttoria l’ipotesi di concorso in cospirazione politica,
non può che apparire una sottovalutazione delle sue effettive responsabilità.
La linea che faceva capo al numero 2 del Servizio, il generale Gianadelio MALETTI (molto legato all’on. ANDREOTTI), e in genere al Reparto D era
certamente meno rozza e, pur rimanendo essenzialmente conservatrice ed ostile a qualsiasi slittamento a sinistra del Paese, può essere definita
più moderna e tecnocratica.
Per questo motivo, conducendo a fondo la sua attività informativa ed approntando il rapporto per la magistratura, il Reparto D aveva ritenuto
opportuno, dopo anni di inerzia del Servizio, se non di aperta complicità, bruciare una parte della struttura golpista e smobilitare alcune strutture armate dell’estrema destra.
L’occultamento di parte del materiale informativo raccolto non deve quindi essere confuso con una complicità nei tentativi golpisti – semmai il generale Maletti auspicava un rafforzamento “legalitario” dei poteri dello Stato – ma come la necessità di proteggere comunque settori che non
dovevano essere toccati.
E’ probabile che la vittoria, almeno momentanea, della linea del generale Maletti (tuttavia uscirà anch’egli di scena dopo il caso Giannettini)
fosse legata agli indirizzi strategici di quel momento degli altri Servizi dello schieramento occidentale, posto che nel periodo fra l’aprile e l’estate del 1974 sarebbero caduti il regime post-salazarista portoghese di Caetano e il governo dei colonnello greci e, l’anno successivo con la morte del generale Francisco FRANCO sarebbe tramontata anche l’ultima dittatura ancora presente in Europa.
Era quindi ben difficile che in Italia le strutture di sicurezza potessero continuare a sostenere o a collaborare con i progetti dei gruppi che lavoravano proprio in vista di soluzioni golpiste analoghe a quelle che erano venute meno in altri Paesi europei e non erano ormai più praticabili nemmeno nel nostro Paese.
Tale linea di condotta del generale Maletti è solo apparentemente in contrasto con la copertura offerta dall’alto ufficiale alla cellula nazifascista di Padova durante le indagini dei giudici di Treviso e di Milano in direzione della “pista nera”.
Il Reparto D – di cui il generale Maletti sarebbe entrato a far parte solo nel giugno 1971, un anno e mezzo dopo l’operazione del 12 dicembre
1969 – non era coinvolto o perlomeno non era coinvolto nella persona del generale Maletti e dei suoi collaboratori negli anni 1972/1974 nella fase
ideativa ed operativa della strage di Piazza Fontana.
Tuttavia la protezione dei componenti della cellula veneta attuata tramite la fuga di Pozzan e Giannettini, la progettata evasione di Ventura, la “chiusura” della fonte Gianni Casalini e i contatti con Massimiliano Fachini, emersi nella presente istruttoria, erano un’attività assolutamente necessaria in quanto il cedimento anche di uno solo degli imputati avrebbe portato gli inquirenti, livello dopo livello, a risalire fino alle più alte responsabilità che avevano reso possibile l’operazione del 12 dicembre e le ripercussioni che ne sarebbero derivate sarebbero state forse addirittura incompatibili con il mantenimento dello status quo politico del Paese, obiettivo minimo in qualsiasi fase per qualsiasi Servizio.
E’ ora possibile esaminare il contenuto della trascrizione dei due nastri nelle parti che interessano in questa sede e cioè il preambolo esposto
dal tenente colonnello Romagnoli ai due informatori, il ruolo affidato a Licio GELLI nel progetto del 1970, cioè la cattura del Presidente della
Repubblica Giuseppe Saragat, e la presenza a Roma di un gruppo di mafiosi siciliani incaricati di uccidere il Capo della Polizia Angelo VICARI.
Il ragionamento introduttivo illustrato dal tenente colonnello Romagnoli, prima di iniziare a ripercorrere con l’avv. Degli Innocenti e con Nicoli
gli episodi legati alla nascita del Fronte Nazionale e alle prime riunioni dei golpisti, è ampio e quantomai elaborato e merita di essere
analizzato con attenzione per comprenderne in pieno il significato.
Il senso del ragionamento e la linea suggerita dall’ufficiale sono infatti chiarissimi nonostante la non completa intelligibilità di qualche
frase dovuta a difetti della registrazione. Secondo il tenente colonnello Romagnoli è necessario mettere a disposizione dell’Autorità Giudiziaria molti dei dati di cui sono in possesso persone come l’avv. Degli Innocenti e Torquato Nicoli, ma nello stesso tempo “troncare la catena”, “sviluppare una contro-manovra”, “condurre un’azione di frenaggio”, impedendo che certi giudici trovino le “chiavi” o “l’anello di congiunzione” che rischi “di dare un colpo feroce alle Forze Armate” (ff. 5 e 11 della trascrizione).
E’ evidente il riferimento sopratutto all’Autorità Giudiziaria di Padova che in quei mesi stava procedendo in direzione ascendente nel ricostruire
non solo le trame golpiste, ma anche le strutture parallele del S.I.D. e delle Forze Armate.
E’ necessario quindi mettere “alcune persone, che potrebbero venire coinvolte, in condizioni di non esserlo” e “trovare degli strumenti di ricatto nei confronti di coloro che potrebbero aprire quel determinato cassetto” (f.3 della trascrizione) e cioè collaborare senza remore con l’Autorità Giudiziaria.
Secondo Romagnoli è questo il caso del colonnello Amos SPIAZZI che “sta annaspando” (f.11) e avrebbe potuto evidentemente dire o essere in
procinto di dire più di quello che, nell’interesse globale delle Forze Armate e dei Servizi di Sicurezza, gli era consentito.
Il riferimento al colonnello Spiazzi, tenendo presente il momento in cui si erano svolti i colloqui in Via degli Avignonesi (fine maggio 1974), è
quantomai pertinente.
Nella primavera del 1974, infatti, il colonnello Amos Spiazzi, detenuto a Padova, messo alle strette dalla confessione fiume di Roberto Cavallaro e
incalzato dai giudici di quella città, aveva cominciato a fare ammissioni molto gravi sulla struttura parallela anticomunista esistente all’interno
del S.I.D. e delle Forze Armate, struttura cioè sovraordinata ed in grado di muovere ed indirizzare gruppi come quello della Rosa dei Venti.
Tale organizzazione esisteva e, secondo le parole del colonnello Spiazzi:
“””l’organizzazione di sicurezza delle Forze Armate, che non ha finalità eversive (almeno secondo l’ottica di Spiazzi, nota Ufficio), si propone
di proteggere le Istituzioni contro il marxismo. Questo organismo non si identifica con il S.I.D., ma in gran parte coincide con il S.I.D.”””
(cfr. int. Spiazzi al G.I. di Padova, 3.5.1974, vol.17, fasc.6).
L’esistenza di una struttura del genere, che non coincide nemmeno interamente con GLADIO e che è emersa nella sua completezza solo a
distanza di quasi venti anni, non poteva all’epoca assolutamente essere rivelata.
Si tratta dell'”Organizzazione di Sicurezza” o NUCLEI di DIFESA dello STATO, struttura parallela a Gladio di cui in questa istruttoria hanno
parlato il colonnello Spiazzi, Enzo Ferro, Giampaolo Stimamiglio ed altri e di cui si tratterà nella parte VII di questa ordinanza.
In un’epoca in cui era ancora in piena corso la guerra fredda, l’esistenza di tale struttura segreta non doveva venire alla luce ed infatti il colonnello Spiazzi, messo a confronto qualche tempo dopo a Roma con un superiore quale il generale ALEMANNO – allora Capo dell’Ufficio Sicurezza del S.I.D. – sarà invitato da questi durante il confronto a tacere e a dire solo le cose che “facevate voi privatamente, senza coinvolgere altri”: infatti dal quel giorno il colonnello Spiazzi avrebbe effettivamente taciuto.
In quest’ottica e tenendo conto del particolare momento in cui si trovavano le indagini bisognava quindi evitare, secondo il tenente colonnello Romagnoli, che “qualche malintenzionato” avesse interesse “ad esprimere il concetto globale della vicenda”, bisognava mettere i magistrati “in condizioni di avere un muro oltre il quale non possano andare” e quindi “far rientrare nel battistrada l’indagine” (f.5).
Era doveroso certamente fermare operazioni terroristiche come la strage di Brescia e il campo di Pian del Rascino che hanno “scosso tutti e non
sono sorte spontaneamente per iniziativa di singoli” rientrando appunto in un disegno terroristico (f.9), ma impedire nello stesso tempo che
venissero colpite le “forze sane nell’ambito del Paese, forze che è un peccato che vengano disperse da un’ondata repressiva”. Questa è la linea
del tenente colonnello Romagnoli “come ufficiale, come uomo, e sopratutto come cittadino” (f.13).
Anche il generale Ugo RICCI, che è “sotto il fuoco del nemico e sta per essere spinto verso il muro”, “deve essere messo in condizioni di
sfuggire, di sgusciare fra le maglie di questa rete che gli stanno chiudendo intorno, anche perchè, signori miei, Ricci non vuol dire Ricci da solo, vuol dire Ricci e…. “(parole purtroppo incomprensibili) (f.5).
Il ruolo del generale Ugo Ricci, iscritto fra l’altro alla P2 e molto legato al colonnello Spiazzi ed anche alla componente “legalitaria” di Edgardo Sogno, risulterà effettivamente ben poco messo a fuoco nel rapporto finale del S.I.D., benchè nel corso dei colloqui il suo nome compaia più volte quale presente a moltissime riunioni dei congiurati (cfr. ff.123, 127, 144, 152, 207 della trascrizione del colloquio del 31.5.1974).
Sulla linea strategica imposta dal tenente colonnello Romagnoli, e che risale nella sua concezione certamente al generale Maletti, non sembrano
necessari davvero altri commenti, tanto chiaro è il disegno di indirizzare le istruttorie in corso su binari compatibili con gli interessi globali dei settori politico-militari all’epoca predominanti e di disattivare eventuali linee di indagine, come quelle in cui si erano imbattuti i giudici di Padova, che portassero a rivelare il cuore segreto della struttura nello stesso tempo occulta e ufficiale costituita nel quadro della difesa degli interessi dell’Alleanza Atlantica.
(…)

Sentenza ordinanza G.I. Salvini 1995

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