Il caso Sgrò – sentenza appello Italicus 1986

Il 17 luglio 1974 gli on. Giorgio Almirante ed Alfredo Covelli, rispettivamente Segretario nazionale e Presidente del MSI-DN, si presentavano, preceduti da una telefonata, al dott.Camillo Santillo, Di­rettore dell’Ispettorato generale per l’azione contro il terrorismo. Nella circostanza l’an. Almirante riferiva che un avvocato suo conoscente, certo Aldo Basile, l’aveva informato di aver appreso che negli scantinati del la facoltà di fisica dell’Università di Roma vi era dell’esplosivo, che stava per essere asportato. L’informatore dell’avv.Basile aveva visto negli stessi locali, oltre all’esplosivo, una carta millimetrata su cui era riprodotta la stazione di Roma Tiburtina, con l’indicazione “5.30”, che gli aveva fatto supporre un riferimento al treno “Palatino” Roma- Parigi.

COVELLI

Quella stessa mattina, su incarico del dott.Santillo, i dott.Noce e Carlucci, rispettivamente diri­gente e funzionario del Nucleo regionale di Roma del l’Antiterrorismo, prendevano contatto con l’avv.Basile, il quale adduceva di non poter rivelare il nome del suo informatore perché vincolato dal segreto pro­fessionale. Lasciava intendere che si trattava di un pregiudicato per furto, venuto casualmente in posses­so dell’informazione mentre cercava dì asportare dei tubi di piombo dagli scantinati dell’Istituto di Fi­sica. Precisava di aver ricevuto l’informazione la sera di venerdì 12 luglio e di averne riferito all’on. Almirante tre giorni dopo; di aver quindi invitato il suo informatore a tornare sul posto per acquisire notizie più precise, ma quella stessa mattina, alle ore 9.40, quegli l’aveva avvertito per telefono di non aver potuto eseguire la ricognizione perché nei pressi dello scantinato si aggiravano sei persone sospette. Seguendone le mosse aveva visto che quat­tro di costoro, due uomini e due donne, si erano al­lontanati dall’Istituto con due sacchetti (contenen­ti probabilmente l’esplosivo), prendendo posto, a copie, su una Fiat 850 bleu e su una Fiat 500 bianca. Fra questi 6 giovani aveva descritto un individuo, (basso, tarchiato, capelli e barba rossi, studente della Facoltà di Chimica) che gli era sembrato il capo del gruppo.

Nel pomeriggio dello stesso 17 luglio veniva eseguita una perquisizione nei sotterranei e negli scantinati della Facoltà di Fisica, con esito nega­tivo. Il 19 luglio 1’on.Almirante informava il dott. Santillo di aver appreso dall’avv.Basile i nomi di tre delle persone viste in atteggiamento sospetto nei locali dell’Istituto di Fisica: Jò Davidi Proietti Luciano e Santucci Liliana.

Immediati accertamenti permettevano di stabilire che il primo nominativo si riferiva ad Ajò David, di 28 anni, laureato in chimica, ricercatore borsista presso l’Istituto di Chimica, segretario della cel­lula comunista dell’Istituto stesso e solito accompagnarsi ad extraparlamentari di sinistra. Il nomina­tivo di Santucci Liliana non corrispondeva invece a persona iscritta all’Università di Roma: di Proietti Luciano ve n’erano tre, due studenti di ingegneria ed uno di economia e commercio, ma si trattava di persone del tutto aliene dall’attività politica. La segnalazione veniva accolta con molte perplessità, sia per la fumosità della notizia fornita dal­l’ignoto informatore, che non aveva rilevato i numeri di targa delle autovetture a bordo delle quali, a suo dire, si erano allontanati i quattro giovani sospetti, sia soprattutto perché il treno Palatino parte da Roma Termini in un orario del tutto diverso dalle 5.30 (antimeridiane o pomeridiane) e non transita dalla sta­zione di Roma Tiburtina. Si adotteranno comunque del­le misure precauzionali, con l’attenta sorveglianza di quest’ultimo scalo e con la scorta al Palatino. Tali misure saranno revocate il 1° agosto 1974.

Avvenuta la strage, l’Ufficio politico della Que stura di Roma riferiva alla locale Procura della Re­pubblica i fatti relativi alla segnalazione dell’avv. Basile, il quale,prontamente convocato, confermava al P.M. quanto riferito alla Polizia, facendo presente che il suo informatore – certo Franco Sgrò – era disposto a collaborare. Poiché lo Sgrò, a dire dell’avv.Basile, era impossibilitato a muoversi per un banale incidente avvenuto in piscina il giorno precedente, lo stesso 5 agosto il P.M. lo escuteva come teste nella sua abitazione, ricevendo una completa conferma dei fatti esposti dall’avv.Basile. Lo Sgrò, che per altro si rifiutava di sottoscrivere il verbale, precisava di essere dipendente dell’Università di Roma e di essersi introdotto negli scantinati dall’Istituto di Fisica per prendere dei tubi vecchi ed abbandonati, di nessuna utilità. Il giorno successivo – martedì 6 agosto – lo Sgrò denunciava telefonicamente alla Procura della Repubblica di aver subito delle aggressioni. Convo­cato quindi in Questura per il pomeriggio del 7 ago­sto, esponeva a funzionari dell’Ufficio politico che la sera precedente, sulla Via Prenestina, si era salvato a stento da un investimento automobilistico, a suo avviso volontario; che poco dopo, in Piazza Mazzini, trovandosi in compagnia del fratello Mario e di tale Genovesi Roberto, aveva avuto l’impressione che il conducente di una Fiat 500 volesse investirlo; che già nella mattinata di lunedì 5 agosto aveva ricevuto delle minacce per telefono, estese alla fami­glia.

Collegava gli attentati e le minacce alle dichiarazioni rese al P.M. Invitato a riferire su quanto visto negli scantinati dell’Istituto di Fisica, in­cominciava a descrivere il percorso seguito, ma dopo poche parole, interrompendosi, testualmente dichiara­va: “Non posso fornirvi gli elementi che vi avevo preannunciato in quanto in questo momento nulla ri­cordo su tutta la vicenda dell’Istituto di Fisica”. Dopo poche ore, nella notte fra il 7 e l’8 ago­sto, lo Sgrò veniva escusso dal P.U. col quale soste­neva di non ricordare quanto dichiarato ai funziona­ri dell’Ufficio politico della Questura, essendosi trovato in stato confusionale.

Nel pomeriggio dello stesso 8 agosto lo Sgrò veniva sentito a Bologna dal Procuratore della Repubblica il quale confermava, con molti particolari, la versione dei fatti riferita dall’avv.Basile, sia con riguardo alla scoperta dei candelotti di dinamite e dello schizzo della stazione di Roma Tiburtina, sia con riferimento alla mancata “ricognizione” del 17 luglio ed all’allontanamento in macchina dei 4 gio­vani sospetti, che verosimilmente avevano asportato l’esplosivo e lo schizzo.’Sosteneva di essere stato trattato bruscamente dai funzionari della Politica e che ciò l’aveva indotto a non ripetere per l’ennesima volta il racconto di come si fosse introdotto negli scantinati dell’Istituto di Fisica e di cosa vi avesse visto. Gliene era derivata una crisi di nervi, donde il suo comportamento col Sostituto Procuratore della Repubblica che l’aveva sentito subito dopo.

La sera del 9 agosto lo Sgrò, spontaneamente presentatosi a Bologna, confermava queste dichiarazioni, precisando di conoscere bene e da tempo l’Ajò e di averlo visto parlare «un paio di volte con i quattro giovani che a suo avviso avevano asportato l’esplosivo. Confermava anche di aver appreso da altri stu­denti i due nominativi – Proietti Luciano e Liliana Santucci – comunicati per telefono all’avv.Basile. Esternava al Procuratore della Repubblica i suoi ti­mori per le minacce ricevute e l’intenzione di chiedere il porto d’arai: la sua fotografia era apparsa invero sui giornali romani, ed oltretutto temeva di perdere il posto all’Università. Faceva presente di essere tornato a Bologna perché avrebbe voluto raggiungere a Salsomaggiore l’avv.Basile per averne un consiglio dopo la situazione che si era andata determinando.

Risentito dal Procuratore della Repubblica di Bologna nella tarda serata del 13 agosto, lo Sgrò pre­cisava che nel pomeriggio di venerdì 9 agosto si era portato in aereo da Roma a Bologna per assistere ai funerali delle vittime della strage. Non essendovi riuscito per ragioni di traffico, si era portato alla Procura. Dopo essere stato sentito, era partito in treno per Parma, aveva dormito In un Albergo nei pressi della Stazione ferroviaria, dopo di che, nel la tarda mattinata, aveva raggiunto Salsomaggiore in autobus. Qui aveva parlato della sua situazione con l’avv.Basile, il quale, credendo che fosse senza da­naro, gli aveva offerto 20.000 lire, da lui rifiutate. Faceva presente che lo stesso avv.Basile, prima di partire per Salsomaggiore (probabilmente il 6 agosto), a casa sua, gli aveva corrisposto la somma di lire 1.000.000 in contanti: 600.000 lire le aveva da te alla moglie, senza specificarne la provenienza, mentre aveva trattenuto le residue 400.000 lire.

A questo punto si contestava allo Sgrò che il giornale “Paese Sera” era apparso con le notizie di una sua completa ritrattazione. Invitato quindi a confermare o meno le sue precèdenti dichiarazioni, il teste dichiarava di non confermarle, e di essersi inventato tutto. In realtà la sera di lunedì 11 agosto lo Sgrò, accompagnato dal fratello Mario e da Genovese Roberto, si era presentato alla redazione romana di “Pae­se Sera”, rivelando al giornalista De Sanctis Riccar do ed al redattore Graldi Paolo di essersi inventato le sue presunte rivelazioni per ottenere danaro dal MSI-DN tramite l’avv.Basile ed il suo collega di studio dott.Gianfranco Sebastianelli. I nominativi Santucci Liliana e Proietti Luciano li aveva inventati; Ajò Davide l’aveva menzionato, senza peral­tro denunciarlo, “perché faceva sempre casino, e non lo faceva lavorare”.

Il 14 agosto il Procuratore della Repubblica di Bologna provvedeva ad escutere Genovesi Roberto il quale, premesso di aver conosciuto lo Sgrò circa 3 mesi addietro, presentatogli da un comune amico, tale Storino Eraldo, precisava di esserne diventato amico per l’interessamento dimostratogli durante un ricovero ospedaliero nel luglio, alando fra l’altro lo Sgrò era riuscito ad ottenere un immediato trasferimento al Policlinico Gemelli, ove sua moglie lavorava co­me infermiera. Si stabilirà poi che lo Sgrò aveva apposto la falsa firma dell’amico sul foglio di di­missione dal Policlinico, e per tale fatto gli ver­rà contestato il delitto di falso in atto pubblico commesso da privato. Adduceva ancora il Genovesi che nel primo pomeriggio del 5 agosto lo Sgrò lo aveva convocato a ca­sa sua; essendovi andato, verso le 18 vi aveva in­contrato l’avv.Basile, il quale era in attesa dell’arrivo di un magistrato che avrebbe dovuto sentire lo Sgrò. Costui peraltro, dopo la deposizione, gli aveva confidato di essersi inventato tutto per fare quattrini. Aveva rivisto l’amico nella prima matti­nata del 9 agosto, ed aveva assistito ad una telefonata fatta dallo Sgrò all’avv.Basile, chiedendo un aiuto economico motivato dal clamore di stampa sul­le sue rivelazioni. Poco dopo lo Sgrò aveva ritelefonato, e l’avv.Basile -così aveva compreso – l’aveva invitato a raggiungerlo a Salsomaggiore. Aveva in­contrato nuovamente l’amico la mattina di domenica, 11 agosto, e lo Sgrò gli aveva detto che a Salsomag­giore l’avv.Basile gli aveva dato un milione in con­tanti. La sera stessa lo Sgrò aveva ritelefonato chiedendo soldi, e l’avvocato gli aveva risposto che avrebbe provveduto e che la mattina successiva avrebbe potuto prendere contatto col collega dott. Sebastianelli.

Proseguiva il Genovesi esponendo come il lunedì mattina 12 agosto gli fosse pervenuto l’avviso di presentarsi presso la Procura di Bologna. Seccato, ne aveva parlato con lo Sgrò, il quale gli aveva chie­sto di pazientare perché quello stesso pomeriggio il dott.Sebastianelli avrebbe dovuto dargli il danaro. Poiché ciò non era avvenuto, gli era sembrato chiaro che l’avv.Basile non intendesse più appoggiare lo Sgrò, si che, con l’aiuto del fratello Mario, l’ave­va convinto a presentarsi a “Paese Sera” per ritrattare le sue rivelazioni.

Sgrò Ilario confermava questi assunti precisando che suo fratello solo nel pomeriggio del 12 agosto ave va ammesso con lui, presente il Genovesi, di essersi inventato tutto. Il 14 agosto 1974 il Procuratore della Repubbli­ca di Bologna ordinava la cattura dello Sgrò, ascrivendogli il delitto di calunnia continuata in danno di Ajò David. L’avv.Aldo Basile, che in precedenza aveva sempre confermato la sua versione dei fatti, precisando di aver chiesto consiglio al collega avv.Vittorio Batti­sta e di averne ricevuto il suggerimento dì rivolger­si all’on.’Almirante, dichiarava che la mattina del sabato 9 agosto aveva ricevuto una telefonata a Sal­somaggiore dallo Sgrò, che gli era apparso fuori di sè ed aveva detto di volerlo subito raggiungere,non volendo essere oggetto di un “tiro al piccione”. Ave va cercato di dissuaderlo e comunque aveva subito in formato il tenente Cassano dei CC. di Salsomaggiore, del progettato viaggio dello Sgrò. Questi dopo una mezz’ora, verso le 9, aveva nuovamente telefonato, insistendo col dire che sarebbe venuto e che aveva bisogno di danaro, la cosa l’aveva stupito perché mai in precedenza aveva parlato di danaro con lo Sgrò: gli aveva comunque consigliato di rivolgersi a qualche amico per un prestito. Il giorno successivo, nella tarda mattinata, lo Sgrò si era presenta­to a Salsomaggiore, confermando di avere bisogno di danaro . Gli aveva offerto 20.000 lire, che l’altro aveva rifiutato. Nel pomeriggio, prima di partire, lo Sgrò gli aveva chiesto se per ogni eventualità avrebbe potu­to rivolgersi al dott.Sebastianelli. Poiché questi aveva seguito fin dall’inizio la vicenda, aveva ac­consentito. La sera successiva, telefonando al collega, aveva appreso che lo Sgrò aveva avanzato richiesta di danaro di una certa consistenza e, non aven­done ricevuto, si era dimostrato molto irritato. Negava di aver corrisposto, a qualunque titolo, danaro allo Sgrò, o di avergliene promesso. Gli aveva solo prospettato l’ipotesi di una taglia, che eventualmente avrebbe potuto essere posta anche dal MSI- DN.

Il dott.Sebastianelli, nel confermare la versione dell’avv.Basile, precisava che lo Sgrò il 6 agosto si era presentato a casa dello stesso avvocato facen do presente di essere stato minacciato e rimpiangen­do di aver fatto dei nomi. Lo Sgrò si era mostrato particolarmente spaventato per le minacce contro i suoi familiari, tanto che l’avv.Basile gli aveva offerto la protezione di giovani del USI, promettendo che, se le minacce si fossero ripetute, avrebbe cercato in qualche modo di procurargli un lavoro, an­che all’estero. Lo Sgrò aveva però rifiutato la protezione, affermando che avrebbe dovuto portare avanti delle indagini. La mattina del 12 agosto l’avv.Basile l’aveva avvertito da Salsomaggiore che lo Sgrò faceva degli strani discorsi ed aveva chiesto del danaro per al­lontanare la famiglia da Roma. Nella stessa mattinata lo Sgrò gli si era infatti presentato, chiedendo danaro: aveva tergiversato, anche per consultarsi con l’avv.Basile. Non essendovi riuscito, alle 17.30′ si era recato all’appuntamento fissato con lo Sgrò nel garage ove lavorava. Lo stesso Sgrò l’aveva investito dicendogli se avesse portato i soldi, ed alla sua risposta negativa si era bruscamente allontanato.

Lo Sgrò, dopo aver sostanzialmente confermato di essersi inventato le sue rivelazioni nella speranza di ottenere del danaro dal MSI tramite l’avv.Basile, che infatti gli aveva versato la somma di L.1.000.000, in un ulteriore interrogatorio del 19 agosto adduceva di aver captato di notte col radio-telefono, sul ca­nale 22, una conversazione fra due persone che si da­vano appuntamento per l’indomani nel Piazzale delle Scienze. Per farsi riconoscere, uno degli interlocutori aveva dato i suoi connotati: “Ho la barba e i capelli rossi”. Ed aveva aggiunto: “Se non ci vedessimo, ricordati della Stazione Tiburtina alle ore 5.30”. Con le sue facoltà di ipersensitivo, aveva intuitola gravità del messaggio. Si era quindi recato nel Piazzale delle Scienze, ed aveva assistito all’incontro fra due persone, una delle quali in realtà aveva le sembianze dell’Alò: passando voluta mente vicino ai due, aveva captato la frase: “Guar­da gli annunci economici del Messaggero di Roma”. L’aveva fatto, ma non aveva trovato nulla che si potesse collegare a quanto aveva inteso. In seguito, accompagnando a casa l’avv.Basile dal garage ove esso Sgrò lavorava di notte, gli aveva narrato le storie degli scantinati dell’Istituto di Fisica e della carta millimetrata con una piantina della Stazione Tiburtina.

Assumeva di aver ricevuto in una sala cinematografica la prima minaccia (il 6 agosto). Spaventato, aveva chiesto all’avv.Basile i soldi per mandare la famiglia in villeggiatura ed il legale, prima di partire per Salsomaggiore, presenti il dott.Sebastianelli, gli aveva consegnato la somma di L. 1.000.000 in contanti.

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Nella mattinata del 28 agosto lo Sgrò, a contestazione delle molte incongruenze della sua versio­ne, vi insisteva, finché, colto da crisi psicomoto­ria, la verbalizzazione doveva essere sospesa. Nel pomeriggio, col consenso del difensore, chiedeva di essere sentito informalmente dai due magistrati che l’avevano interrogato. Come risulta dal rapporto sto lato al riguardo, adduceva che tuia sera, lavando la Fiat 124 dell’avv.Basile, aveva visto nel baule po­steriore della vettura un pacchetto rettangolare del le dimensioni di ima scatola di scarpe, che al tat­to gli era sembrato contenesse dei candelotti; una agendina ed un rotolo di carta millimetrata, su cui aveva visto un prospetto in china nera dei binari della Stazione Tiburtina, con lo schema di un treno disegnato su un binario, probabilmente il secondo.

Nei giorni successivi l’avv.Basile, presolo in disparte, gli aveva fatto gravi minacce, diffidando lo dal parlare. Per tutelarsi, aveva falsamente addotto di aver tutto fotografato con una piccola macchina giapponese, e di aver affidato questa documentazione a persone fidate che l’avrebbero resa pub­blica ove gli fosse capitato qualcosa. A questo punto l’avv.Basile avrebbe architettato la manovra di avvertire la polizia di un attentato, fornendo elementi vaghi ed insufficienti per far si che la Polizia stessa non fosse in grado di impedirlo. All’uopo gli aveva chiesto di descrivergli alcuni particolari dell’Istituto di Fisica, e li aveva trasferiti su una piantina.

Dopo l’attentato l’avv. Basile, presente il col lega di studio, gli aveva consegnato un milione, traendo la somma da un suo conto corrente o da un conto nella disponibilità del prof.Massobrio, cui aveva telefonato. Consegnato il danaro, era sopraggiunto l’on. Almirante, che si era trattenuto un paio di ore, appartato con l’avv.Basile.

Lo Sgrò aggiungeva di aver ricevuto reiterate minacce da parte di quattro individui, mandati dall’avv.Basile col pretesto di proteggerlo. Costoro si sarebbero recati più volte al bar Faro, e solo per l’intervento del Genovesi, che l’aveva avverti­to, non gliene erano derivate conseguenze. Precisava infine che uno di questi individui era un pugile, dipendente ATAC, alto circa 1.70, e che tutti frequentavano una palestra. Il Genovesi,risentito dal P.M. il 30 agosto, confermava di aver saputo fin dal 5 agosto che il racconto dello Sgrò non corrispondeva al vero. Aggiungeva che la sera del 6 agosto era stato avvicinato nel bar Faro da 4 fascisti, conosciuti di vista, i quali gli avevano detto di non poter fare “il tiro al piccione per difendere uno come Franco Sgrò”. L’a­vevano quindi invitato a non immischiarsi ed a star lontano dallo Sgrò, aggiungendo che lo stesso corre­va un grave pericolo se non si fosse comportato in un certo modo. Tutti erano armati, e gli avevano esibi­to due pistole cal.9 per minacciarlo. Adduceva ancora che costoro dal 5 agosto erano stati tutte le sere sotto l’abitazione dello Sgrò con due macchine: una Fiat 600 tg. ROMA 87…. ed una Peugeot. Lo Sgrò anzi gli aveva confidato di essere stato minacciato dai predetti 4 individui e di avere inventato il tenta­tivo di investimento. Il piantonamento dell’abitazione dello Sgrò ve­niva confermato dalla moglie dello stesso, la quale una sera aveva preparato all’uopo anche dei panini.

Si giungeva quindi, il 31 agosto 1974, all’emissione di ordine di cattura a carico dell’avv.Basile e del dott. Sebastianelli, imputando loro il delitto di concorso in minaccia per costringere lo Sgrò ad accusare falsamente Ajò David di detenzione illeci­ta di esplosivi e quindi a calunniare lo stesso Ajò; di concorso in calunnia continuata per avere il Ba­sile, con l’aiuto del Sebastianelli, predisposto il piano calunnioso contro l’Ajò, di poi realizzato dal lo Sgrò. Nella motivazione del provvedimento si fa espresso riferimento all’acquisizione di una distinta di versamento in data 7.8.1974 da cui risulta il versa­mento in C/C di 7 banconote da L. 100.000 da parte della moglie dello Sgrò, nonché all’identificazione delle persone che avevano piantonato l’abitazione del medesimo.

Si trattava di Bossi Angelo, Ardillo Riccardo, Carbone Antonio, Di Bari Fernando e Dell’Anno Angelo, a cui carico veniva e;nesso ordine di cattura per con corso col Basile e col Sebastianelli nel delitto di minacce continuate come sopra precisato. Il Rossi e l’Ardillo venivano imputati anche di porto abusivo di una pistola e di un “mazzarello”. L’Ardillo, istruttore della Palestra “Pugili­stica Romana” frequentata dal Rossi e dal Di Bari, si diceva del tutto estraneo ai fatti ed il 10 set­tembre 1974 veniva scarcerato per mancanza di indizi.

Il Rossi si difendeva adducendo di essere stato incaricato della sorveglianza della casa dello Sgrò – indicato come “il testimone di Almirante” – dal prof. Massobrio, funzionario del MSI. Si era così recato presso lo studio dell’avv. Basile, ove aveva trovato il dott.Sebastianelli e lo Sgrò. Nello scendere dallo studio si erano incontrati col Dell’Anno, col quale lo Sgrò aveva concordato le modalità di sorveglianza della sua abitazio ne. Materialmente il piantonamento era stato eseguito dal Dell’Anno, dal Di Bari e dal Carbone. Costoro confermavano le dichiarazioni del Ros­si, precisando che dopo la prima notte di sorveglianza lo Sgrò aveva espressamente rinunciato alla loro opera. Tutti escludevano di essere stati arcati e di aver comunque profferito minacce nei confronti dello Sgrò.

Costui, interrogato nuovamente il 5 ed il 6 settembre 1974, confermava l’ultima versione, precisando che la carta millimetrata era in una valigetta ventiquattrore trovata nel portabagagli della macchina dell’avv.Basile, il quale successivamente, prima di minacciarlo, gli aveva offerto del danaro perché tacesse. L’8 ottobre 1974 nella cella dello Sgrò veniva sequestrato un documento autografo, intitolato significativamente “La Verità”, con cui lo stesso Sgrò asseriva essere vero che l’avv.Basile gli aveva dato un milione in presenza del dott.Sebastianelli; che l’Ajò aveva preparato una bomba ed aveva la piantina della Stazione Tiburtina, con l’orario 5.30; che il Genovesi l’aveva minacciato, in presenza di sua moglie e di suo fratello, per indurlo a ritrattare, dandogli dello stupido per non aver capito che era no stati i fascisti e prospettandogli che i quattro individui venuti sotto casa lo stavano cercando per ucciderlo. E’ questa in sostanza la sintesi di una lunga dichiarazione resa informalmente al G.I. per scagionare l’avv.Basile.

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Adduceva lo Sgrò che verso la fine di giugno, avendogli chiesto l’Ajo di fargli delle xerocopie, aveva visto sul fondo della sua valigetta 24 ore un foglio millimetrato con le scritte “Stazione Tiburtina”, dei binari, un vagone con l’indicazione dei nn. 4 o 14, e la scritta “5,30”, forse senza virgola. Non aveva dato importanza al fatto, anche quando successivamente aveva visto per caso che su una agendina del. Genovesi era annotato il nome dell’Ajò. Il 12 luglio aveva fatto all’avv.Basile le note con­fidenze, inventando il particolare dei candelotti di dinamite visti negli scantinati dell’Istituto di Fisi­ca. Un paio di giorni dopo però l’Ajò gli aveva chiesto le chiavi dell’aula di esercitazioni di chimica. Poiché la richiesta era del tutto inconsueta, l’ave­va accontentato, ma, incuriosito, l’aveva seguito. Aveva così visto che dalla sua”ventiquattrore” estraeva quattro candelotti e li legava fra di loro con del nastro isolante o qualcosa di simile. Quindi si era allontanato portando con sé la valigetta, nel la quale probabilmente erano contenuti i candelotti. Immediatamente aveva telefonato all’avv.Basile, in­ventando le storie dei 4 ragazzi che stavano portando vis gli esplosivi: ciò per provocare l’intervento della Polizia, riservandosi di metterla in seguito sulle tracce dell’Ajò. Ricordando poi come avesse vi sto il nome di costui sull’agenda del Genovesi, aveva voluto saggiare le reazioni di quest’ultimo,convocandolo quando il 5 agosto era stato sentito a casa da un Sostituto procuratore della Repubblica. Lo stesso 5 agosto aveva ricevuto minacce telefoniche, ma nessuno aveva tentato di investirlo con la macchina. Il giorno successivo, verso le 13, si era portato a casa dell’avv.Basile, che era in procinto di partire per Salsomaggiore. Gli aveva riferito delle minacce telefoniche e della impossibilità in cui si trovava di portare la famiglia fuori Roma. A ciò il Basile, presente il dott.Sebastianelli, gli aveva consegnato una busta contenente la somma di L. 1.000.000. Suc­cessivamente, nei pressi del bar Faro, aveva ricevuto minacce dai quattro individui che avevano piantonato la sua abitazione. Di poi era stato minacciato anche dal Genovesi, il quale insisteva nel dirgli che l’attentato era stato opera dei fascisti e che quindi avrebbe dovuto ritrattare le sue presunte rivelazioni. In sede di confronti con l’avv.Basile e con l’Ajò,lo Sgrò teneva ferme le sue dichiarazioni; ritrattava invece tutte le accuse nei confronti del Genovesi, ammettendo di non essere stato minacciato da parte dello stesso, il quale si sarebbe limitato ad avvertirlo che uno dei quattro individui visti a piantonare la casa di esso Sgrò, incontrati casual mente al bar Faro, gli aveva ingiunto di mettersi da parte perché loro non intendevano fare “il tiro al piccione per difendere Franco Sgrò”.

Sentenza appello Italicus 1986 pag 12-33

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