Audizione giudice Giovanni Arcai in commissione stragi – 4.6.1997 – Seconda parte

CORSINI. Per quanto riguarda la mattina del 28 maggio – come lei sa – ci furono polemiche a causa della rimozione dei detriti e del lavaggio della piazza con gli idranti due ore dopo la strage. Vorrei richiamare alla sua memoria questa vicenda perché sulla responsabilità di questa decisione, che mi pare si possa definire del tutto improvvida, esistono opinioni assolutamente contrastanti: secondo alcuni, la decisione sarebbe stata presa dal vice questore; secondo altri, dal sostituto di turno, secondo altri ancora – mi sembra anche lei da quanto ha scritto – dal Procuratore generale della Repubblica. Che cosa può dirci in merito a questa vicenda?

ARCAI. Il Procuratore generale della Repubblica non c’entra niente e non posso proprio averlo detto io. Ho scritto un apposito capitolo sul rigetto e disprezzo della prova generica in certi procedimenti penali, diventato da un po’ di tempo di uso comune. Ricordo quanto segue: per me è stata una delle tante mistificazioni fatte ad arte. Quando appresi dell’esplosione la prima cosa che pensai era che si trattasse di un diversivo per far tentare l’evasione di Carlo Fumagalli dalle carceri. Se ne parlava perché, già nel ’70, vi era stato un suo progetto per far evadere Gaetano Orlando e si sapeva che costui, che non era stato catturato, coltivava questo progetto. Questo era quello che si sapeva; quello che dicevano i ragazzi. Telefonai pertanto a Delfino, a quelli del nucleo, ma non trovai nessun carabiniere; telefonai al carcere ed alla questura ed ad un certo punto io stesso scesi giù in cortile diretto al carcere a piedi per vedere cosa stesse capitando ed incontrai in cortile il Procuratore capo della Repubblica, dottor Salvatore Maiorana, il dottor Lisciotto e il dottor Giannini che venivano da piazza della Loggia. Tra l’altro, parlammo di ciò che si sarebbe dovuto fare in piazza della Loggia e Maiorana disse che non si sarebbe potuto fare niente. Se ben ricordo, qualcuno aveva addirittura tentato di perquisire anche loro. A questo punto dissi: «Vai su, telefona e chiama l’esercito. Fagli occupare la piazza. Vi è stata una strage: devi mandare periti, fotografi». Questo fu il mio suggerimento che mi fu contestato in sede di procedimento disciplinare. Chissà per quale motivo davo suggerimenti del genere? La risposta fu comunque negativa. In un caso del genere – lo stabilisce la procedura penale – chi assume la direzione delle indagini è il Procuratore capo della Repubblica o un sostituto da lui appositamente delegato. Non fu fatto niente, non fu scritto niente, non esiste alcun atto scritto. Per cui, la piazza è rimasta in mano ai manifestanti scioccati, giustamente arrabbiati per quanto era accaduto.

CORSINI. Posso testimoniare anch’io, perché c’ero.

ARCAI. La piazza rimase in mano a Diamare e al tenente Ferrari. In particolare Diamare non aveva alcuna funzione di polizia giudiziaria, aveva solo funzione di ordine pubblico. Diamare era il commissario che fu accusato di aver fatto lavare la piazza: a mio avviso non c’entra niente, è un altro capro espiatorio, un’altra mistificazione. Sarebbe stato dovere dell’autorità giudiziaria, è inutile che stiamo a discutere.

CORSINI. Chi diede l’ordine di lavare la piazza?

ARCAI. Esiste una scheda dei vigili del fuoco firmata dall’ingegner Chiuzzelin, dove c’è scritto cosa accadde. E’ un atto pubblico che fa fede fino a prova del contrario. Io l’ho trovato perché ero incarognito, altrimenti non sarebbe uscito fuori. I vigili del fuoco sono arrivati ed hanno assistito. A un certo punto, andata via l’autorità giudiziaria, hanno aiutato i netturbini a rimuovere i vetri del negozio Tadini e a mettere nei sacchi neri degli spazzini i reperti. Quindi hanno lavato la piazza.

PRESIDENTE. Il dottor Arcai vuole dire di questo atteggiamento abdicativo dell’autorità giudiziaria, per cui si innestava lo scopino…

ARCAI. Lì doveva essere mandata una squadra di polizia giudiziaria, fotografi, raccoglitori eccetera. Ma è successo di più: il giorno stesso o due o tre giorni dopo venne nominato un perito per fare quello che doveva essere fatto già prima, un ingegnere. La perizia è agli atti e vi si legge – una perizia ufficiale pagata – che il palco stava sotto alla Loggia.

CORSINI. Ho avuto modo di leggere la sua relazione su questo argomento.

ARCAI. Roba da matti! E c’è la firma dei due magistrati accanto all’errore del perito. Non solo, il perito era stato invitato a localizzare i posti in cui si trovavano le diverse vittime: ha localizzato solo il posto di tre vittime, le altre non esistevano! Di chi è la colpa di tutto questo?

PRESIDENTE. Dunque il palco viene localizzato erroneamente?

CORSINI. Il palco si trovava in mezzo alla piazza.

ARCAI. dove c’è il tombino, dove vi sono gli allacci elettrici per gli altoparlanti. La Loggia invece è un edificio enorme, è il palazzo del municipio che si trova a ovest della piazza. Invece i portici sono ad est, fronteggiano la Loggia, sono porticati. E un porticato non è la Loggia.

PRESIDENTE. Quindi la perizia sposta la localizzazione del palco dal centro della piazza a sotto la Loggia.

CORSINI. Una domanda provocatoria, se permette, dottor Arcai. In un testo che lei certamente conosce sta scritto che lei è stato protagonista, il 3 giugno 1974, di un incontro a Rovato con il senatore Giorgio Pisanò, alla presenza del capitano Delfino.

ARCAI. E’ un altro depistaggio di Delfino. Ma non si dice Giorgio Pisanò, si dice «con un confidente».

CORSINI. Così sta scritto in questo libro dei giornalisti Bianchi e Iannacci, pubblicato da Valerio Marchi. Le chiedo come è avvenuto questo incontro, perché dice che è un depistaggio?

ARCAI. E’ un depistaggio infame, Delfino lo ha tirato fuori nel primo dibattimento: ho tutte le carte che riguardano il caso e nel testo che ho depositato ci sono i documenti allegati. Il capitano Delfino, in dibattimento venne fuori con una accusa specifica, e io non compresi perché questa venne fuori proprio da lui. L’accusa era che la sera del giorno 3 gli avevo telefonato per dirgli di trovarsi l’indomani mattina, da solo, in macchina sotto casa mia: avremmo dovuto incontrare un confidente. Prosegue: ci trovammo poi nella caserma e il senatore Pisanò parlò con il giudice Arcai, raccontando diverse cose; fra l’altro ci diede un identikit degli autori della strage (corrispondente a quello degli autori da me scoperti, cioè Buzzi e compagnia bella). Questo dice Delfino in dibattimento. Dice inoltre: all’esito dell’incontro con «questo confidente» (non era un deputato o senatore membro della Commissione antimafia, era «un confidente dell’Msi») il dottor Arcai mi chiese di curarlo, di stargli dietro per seguire altre cose. «Non lo feci perché non mi sembrava giusto seguire un fascista». Lo avesse detto a me, gli avrei fatto mettere i ferri! Ma il fatto è tutt’altro, l’ho scritto alla Corte di Assise. Il giorno 3 io non ero a Brescia: tornai a casa tardissimo, ero fuori – guarda caso – con il dottor Trovato; e il dottor Trovato quando Delfino raccontò queste balle non disse niente, non si oppose. Secondo Delfino la sera del giorno 3 io gli avevo telefonato per dirgli: capitano domattina si trovi da solo sotto casa in macchina, e dobbiamo andare ad incontrare un confidente. Chi era questo confidente? Ci trovammo poi nella caserma – è lui che racconta in dibattimento e dovreste avere gli interrogatori del primo processo -. Era il senatore Pisanò che parlò con il giudice Arcai. Ma Delfino non poteva telefonarmi a casa il giorno 3: non c’ero. Tornai da Verona, se ben ricordo, a tarda notte. Tant’è vero che poi il senatore Pisanò, nel suo racconto – ed è registrato – disse che alle ore 2 di notte lui era ancora in Svizzera, quindi non poteva aver preso contatto con me dalle 2 durante la notte per trovarsi lì. C’è di più: lo stesso Delfino disse in dibattimento, su contestazioni del presidente Allegri: scusate, ma questo incontro dove è avvenuto? Nella caserma – risponde Delfino – dei carabinieri di Rovato. Ma dove esattamente? C’è una grande sala, ci sono diversi tavoli. Ma c’era il cancelliere? Tenderei ad escluderlo. Il giudice che va dal confidente accompagnato solo dal capitano dei carabinieri senza cancelliere: e proprio un confidente, non è un atto istruttorio. Tenderei ad escluderlo. Non lo ricordo perché eravamo in una grande sala con marescialli e carabinieri che andavano e venivano. Ma allora non è un incontro segreto: eravamo nel foro boario di Rovato!

CORSINI. Allora questo incontro non è mai avvenuto?

ARCAI. Certo che è avvenuto, ma è avvenuto con un atto istruttorio. Dove? Il Pisanò aveva avuto notizia di questo Fumagalli già da tempo; ed anche li è tutto un altro racconto che arriva fino al 1970. Siccome era anche giornalista era andato in Valtellina ed in Svizzera per un’indagine su Carlo Fumagalli; aveva saputo determinate notizie importanti ed intendeva riferirmele. Siccome doveva essere in giornata a Roma in Commissione antimafia alla quale avrebbe dovuto riferire anche le scoperte appena fatte – c’entravano dei contrabbandieri che erano implicati nel sequestro di Rossi di Montelera e via dicendo – ma prima voleva riferirne a me. Io proposi di trovarci in un punto intermedio, o meglio a Rovato. Lui disse di avere con se un registratore: lei registra tutto io ritiro il nastro, lo faccio trascrivere e poi lei conferma e firma. Difatti ci trovammo; io andai a Rovato con il capitano Delfino, e c’era l’autista, non era solo, ed andai con il cancelliere…

BONFIETTI. In quali giorni?

ARCAI. La stessa mattina del 4, andai con il cancelliere Eugenio Piovani perché andavo a fare un atto istruttorio di un personaggio che per me era qualificato perché si presentava come membro della Commissione antimafia; quindi non potevo dirgli: ci vediamo dopo domani mattina. Il senatore Pisanò venne accompagnato dall’avvocato Tremaglia, che io non conoscevo, che si sedette da una parte.

MANTICA. Pisanò era già onorevole?

ARCAI. Se ben ricordo era già onorevole. Andavano entrambi a Roma, avevano premura, se ben ricordo, perché dovevano prendere l’aereo.

PRESIDENTE. Quindi fu un atto istruttorio che lei condusse?

ARCAI. Sì un atto istruttorio regolare e verbalizzato.

PRESIDENTE Il verbale che fine fa?

ARCAI. E’ agli atti. Non solo: successivamente, quando io venni chiamato dalla Commissione parlamentare antimafia a Milano ne approfittai per far firmare da Pisanò un primo verbalino di poche righe. Il nastro registrato venne da me consegnato al capitano Colonna della Polizia tributaria per la trascrizione. Doveva trascrivermi le dichiarazioni di Zicari, rese a Tamburino a Padova. Feci trascrivere da Colonna quelle di Zicari e quelle di Pisanò. Era un atto istruttorio al quale doveva partecipare anche il pubblico ministero che, come capitava spesso, non venne. Insegnava diritto all’istituto degli Artigianelli Pia Marta, mi sembra la sezione geometri, non ricordo bene. Lui aveva chiesto, di solito mai capitava, l’applicazione dell’articolo, se ben ricordo, 303 dell’allora codice di procedura penale, che consentiva al pubblico ministero di chiedere formalmente al giudice istruttore di assistere a tutti gli atti, e quindi il giudice istruttore lo informava di ogni operazione. Io andai senza il pubblico ministero perché lui aveva l’impegno scolastico. Quindi il maggiore Colonna trascrive le registrazioni, io convoco il Pisanò se ben ricordo, fra novembre-dicembre del 1974 a Brescia, il giorno che conveniva anche al pubblico ministero che poteva essere presente, per la lettura, la correzione della trascrizione e la firma.

PRESIDENTE. Che cosa succede?

ARCAI. Venne fatto un verbale, firmato in ogni pagina, con tutta la trascrizione. Strano: quando Delfino parlerà in dibattimento, il pubblico ministero, che aveva tutti questi atti, è presente: non apre bocca, lascia che dica Delfino. E’ successo di più: lo stesso Delfino ha messo in crisi il pubblico ministero, come suo stile, dicendo che copia di quel nastro registrato è nella tasca del pubblico ministero. Difatti ce l’aveva, il pubblico ministero; copia uscita non autorizzata da me come giudice istruttore. Comunque contraddiceva la tesi del capitano Delfino detta in tribunale, secondo cui il Pisanò aveva dato una descrizione degli autori della strage uguale a quella degli autori da lui accertati, e cioè erano dei ladri, dei mascalzoni, dei pederasti tra l’altro. Perché? C’era stata l’accusa di abusi sessuali al Buzzi – dalla quale peraltro fu assolto – ma lui Delfino si era messo in testa che il senatore Pisanò avesse parlato anche di pederasti, ma non era vero perché non risultava assolutamente. Tant’è vero che poi fu contestato a Delfino – fu messo in croce se ben ricordo dall’avvocato Secchi – e rispose: «a me pare, non pare»: no, non esisteva assolutamente, era un’invenzione questa.

CORSINI. Lei è senz’altro a conoscenza del fatto che fino al processo per il furto del Romanino che Buzzi e i suoi coimputati per alcuni mesi in isolamento, durante tale periodo perdurano in isolamento ed interrogati come testimoni della circostanza della morte avvenuta qualche giorno prima di Silvio Ferrari, dunque senza difensori, Angiolino Papa e Ugo Bonatti, confessarono la loro partecipazione alla strage. Cosa pensa del modo in cui il capitano Delfino accolse la confessione di Angioni?

ARCAI. Quello delle preposizioni ipotetiche secondo Port Royal?

CORSINI. Questa è una sua valutazione letterale. Questa è una cosa che dice Delfino, sono passaggi che la relazione del presidente Pellegrino contesta.

ARCAI. Cosa contesta? E’ tutto negli atti processuali. Io leggo di vostri consulenti, ma li leggono, gli atti processuali? E’ già tutto scritto nella sentenza di secondo grado. Quella operazione di Delfino viene definita «la pagina più conturbante e meno gloriosa dell’intero processo». E’ scritto nella sentenza, è così. Precisiamo: il processo era in formale istruttoria, quindi il dominus dell’istruttoria è il giudice istruttore; solo lui può interrogare ed avere contatti con gli imputati, neppure il pubblico ministero. Accade questo: un giorno devono interrogare Angelino Papa in Cremona, nel carcere di Cremona, dove io sono stato infinite volte, però dicono che quel giorno faceva freddo, per cui dal carcere si spostano alla caserma dei carabinieri dove, evidentemente, è presente Delfino che conosce corridoi, sale e salette. Ad un certo punto – è la denuncia che aveva già fatto da tempo Angelino Papa – «il capitano Delfino mi prese in disparte, mi portò in una saletta e mi disse: tu qui devi darci una mano. Noi sappiamo che Buzzi la strage l’ha fatta, ma tu sei un teste valido, ci devi dare una mano; ci sono per te dieci milioni, avrai la libertà provvisoria, viaggi tranquillo». Indi il presidente Allegri contesta a Delfino questo: «è vero o non è vero che lei ha avuto rapporti con un imputato in formale istruttoria ed essendo lì in caserma anche il giudice istruttore?». Delfino lo ha ammesso: «sì, ma non è come dice Angelino Papa. Ad Angelino Papa, mentre i due giudici (il pubblico ministero e il giudice istruttore) passeggiavano in un corridoio, io ho detto: è inutile che tu ti lamenti, devi toglierti il rospo, ma devi togliertelo per tua volontà, perché anche se io ti promettessi dieci milioni… Eccetera». La Corte ha bollato questo, anche perché c’è un altro: nel contempo il maresciallo Arli…

PRESIDENTE. Per la verità poi la Corte d’Assise di Venezia, tutto sommato, sulla responsabilità di Buzzi e di Angelino Papa esprime alla fine un giudizio diverso.

ARCAI. E cioè?

PRESIDENTE. Cioè che Buzzi Ermanno non era un cadavere da assolvere.

ARCAI. Mi permetto di contraddirla, signor Presidente, perché ho scritto anche questo rispondendo a Delfino. Ho depositato un mio testo, forse da pubblicare, in difesa di Manlio Milani in cui spiego queste cose. Non è vero; queste sono cose erronee dette da Delfino, perché la Cassazione (estensore Feliciangeli) si è ancora richiamata alla sentenza della Corte d’Appello di Brescia dove Buzzi era un cadavere da assolvere. E’ Venezia che lo scrisse, ma Venezia non può prevaricare i paletti che la Cassazione gli ha messo su tutto.

PRESIDENTE. Noi siamo una Commissione parlamentare d’inchiesta, non possiamo metterci a fare manuali di procedura penale. Sta di fatto che alla fine l’ultimo giudice di merito che si esprime su questa vicenda è la Corte di Venezia, che in qualche modo ridà una qualche dignità all’ipotesi di primo grado, salvo i quattro imputati che erano stati subito esclusi.

ARCAINo, anche altri, perché è rimasto a Venezia in pratica soltanto Buzzi.

PRESIDENTE. Anche perché, se mi consente, sembra che questo personaggio di Buzzi…

ARCAI. Angelo Papa fu assolto per insufficienza di prove a Venezia.

PRESIDENTE. Esatto.

ARCAI. E’ rimasto solo Buzzi. I giudici veneziani non sono venuti…

PRESIDENTE. Insufficienza di prove significa che una probatio semiplena non ci può essere.

ARCAI. Allora, oggi non è più consentito; per questo motivo è stato cambiato, perché era pilatesco, indegno di un paese civile l’istituto dell’insufficienza di prove; mi ero battuto per farlo cancellare. Ho letto quella sentenza: i giudici veneziani non sono venuti a Brescia, sono arrivati al punto di giudicare attendibile – lo hanno detto, lo hanno scritto – la storia del bar dei miracoli, che è una storia cretina che solo una mente fantasiosa come quella del Bonatti o di Angelino Papa o dei loro cattivi consiglieri…

PRESIDENTE. Ma è evidente che una persona come il generale Delfino che vuole dare dignità alla sua ipotesi indagativa si attacchi alla sentenza di Venezia per dire che, tutto sommato, non era un’ipotesi cosi campata in aria. Teniamo presente che probabilmente questo personaggio di Buzzi – aspettiamo con la dovuta curiosità cosa verrà fuori dalla nuova indagine presso la Procura di Brescia…

ARCAI. Se il referente della Cia era a Brescia; io ho capito questo leggendo sulle novità. Buzzi lo conosco fin da quando era un ragazzotto, peraltro già in grado di commettere reati; era figlio di un comunista, operaio, uno stalinista sfegatato, stranamente sposato (e si amavano) con una monarchica che è l’attuale vedova Buzzi. Io dovetti togliere Ermanno Buzzi dalle mani del padre che nel mio ufficio lo prendeva a schiaffi con due mani enormi: ma Buzzi era matto. Ho fatto fare a Buzzi una perizia, che è passata agli annali della psichiatria, nella quale è stato dichiarato che Buzzi è un infermo di mente, con una mente rimasta bambina e con i sogni del bambino; fu arrestato una volta al confine italo-iugoslavo…

PRESIDENTE. Questo non renderebbe poco credibile che fosse un referente Cia?

ARCAICerto! Faceva la spia non si sa a chi, se per l’Italia o per la Jugoslavia; ad un certo punto lo mandarono a casa. Non basta: un’altra volta fu arrestato a Livorno in divisa da un ufficiale dell’aviazione…

CORSINI. Quindi per lei è assolutamente improbabile che potesse essere un informatore della Cia?

ARCAI. No; non per aver letto i libri sulla Cia, ma per l’istituzione che so essere la Cia. Io ho parlato con Buzzi e dico che quando uno parlava dieci minuti con Buzzi si accorgeva che era matto.

PRESIDENTE. E Concutelli e Tuti perché lo ammazzano? Perché in qualche modo anche la seconda ipotesi accusatoria, quella del processo contro Ferri nasce sempre…

ARCAI. Io ho la mia idea, basata su fatti, c’è tutto un problema.

CORSINI. La dica.

ARCAIDurante il processo di primo grado – il Presidente era Allegri, tanto per intenderci – si ebbe la teoria del lavoro ai fianchi. Il capitano Delfino intendeva far passare Buzzi da intellettuale, o meglio da ladro intellettuale di opere d’arte fino ad arrivare alla trattazione di esplosivi e cose del genere. Il Presidente gli chiede in base a che cosa e lui risponde – questa è la sostanza, ma la questione è molto più complessa -perché nel novembre 1974 Buzzi, che era confidente con la qualifica di «confidente attendibile» dei carabinieri, aveva segnalato i fratelli Lavera di Iuzino perché detenevano refurtiva, armi, munizioni ed esplosivo.

CORSINI. Perché viene ucciso a Novara da Tuti e Concutelli secondo lei?

ARCAI. C’è un passaggio che ha una sua logica. Quindi il Presidente chiede: perché proprio Buzzi? Era il vostro confidente Buzzi? Lui dice io non lo so, forse era confidente dei miei uomini. Sentono il maresciallo Arli, il quale papale papale risponde che sì, era il confidente dei carabinieri, il mio confidente: in dibattimento, in pubblica udienza. Il giorno seguente era su tutta la stampa: Buzzi confidente dei carabinieri. Io poi ho letto le sentenze che riguardano la morte di Buzzi.

MANTICA. Mi sembra che venga tutto ricostruito.

ARCAI. venne tutto ricostruito e il giudizio finale fu quello secondo il quale Buzzi non poteva aver detto nulla perché nulla sapeva. Buzzi è stato ucciso perché Tuti e Concutelli come hanno fatto con un altro soggetto di cui non ricordo il nome appena saputo che era un confidente dei carabinieri, dal momento che la notizia si era diffusa nelle carceri, il giorno dopo che Buzzi era arrivato in quella prigione, lo hanno ucciso. Ripeto, comunque Buzzi non sapeva niente e questo è il risultato del giudizio. Quindi Buzzi fu segnalato da Delfino e da Arli come confidente dei carabinieri. Non solo, Buzzi si trovava nel carcere di Brescia dove lavorava tranquillamente facendo il «legale», percependo 10.000 per le istanze che effettuava per i vari detenuti. Quanche giorno prima che venisse trasferito io stesso avevo telefonato a Girolamo Minervini, che al Ministero curava l’aspetto concernente le carceri, avendo saputo che c’era un progetto di trasferimento di Buzzi. In quella occasione chiesi a Minervini di farlo restare nel carcere di Brescia dal momento che aveva come unico affetto una madre che stravedeva per lui, a ciò si aggiungeva il fatto che Buzzi era in cura per determinate affezioni credo al fegato. Improvvisamente, invece, fu dato l’ordine perentorio di trasferire Buzzi a Novara. Ho letto nella sentenza di appello del processo Ferri che nella conduzione della vicenda vi sarebbero state sollecitazioni da parte del Partito comunista.

CORSINI. No, dottor Arcai, si tratta di una vicenda che io conosco e che è molto più modesta e irrilevante.

ARCAI. Io ho avuto modo di leggere questa notizia in tale sentenza, altro non ho da dire.

CORSINI. Quindi Buzzi non era sicuramente un agente della Cia. In un rapporto dei Ros si ipotizza con l’allora capitano Delfino fosse stato un agente dei servizi segreti italiani, ma che avesse anche rapporti con i servizi segreti statunitensi. Lei che cosa ne pensa, non ha alcun elemento in tal senso?

ARCAI. Non lo so, l’uomo è così versatile che si può pensare tutto e il contrario di tutto.

PRESIDENTE. Ebbene, l’uomo versatile, il generale Delfino ci ha mandato una documentazione in cui è contenuta una sua richiesta del giugno 1974 in cui tra l’altro lei chiede a Delfino di accertarsi dei seguenti elementi, leggo testualmente: «tenuto conto che il nome di Buzzi figura nella agendina di Colli Mauro, ogni collegamento di Buzzi Ermanno con il gruppo Fumagalli. Inoltre, sarà bene accertare i movimenti dello stesso Buzzi, nonché di Bonatti Ugo e Carrera Natale dal 19 al 28 maggio e successivamente, nonchè di Pederzani Paolo».

ARCAI. Sì, ricordo, si tratta di due fogli contenenti una ventina di richieste. In ogni caso io non seppi nulla, o meglio non mi fu riferito da Delfino che avesse fatto alcun accertamento in proposito.

PRESIDENTE. Delfino ce lo ha comunicato sostenendo di non aver inventato la pista Buzzi, perché a suo avviso in realtà era stato il giudice Arcai a metterlo sulle tracce di Buzzi.

ARCAI. In realtà lo ha scritto anche nel suo libello pubblicato sul quotidiano «l’Opinione». Io segnalai Buzzi, Bonatti e Pederzani nell’ambito dei sospetti che si avevano allora secondo i quali Buzzi, per il suo istinto di fare il poliziotto, trafficando in tutte le indagini di polizia e dei carabinieri sapesse qualcosa per lo meno su Fumagalli. Infatti, egli era amico di Mauro Colli e rubava opere d’arte come del resto anche Fumagalli.

PRESIDENTE. La fine di Buzzi la conosciamo, Bonatti che fine ha fatto?

ARCAI. Probabilmente è «ai cementi».

PRESIDENTE. Che cosa significa “ai cementi”, ritiene che sia morto di lupara bianca?

ARCAI. In Corte d’appello ricordo che quando venne pronunciato il nome di Bonatti qualcuno sottovoce disse: «è ai cementi». L’ultima traccia che avevo di lui attraverso l’interessamento di alcuni amici in Venezuela lo davano in questo paese, ma mi è stato assicurato che in realtà non ci è mai arrivato. Altrimenti dovrebbe aver avuto nuovi documenti e una nuova faccia e quindi se le cose sono in questi termini è irrintracciabile.

PRESIDENTE. Che fine ha fatto Fumagalli?

ARCAI. Fumagalli è in libertà a Milano e credo abbia avuto gravi problemi di salute, forse un ictus, però se l’è cavata. So che è stato interrogato dal giudice Grassi, dal momento che ormai tutti interrogano tutti.

FRAGALA’. Mi risulta che Fumagalli sia morto.

ARCAI. Non che io sappia, credo sia morto il padre.

CORSINI. Mi sono distratto, lei ha parlato dell’eventuale fine di Bonatti?

PRESIDENTE. Il dottor Arcai ha dichiarato che Bonatti o è morto in qualche plinto di cemento, o vive all’estero sotto falsa identità.

CORSINI. Cioè lo hanno fatto fuggire.

BONFIETTI. Fuggire o morire.

ARCAI. Il giudice Besson ha accertato che Bonatti era latitante e nascosto in Puglia, protetto da un certo Pellé, vivendo in una tenda per nascondersi. Un giorno il Pellé fu mandato da Bonatti all’aeroporto di Rimini per ricevere un personaggio che veniva da Milano. Il Pellé si recò all’aeroporto all’ora convenuta, il personaggio arrivò e lo accompagnò dal Bonatti con il quale si appartò, in seguito lo stesso Pellè riaccompagnò il personaggio a prendere l’altro aereo che doveva riportarlo a Milano. Il Pellè ha poi sostenuto che in questa occasione aveva visto il Bonatti ricevere da questo personaggio, molto distinto, più di un milione e mezzo di lire, dopo di che Bonatti è scomparso.

PRESIDENTE. Un’ultima domanda provocatoria dottor Arcai. Sempre il generale Delfino sottolinea che lei dal 20 al 22 ottobre 1974, senza dare avviso a nessuno e senza essere accompagnato da un cancelliere, si recò a Roma ed ebbe un incontro con il Ministro della difesa (una conversazione durata un’ora e mezza) poi con il Ministro dell’interno (per un’ora e tre quarti) altresì con il generale Maletti del Sid (per due ore) e con l’ammiraglio Casardi, capo del Sid (per un’ora). Di tutto ciò lei avrebbe redatto solo degli appunti. Il generale Delfino ci scrive esplicitamente che a suo avviso dietro Fumagalli c’erano uomini dal potere politico al comando del paese da decenni quindi ritengo di area politica di centro. Rispetto a questo lei che cosa ci può dire? Innanzitutto questi colloqui ci sono effettivamente stati e di che cosa si è parlato?

ARCAI. Ci sono stati, ma non certo in quella data, probabilmente, secondo anche quanto ho scritto nella difesa di Manlio Milani; Delfino in quella occasione si affidò a un suo consigliere bresciano che forse ha cattiva memoria.

CORSINI. Chi è il consigliere bresciano di cui parla?

ARCAI. Il dottor Trovato. Infatti, solo lui poteva sapere queste cose anche perché ci fu in tal senso una sua presa di posizione. Se lei ricorda, si parlò di una controrequisitoria scritta da me dopo la mia «eliminazione» e successivamente la firma della chiusura dell’istruttoria da parte del dottor Simoni.

CORSINI. Lei sa che a un certo punto circolò a Brescia la voce che l’autore del volume di Lega e Santerini intitolato «Stragi a Brescia e a Roma» fosse proprio lei, dottor Arcai.

ARCAI. E’ nello stesso testo – che avete anche qui – in difesa di Manlio Milani: mi ricordo di averne parlato, perché questo fu contestato da Lega, da Santerini, dall’Unità, da Paolucci.

PRESIDENTE. Ma andiamo ai fatti. Quando avvennero e quali furono i contenuti di questi incontri?

ARCAI. Noi che non sapevamo nulla ricevemmo tutti gli atti del processo stragi. Ma da chi? Dai giornalisti, che erano in possesso di tutto.

PRESIDENTE. Questo succede tuttora!

ARCAI. Santerini e Lega avevano tutti gli atti. Siccome in seguito fu depositato il processo Mar, ebbero anche gli atti relativi al Mar. Inoltre io glieli segnalai. Si erano presentati come giornalisti – e lo erano – di sinistra, molto corretti, e io glieli segnalai. Ma poi hanno scritto loro. Penso però che ora, sia a Brescia che i Ros, girano con quel volumetto in tasca, perché molte cose le hanno anticipate e adesso le stanno scoprendo i carabinieri.

PRESIDENTE. Cosa può dirci lei degli incontri romani con i vertici governativi e degli apparati segreti?

ARCAIIo dovevo andare a Roma per sentire questi personaggi. Mi interessava anzitutto, sempre nell’ambito del giudizio da dare su Maifredi, sentire l’onorevole Taviani. Io come sempre, quando dovevo andare fuori, avvertivo Trovato. Lo avvertii due volte, ma lui non venne perché aveva altri impegni. Alla fine andai con il tenente Ferrari. Sentii informalmente Taviani a proposito di Gianni Maifredi, ma disse di non averlo mai conosciuto. Chiamò il suo segretario, che aveva da anni, per chiedergli se conosceva Gianni Maifredi. Ma anche lui non lo conosceva. A quel punto io sono stato zitto, avevo fatto la mia verifica, anche se in modo informale, e d’altra parte non potevo fare nulla…

PRESIDENTE. Perché allora Taviani era Ministro dell’interno.

ARCAI. No, c’è un altro problema, dal mio punto di vista di carattere procedurale. A quel punto dovevo fare una comunicazione giudiziaria all’onorevole Taviani in quelle condizioni, nella sua condizione di Ministro e prevedere tutto quello che sarebbe accaduto. Io tendevo a definire quella istruttoria, sistemando Gianni Maifredi e la competenza, perché non vedevo la guerra civile, ritenevo che non ci fosse, e quindi dovevano essere assolti in istruttoria dalla guerra civile. Inoltre quel processo doveva tornare a Milano: questo era il mio punto di vista e l’ho scritto. La guerra civile fu un’invenzione surrettizia per tenere il processo a Brescia collegato con la strage. Io avevo fatto un’ordinanza per cui assegnavo il processo a Vino, essendo impossibile che uno solo istruisse il Mar e la strage, quindi lo si fa in due; però i pubblici ministeri si tengono al corrente di eventuali notizie dall’uno e dall’altro processo. Una volta che il processo Mar veniva staccato dalla strage non poteva restare più a Brescia perché c’erano gli avvocati Lener e Dina che hanno sollevato conflitto di competenza. Lo abbiamo risolto, su richiesta di Trovato, respingendo le loro richieste e tenendo ancora radicato a Brescia il processo, perché collegato al processo strage. Ma quando si arriva ad ottobre-novembre che non ne vien fuori niente…

Eliminata la guerra civile e l’attentato alla Costituzione, restava il sequestro Cannavale. Quindi il processo da Brescia, fosse o meno piaciuto agli avvocati bresciani, al comitato antifascista bresciano o a chiunque altro, tornava a Milano; io avrei fatto la sentenza di dichiarazione di incompetenza e lo avrei rimandato a Milano. E’ lì che crolla tutto. Difatti Trovato, pubblico ministero nel dibattimento del Mar, ha parlato per cinque giorni di guerra civile; la mattina del sesto giorno ha sostenuto sempre che c’era la guerra civile ma, arrivati a mezzogiorno, un angelo deve avergli tirato la toga, tanto che lui ha concluso: «Chiedo l’assoluzione per insufficienza di prove, perché in realtà non c’è prova della guerra civile».

PRESIDENTE. E degli altri reati?

ARCAI. Ormai la competenza era radicata – qui c’è un’altra scatola cinese – relativa ad Alberto Fadini. La difesa poi ha riproposto la questione della competenza anche in sede di appello e quest’ultima l’ha respinta, dicendo che ormai il processo, bene o male, era stato radicato a Brescia.

PRESIDENTE. Come si chiuse il processo?

ARCAI. Alberto Fadini, che è il soggetto usato da Trovato per radicare la definitiva competenza a Brescia, fu assolto.

PRESIDENTE. E Fumagalli?

ARCAI. Assolto da tutti i reati da ergastolo. La stampa dell’epoca per più giorni scrisse…

PRESIDENTE. Borromeo e gli altri?

ARCAI. Tutti assolti dalla guerra civile.

PRESIDENTE. E degli altri reati? Trasportavano armi, esplosivi…

ARCAI. Ma erano tutti reati inferiori al sequestro Cannavale.

CORSINI. Io, per concludere, le ricostruirò un piccolo scenario e lei in seguito potrà dirmi cosa ne pensa. Esistono in Veneto gruppi neofascisti radicali; gruppi che sono infiltrati, anzi non infiltrati, è una parola scorretta: esistono gruppi dentro i quali operano personaggi che sono informatori dei servizi italiani collegati con servizi stranieri.

ARCAI. Nel Veneto c’è la Nato.

CORSINI. Esattamente! Questi informatori sono peraltro ideologicamente e politicamente riconducibili a quest’area di estremismo radicale di destra; entrano in contatto ed hanno rapporti stretti con ambienti omologhi milanesi e in qualche misura possono essere individuati – sembrerebbe questo anche il senso delle ultime iniziative della procura della Repubblica di Brescia – come il terreno di coltura dentro il quale scaturisce la volontà di compiere la strage. I gruppi veneti e milanesi sono a loro volta collegati con un gruppo bresciano. I giornali – non io – fanno riferimento, all’indomani dell’iscrizione al registro degli indagati da parte della procura della Repubblica di Brescia di alcuni personaggi, ad un circolo culturale e politico che lei conosce perfettamente e che si chiama «La riscossa».

ARCAI. «La riscossa» di Benedetti.

CORSINI. Sì, di Benedetti, di Marcello Mainardi. Io sono un cittadino che legge con molta attenzione e con molta curiosità i giornali, e dai giornali mi faccio questa idea: che la strage di Brescia è il frutto della convergente azione di gruppi veneti, di gruppi milanesi e di un gruppo bresciano, che fanno riferimento a quest’area del radicalismo estremo della destra eversiva. In questi tre gruppi peraltro sono in qualche misura presenti alcuni personaggi che sono anch’essi neofascisti radicali e sono espressione di apparati dello Stato; sono legati ai servizi segreti. Lei come giudicherebbe questa ricostruzione?

ARCAI. Quali sono i nomi?

CORSINI. I nomi sono quelli apparsi sulla stampa.

ARCAI. Delfo Zorzi, i fratelli Soffiati; si riferisce a questi personaggi?

CORSINI. Sono i nomi che riporta la stampa nazionale. Lei cosa pensa di questa ipotesi?

MANTICA. Ma non possiamo parlare della stampa nella Commissione stragi!

CORSINI. Chiedo semplicemente un parere su uno scenario che non ho costruito io.

ARCAI. Ho già fatto un’analisi; se volete ve la lascio, ma ne avete già tante. Per me è aria che era già stata «fritta», inutile rifriggerla. In Veneto ci sono state sempre «teste calde». Ho avuto nel mio comando militari veneti «matti da legare», portati ad un certo tipo di violenza, anche se gente amabilissima sotto altri aspetti. Sono cose che sono già state dette in quelle carte di Giraudo – non so se adesso ci sia un certo Monti, perché non si capisce bene il suo ruolo dopo le disavventure con Salvini e soprattutto con Gerardo D’Ambrosio -. Ma è tutta aria fritta, inutile rifriggere queste cose. Circa i due giovani, se n’era parlato anche a proposito della strage solo che in quel caso quei due erano di Sinistra, mentre adesso sono diventati di Destra allora non erano stati detti i nomi. Dopo un fatto del genere ci sono tanti mitomani, fra i giornalisti soprattutto. Io ho tutte le raccolte. Si inventa: le lettere anonime arrivano a pacchi. Si parla dei due fratelli Soffiati, di un altro soggetto membro in contatto con la Cia, che doveva operare, ma che poi non sapeva nemmeno di Brescia. E’ tutto molto contraddittorio.

CORSINI. Quindi, lei è molto scettico su questa ipotesi.

ARCAI. Io ho scritto, come estensore della sentenza della Corte d’assise d’appello di Milano una sentenza base sul terrorismo e le Brigate rosse, quella relativa a Feltrinelli e Curcio, in cui si afferma che la Corte d’appello una volta che è stata deviata dai carabinieri non crede più a nessun carabiniere.

PRESIDENTE. Quindi lei ritiene che i depistaggi che ci sono stati hanno avuto ormai un effetto così devastante che non consentiranno mai di ricostruire la verità.

ARCAI. Io non credo più a nessuno.

PRESIDENTE. In effetti anche io sono perplesso sulla possibilità che in tutte queste vicende si giunga a giudicati di condanna. Ciò che si potrebbe fare è dare un giudizio storico, ma ciò non è in qualche modo gradito.

 

http://www.parlamento.it/parlam/bicam/terror/stenografici/steno21.htm

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