Audizione giudice Giovanni Arcai in commissione stragi – 4.6.1997 – prima parte

PRESIDENTE. Colleghi per comodità vostra ho fatto preparare delle cartelline all’interno delle quali troverete della documentazione che serve per questa audizione. In particolare della documentazione fa parte lo stralcio della parte della mia proposta di relazione che riguardava la strage di Brescia. Sulle valutazioni che quelle pagine contengono ho ricevuto due lettere: una molto garbata del dottor Arcai, che voglio ringraziare anche per il tono e la gentilezza della sua risposta, e una lettera del generale Delfino, che è sostanzialmente una lettera di insulti. Di esse parleremo naturalmente con il generale Delfino nella sede della sua audizione. A me è sembrato giusto, raccogliendo anche una segnalazione dell’onorevole Corsini, dare sia al dottor Arcai che al generale Delfino la possibilità di dialettizzarsi con la Commissione e quindi di esporre i motivi di dissenso che loro hanno rispetto alle conclusioni cui, in quella parte della relazione, giungevo.

Per quanto riguarda la lettera del dottor Arcai, vi è una parte iniziale in cui egli lamenta una certa debolezza delle conclusioni a cui giunge la proposta di relazione; mi limito a dire che la proposta di relazione rappresenta l’incipit di un percorso parlamentare, è un po’ come un disegno di legge. Era logico, quindi, che lasciassi abbastanza e volutamente debole la parte conclusiva, perché volevo che poi nascessero dal dibattito della Commissione delle proposte ed inoltre perché dovevo verificare in che limiti tutta la parte, diciamo, espositiva della relazione fosse effettivamente condivisa dalla Commissione, in quanto si tratta di un documento che impegna, ovviamente, l’allora e l’attuale Presidenza della Commissione, ma non impegna la Commissione.

In particolare, poi, il dottor Arcai lamentava una certa leggerezza di alcune valutazioni fatte in termini possibilisti e probabilistiche su possibili direzioni sbagliate che erano state date all’indagine. In proposito vorrei dire che il carattere dubitativo delle mie conclusioni non ha escluso che il generale Delfino si sentisse profondamente offeso e replicasse con la lettera di cui ho parlato prima.

Ci siamo trovati, soprattutto di fronte alla vicenda di Brescia, dinanzi a dati giudiziari estremamente contrastanti ed anche a valutazioni storiografiche contrastanti. Siamo di fronte ad una polemica che ha profondamente diviso e ferito una città, quindi una prudenza valutativa da me, in quanto presidente, continua ad essere dovuta, anche se indubbiamente confermo quello che ho scritto nella relazione. A me cioè è sembrato che l’aver indirizzato le indagini non tanto sulla persona di Buzzi, quanto piuttosto sul contorno, sul gruppo intorno a Buzzi, abbia indubbiamente impresso un ritmo ed una direzione alle indagini che probabilmente ha impedito che una serie di elementi, che poi invece furono valorizzati nella seconda parte delle vicende processuali, nel secondo processo, in particolare nel processo contro Cesare Ferri ed altri, avrebbero meritato ben altra valorizzazione.

Lei poi, dottor Arcai, in buona sostanza ritiene improprio il riferimento che ho fatto alla vicenda processuale che coinvolse suo figlio, affermando che in fondo, una volta che ne è stata accertata l’innocenza, menzionarlo in una relazione parlamentare avrebbe potuto rappresentare il reiterarsi di una ingiustizia. Il problema è che è difficilissimo parlare di ciò di cui dovremo parlare questa sera, vale a dire dell’indagine che lei stava conducendo sul Mar di Fumagalli, senza narrare di questo episodio che poi la mise in una condizione di difficoltà: in pratica, come lei ci ha anche scritto, lei ricevette una disposizione da parte dei vertici degli uffici giudiziari per cui quell’indagine dovette abbandonarla. Come avremmo potuto esporre questo aspetto della vicenda se non menzionando il problema che ha riguardato suo figlio? Anche se, alla fine, la conclusione cui giunge la mia proposta di relazione individua anche in suo figlio uno dei personaggi che non avrebbero dovuto essere coinvolti nell’inchiesta; ferma restando l’enigmaticità del personaggio di Buzzi che sta anche, con ogni probabilità, alla radice delle ragioni della sua morte tragica (Buzzi, infatti, viene ucciso da Tuti e Concutelli nel carcere di Novara).

Lei poi sottolinea come non sia nemmeno giusto buttare alla fine tutta la croce sulle spalle degli operatori e di coloro che indagavano, ma come vi siano state a monte delle responsabilità di questi, responsabilità che riguardino anche la magistratura. Io non nascondo il fatto che non tutte le pagine giudiziarie che riguardano le vicende delle stragi sono pagine alte scritte dalla magistratura italiana, ma in una vicenda come quella di Brescia, che tuttora crea dubbi e perplessità, non penso sarebbe proprio, da parte di una Commissione parlamentare d’inchiesta, sposare nettamente una tesi e quindi crocifiggere i magistrati che hanno sostenuto la tesi diversa: riterrei però – già gli onorevoli Corsini e Fragalà hanno chiesto di intervenire – che più che ripercorrere le piste di questa antica polemica, anche perché siamo in attesa di sviluppo che una nuova indagine in corso presso la Procura di Brescia potrà avere, sia invece opportuno partire proprio dall’indagine che lei stava conducendo, cioè dall’indagine nei confronti del Mar di Fumagalli e che, nella sua prospettiva, subisce in realtà uno stop attraverso la forzatura del coinvolgimento delle responsabilità di suo figlio nell’inchiesta, poi con la cattura e con il successivo rinvio a giudizio relativamente alla strage di piazza della Loggia.

Le chiederei, dunque, se lei volesse iniziare da qui, spiegare bene alla Commissione che cosa stava emergendo dalle indagini che lei stava conducendo sul Mar di Fumagalli e se, comunque, anche alla luce di ciò che lei ha acquisito in quella indagine, la tesi che poi spiega l’insieme della relazione (cioè che le tre grandi stragi insolute del 1969 e del 1974 siano comunque riferibili ad un medesimo contesto eversivo e, direi, fortemente controllato da apparati istituzionali e quindi che probabilmente aveva con questi apparati istituzionali un rapporto di reciproca e duplice strumentalizzazione) è un qualcosa che la sua esperienza le fa ritenere esatta come ipotesi ricostruttiva, almeno in base ad un giudizio di forte probabilità.

ARCAI. Vorrei subito precisare che non mi ritengo in condizione di esprimere giudizi o opinioni di alcun genere; penso di essere venuto qui per esporre dei fatti accaduti, storicamente accaduti; poi chi ne ha il dovere tragga le conclusioni.

PRESIDENTE. Va bene, allora distinguiamo i fatti dalle valutazioni.

ARCAI. La mia non vuol essere una presa di posizione, beninteso, signor Presidente; forse è una forma di deformazione professionale. Durante tutta la mia carriera mi sono sempre occupato soltanto di fatti processualmente accertati e provabili in un dibattimento; per deformazione professionale, il resto conta poco. Capisco però che è sommamente importante, per voi, apprendere e successivamente doveroso trarne delle conclusioni, che però sono vostre su un piano politico e direi anche storico.

Inizierò allora dal processo Fumagalli. Anzitutto mi sembra già un qualcosa che io non comprendo l’aver appreso oggi che la Commissione non avrebbe gli atti del processo Fumagalli: cosi mi hanno detto, non so se sia vero, ma a me sembra incredibile. Anche perché agli atti del processo Fumagalli c’è ad esempio un volume che allora intitolai “Operazione Anthares”. Un volume che fa paura non solo per il programma eversivo in esso contenuto, ma anche per i programmi pratici che vennero predisposti in termini di guerra civile, di stragi indiscriminate ed in termini di possesso e di uso di armi o di esplosivi. Devo dire peraltro che già allora si accertò che questo volume rappresentava le trascrizioni in intercettazione che il Sid aveva effettuato su Carlo Fumagalli e su Gaetano Orlando, che era il suo braccio destro, e questo già dal 1970. Ripeto, di Carlo Fumagalli e di Gaetano Orlando si sapeva tutto, si conoscevano i loro progetti sin dal 1970. In questa operazione effettuata dal Sid – e desidero precisare che il Sid allora per quanto riguarda la sorveglianza di Carlo Fumagalli agiva a Milano a mezzo del generale Palumbo e del maggiore Rossi – …

PRESIDENTE. Quindi si trattava della Divisione Pastrengo?

ARCAISì, si trattava del comandante della Divisione Pastrengo di Milano. Ebbene, dalle intercettazioni il Sid e poi l’Arma dei carabinieri avevano acquisito ogni elemento dei progetti che erano in corso in quel periodo di tempo. I servizi segreti inviarono stralci di questo volume “Operazione Anthares” contenente tali intercettazioni ai comandi dell’Arma, parte anche al Ministero dell’interno e al Ministro della difesa. Subito dopo un colloquio del dottor Zicari, per conto del Sidcon Gaetano Orlando, il medesimo Orlando fu arrestato dalla polizia: perché accadeva che mentre il Sid operava su Carlo Fumagalli e su Gaetano Orlando a mezzo del dottor Zicari, gli Affari riservati operavano sui carabinieri che intercettavano lo Zicari e gli altri, per cui anticiparono l’operazione che era in corso e arrestarono Gaetano Orlando. Poi, stranamente, il processo non venne svolto a Milano, ma a Lucca dove non pervennero mai gli accertamenti effettuati dal Sid; il tribunale di Lucca giudicò Gaetano Orlando, Carlo Fumagalli e gli altri in base al rapporto fatto dalla polizia la quale ignorava, o faceva finta di ignorare il resto; pertanto, Gaetano Orlando fu condannato con una mite pena e Carlo Fumagalli fu assolto. Tutto ciò è precedente al 1974è accaduto nel 1970.

PRESIDENTE. Dottor Arcai, i contenuti di questo rapporto Anthares sono gli stessi che sono emersi nell’indagine di recente effettuata dal dottor Salvini?

ARCAI. Questo non lo so.

PRESIDENTE. Cioè vorrei sapere se da queste indagini risulti che Fumagalli intendesse occupare militarmente la Valtellina con i suoi uomini, in anticipo rispetto al piani concordati con gli americani per la realizzazione delle operazioni militari che avrebbero portato ad una repubblica presidenziale.

ARCAI. Ho letto la sentenza Salvini nella quale sono affastellati molti aspetti, si tratta di una sentenza a mio avviso un po’ barocca – scusate se esprimo un giudizio, forse non dovrei farlo -. Però ci sono dei punti che consentono riferimenti a quello che era il programma di Fumagalli che poi, intendiamoci, non era solo di Fumagalli ma di un complesso di personaggi appartenenti alla politica, ai carabinieri, ai servizi segreti e all’esercito, ai quali faceva capo Fumagalli ma non da solo. Con lui c’erano l’avvocato Adamo Degli Occhi, un certo Piccone-Chiodo, che era un ex comandante partigiano in Valdossola insieme ad Edgardo Sogno e tanti altri personaggi. Siamo, ripeto, sempre negli anni settanta e, come ho già detto, finì tutto in una bolla di sapone con la sentenza di Lucca.

Nel 1974Fumagalli rispunta, ma non come Fumagalli, bensì come uno sconosciuto ingegner Jordan che sembrava agisse in Valtellina e a Milano. Più precisamente i carabinieri, o meglio ancora i carabinieri del Nucleo investigativo di Brescia comandati da Delfino, il 9 marzo 1974 inviarono un rapporto all’autorità giudiziaria, riferendo di aver casualmente, occasionalmente fermato un’automobile condotta da due giovani carica di mezzo quintale di esplosivo di una certa natura, più cinque chili di esplosivo di altra natura. Ripeto, si trattava di un’operazione del tutto “casuale”. Il pubblico ministero di quel processo relativo a questo rinvenimento occasionale di esplosivi era inizialmente il dottor Zappa, perché l’operazione era già iniziata con un contatto del capitano Delfino con la Procura della Repubblica di Brescia…

PRESIDENTE. Chi era il dottor Zappa?

ARCAI. Era un sostituto procuratore: il procuratore capo era il dottor Maiorana, il sostituto procuratore era, ripeto, il dottor Zappa, il quale aveva già concesso a Delfino ordinanze per intercettazioni telefoniche di diversi soggetti. Senonchè sembrò strano che quando vennero arrestati questi due ragazzi con tanto esplosivo ed inoltre con sei milioni di lire…

PRESIDENTE. Dottor Arcai, i ragazzi erano Kim Borromeo e Giorgio Spedini?

ARCAI. Ripeto, sembrò strano che Delfino avesse presentato il rapporto al dottor Trovato, che non era titolare dell’inchiesta. Ma poteva capitare che ufficiali di polizia giudiziaria accorti scegliessero i sostituti della procura che facevano loro comodo. Si tratta di un fenomeno denunziato e rilevato anche in altre occasioni, per esempio nel processo milanese Gap di Feltrinelli-Br Curcio. A mio giudizio questo del Mar è uno di questi casi.

Il processo ad un certo punto venne mandato al pubblico ministero alla formale istruzione – allora i processi venivano istruiti inizialmente dal pubblico ministero, quando erano complessi venivano mandati dal giudice istruttore per completare l’istruttoria – e venne mandato, se ben ricordo, il 22 aprile del 1974.

Naturalmente iniziai a sentire Kim Borromeo, Spedini e altri soggetti, i cui nomi emergevano nel corso delle loro dichiarazioni. Ad un certo punto mi accorsi di essere preso in giro da questi ragazzi (ma soprattutto dai loro avvocati) e che quindi qualcosa non funzionava. Allora interpellai il capitano Delfino e gli chiesi: “ma lei in questo rapporto ha detto tutta la verità? E’ vero che si è trattato di un arresto del tutto occasionale?”. Messo alle strette, Delfino rispose di no, che si trattava di un’operazione studiata a tavolino da tempo e orientata dal generale Palumbo. Allora gli imposi di stilare un rapporto vero ed è da qui che iniziano certi guai. Per intanto il capitano Delfino, dopo aver molto sommariamente spiegato cosa era accaduto, mi consegnò un verbale di sommarie dichiarazioni di Gianni Maifredi…

PRESIDENTE. Non Luigi Maifredi? Quindi ho sbagliato a citare il suo nome.

ARCAI. Sì, si tratta di Gianni Maifredi. Nel mio dialogo con il capitano Delfino si inserì il pubblico ministero Trovato dicendomi di lasciare in pace il capitano con la storia del rapporto falso, cosa ormai superata. Gli risposi che non era possibile. Cosa sarebbe potuto accadere in dibattimento quando questi ragazzi e gli avvocati – per esempio l’avvocato Savi – avessero fatto esplodere la questione? Sarebbe potuto succedere il finimondo. Questo è un processo a sfondo politico e si deve andare ad un dibattimento pulito e trasparente. Se qualche cosa dobbiamo correggere, dobbiamo farlo ora, in fase di istruttoria, mentre è ancora possibile dialogare a tu per tu con gli avvocati, i difensori e gli imputati. Non si può aspettare lo scontro in un’aula di dibattimento, altrimenti diventa tutto inattendibile. Alla fine anche il dottor Trovato diede il benestare affinché il capitano Delfino (non è vero che il pubblico ministero non dipenda talvolta dal potere; per me dipende molto e sempre) facesse il rapporto vero, che fu consegnato nel maggio 1975, dopo diverse sollecitazioni. Dal rapporto vero risulta – per le dichiarazioni del capitano Delfino e per l’esistenza del rapporto stesso – che in un processo incredibilmente ci sono due rapporti, uno dichiarato ufficialmente falso (con il capitano Delfino che ammette che è falso, però – secondo la sua opinione – per ragioni superiori di giustizia) e un rapporto vero o quasi – a mio avviso -, perché anche quello non è del tutto vero; ma è vera l’ossatura. Ciò su disposizione evidentemente del generale Palumbo; in una legione i carabinieri non fanno niente se non hanno l’ordine o il permesso di poterlo fare dal comandante della divisione.

PRESIDENTE. Perché il generale Palumbo era il superiore gerarchico, il vertice gerarchico del capitano Delfino?

ARCAI. Si tratta di una piramide. Il comandante Delfino comandava il nucleo investigativo: sopra di lui c’era il maggiore Losacco, comandante del gruppo. Però il comandante Delfino aveva l’ordine di tenere contatti diretti con il colonnello Morelli, che era il comandante della legione. Quindi Losacco era stato tagliato fuori da questa operazione.

PRESIDENTE. Quindi si era creata una catena anomala.

ARCAI. Ciò mi fa venire in mente che a un certo punto in questa vicenda fu tagliata fuori anche la polizia in un modo incredibile. Lo anticipo affinché in seguito mi ricordi di parlarne. Studiano a tavolino l’operazione e Gianni Malfredi viene infiltrato nel Mar di Carlo Fumagalli. Chi è Maifredi? E’ un personaggio quanto mai misterioso. Lavorava a Genova dove era segretario amministrativo di una sezione democratica di Sestri Levante, se ben ricordo. Ad un certo punto – questo mi fu detto a verbale dall’onorevole Lucifredi o Cattanei – ci fu un ammanco contabile in quella sezione e Gianni Maifredi sparì ed andò a Brescia. Però c’è un precedente. Quando Maifredi prestava il servizio militare, per l’esattezza il Car, fu punito in sala di rigore per un mese. Dopo aver scritto a Roma all’onorevole Taviani, quest’ultimo inviò una busta da consegnare al suo comandante. Il comandante, dopo aver letto la lettera, lo tolse di prigione e lo mandò, senza aver completato il Car, a fare istruzione di paracadutista sabotatore in un reparto della Toscana, con domicilio a parte dal resto del reparto e, per combinazione, nell’armeria. Questa è la ricostruzione di questa stranissima figura. Inoltre, mentre faceva il servizio militare a Roma come paracadutista sabotatore, era anche guardia del corpo e trasportatore dei deputati democristiani genovesi da Roma a Genova sulla dorsale dell’Appennino tosco-emiliano. Era perciò autista e guardia del corpo, perciò armato. Maifredi ha raccontato che in uno di questi viaggi l’onorevole Taviani era stato oggetto di un attentato omicidiario. Lo salvò all’ultimo momento uccidendo l’attentatore, un comunista. Si trattava di un fatto grave e da verificare. Io ho tentato di verificarlo anche perché ha un’importanza enorme. Ne ho parlato anche con Enrico Berlinguer, il quale ha svolto indagini ma non so a cosa sia approdato.

PRESIDENTE. Sarebbe un episodio che era rimasto segreto?

ARCAI. Sì, è rimasto segreto. Quindi è importante accertarlo.

PRESIDENTE. Era una millanteria?

ARCAISì, un millantato credito ma, a quale fine? Oppure è vero. Ma come mai nessuno ne sa niente? Già allora però, mentre io facevo gli accertamenti su quel tracciato dell’Appennino tosco-emiliano, qualcuno disse: “non sappiamo se sia vero o meno, ma se fosse vero certamente sono venuti i servizi segreti ed hanno fatto sparire il cadavere”. Fatto sta che neppure il Partito comunista italiano (stando a quanto a me è stato detto e quanto è stato scritto da Enrico Berlinguer) ne sapeva nulla. Però creava il problema di attendibilità di Maifredi, il quale, ad un certo punto, comparve a Brescia a lavorare nello stabilimento Idra di Adamo Pasotti. Non solo; comparve anche come capo operativo di una sorta di guardia antisindacale che veniva impiegata durante gli scioperi o le azioni di crumiraggio. Veniva, inoltre, utilizzato dalla polizia di Brescia per identificare i “rossi” o gli antisindacali che operavano dall’altra parte. Naturalmente si era spacciato per un fascista convinto e non era sembrano vero a determinati padroni di stabilimenti di Brescia avere un soggetto del genere, per di più era in possesso di armi. Egli, infatti, aveva la possibilità di usare e di tenere armi in casa. In casa aveva anche una telescrivente in funzione notte e giorno: a quei tempi, nel 1974, era inspiegabile che una persona che lavorava come operaio tenesse in casa una telescrivente. Aveva anche delle radio ricetrasmittenti che ad un certo punto la questura gli sequestrò.

Poi lui andò a Roma, disse ai suoi amici da Taviani; e nel giro di una settimana la Questura gli restituì anche le ricetrasmittenti. Ad un certo punto i Carabinieri, nel 1971-1972, gli avevano sequestrato una vera e propria arma da guerra. Il fatto venne ricordato durante un suo interrogatorio effettuato da me e poi io ricordai di essere stato lo stesso a confiscare allora quella che era veramente un’arma da guerra e che sparava a raffica. Non solo, per sua stessa ammissione si era introdotto – lui dice volontariamente, taluno sosteneva perché infiltrato – in un gruppo eversivo di Brescia cui soprassedeva un certo ingegner Tartaglia, un soggetto direi più sul pittoresco che sul concreto, il quale però aveva molto ascendente sulla fantasia di molti ragazzi, molti dei quali subirono poi gravi danni da parte di questo signore. Una volta infiltrato era arrivato al punto che faceva da istruttore di armi da guerra ai ragazzi di Brescia.

PRESIDENTE. Maifredi o Tartaglia?

ARCAI. Maifredi; Tartaglia, poverino, l’ho definito più pittoresco che concreto.

PRESIDENTE. In che anni?

ARCAI. Nel 1973-1974.

PRESIDENTE. E’ importante sapere se prima o dopo il 1974.

ARCAI. La cosa è iniziata nel 1972.

FRAGALA’. L’episodio di Taviani in che anni sarebbe accaduto?

ARCAI. Quando faceva il militare, non lo ricordo esattamente; parecchi anni prima.

FRAGALA’. E lei come conosceva Berlinguer?

ARCAI. Lui sedeva a sinistra nel banco di prima fila e io a destra; eravamo compagni di liceo. Dicevo dunque che Maifredi faceva esercitazioni a fuoco con armi da guerra in una certa Valle di Bertone di Brescia, in Valle Sant’Eusebio. Non solo, utilizzava certe armi svizzere che per l’introduzione in Italia erano state modificate ad un unico colpo, che lui era in grado di ripristinare la modalità “a raffica”. A detta del capitano Delfino, questo signore nel dicembre del 1973 viene, non si sa come, a conoscenza del fatto che i Carabinieri stanno iniziando una vasta operazione contro i neofascisti. Questo, dice il capitano Delfino, dovrebbe essere accaduto nel dicembre 1973; invece, il loro accostamento dovrebbe essere avvenuto molto prima, almeno un anno prima. Il Maifredi era già sposato ma separato dalla moglie. Aveva portato con sè a Brescia un figlio e coabitava con una certa Tonoli Clara; vi erano tre figli, un po’ dell’uno e un po’ dell’altra. La Tonoli diceva che ad un certo punto si era stufata – lo dichiarò in una udienza del primo dibattimento relativo al Mar – facendo mettere a verbale che a un certo punto si era allarmata e stufata per l’ingerenza del capitano Delfino nella sua abitazione e nella sua famiglia. Una specie di continua pendenza sul Maifredi, con in più la presenza a casa di armi e munizioni. Voleva saperne la ragione e pregava Delfino di lasciarlo in pace, di lasciargli fare la vita di famiglia. Lei afferma testualmente che Delfino le avrebbe detto: cara signora, suo marito fa quello che sta facendo o altrimenti va in galera. Indubbiamente questa affermazione prospetta la situazione di un soggetto che per una qualche ragione è ricattato. Io allora pensai che magari il ricatto si potesse riferire alla famosa uccisione del comunista – prescritto, non prescritto, vero o non vero – avendo poi saputo che Delfino era stato per anni nei servizi segreti.

CORSINI. Apprendo da lei che Delfino era stato per anni nei servizi segreti; è un fatto molto interessante.

PRESIDENTE. Quindi infiltrano Maifredi nel Mar: poi che succede?

ARCAI. Non nel Mar, prima lo hanno infiltrato nel gruppo bresciano di Tartaglia; anzi, nel gruppo di Tartaglia si infiltra da sè, non mediante Delfino, perché con Tartaglia i rapporti iniziano nel 1972 e Delfino venne a Brescia nell’ottobre o novembre 1972. Prima che lo dimentichi, vi voglio dire che appena venne a Brescia, alla fine del 1972, il capitano Delfino venne mandato in missione in Valtellina con il maresciallo Cenzon per tampinare Carlo Fumagalli, del quale lui poi farà rapporto parlando di un certo ingegner Jordan. Era stato in Valtellina a tampinarlo e a fare accertamenti: sapeva già tutto di Carlo Fumagalli. Invece, Maifredi è stato infiltrato nel Mar per richiesta di Delfino e lui non ha fatto fatica ad infiltrarsi perché nel Mar c’era già Kim Borromeo, che da Tartaglia era già passato a Fumagalli. Ad un certo punto i ragazzi bresciani si erano resi conto della differenza che c’era tra un eversore come Tartaglia e un altro eversore tipo Fumagalli. Cioè il secondo era un ex comandante partigiano, qualcosa di ben più serio, e quindi lasciavano Tartaglia e andavano a Milano da Fumagalli.

Il Maifredi era stato consigliato di fare certe proposte a Fumagalli in materia di armi ed esplosivi, perché in quel periodo di tempo, tra il dicembre 1973 ed i primi mesi del 1974, Fumagalli andava disperatamente cercando armi a lunga gittata, quindi vere e proprie armi da guerra, con le relative munizioni, pagandole qualunque cifra; non aveva problemi di quattrini.

PRESIDENTE. Quali potevano essere le fonti finanziarie di Fumagalli?

ARCAI. Fumagalli non aveva problemi perché faceva sequestri di persona e rapine in banca. Si autofinanziava allegramente; avevamo calcolato che all’atto dell’arresto dovesse manovrare una cifra intorno al miliardo ed eravamo nel 1974. Inoltre, aveva grande disponibilità di autoveicoli perché in possesso di una carrozzeria, la DIA. Anticipo per il momento che la carrozzeria DIA di Carlo Fumagalli si trovava a duecento metri dal traliccio dove morì Feltrinelli. Vi dirò anche che la sera prima Carlo Fumagalli e Feltrinelli si erano trovati in un certo albergo perché su certe cose operavano insieme. Il motivo per cui Gianni Maifredi si infiltrava da Fumagali è per fargli appetire armi a lunga gittata che, su istruzioni dategli da Delfino, sarebbero state in possesso di un gruppo arabo che appetiva al contrario gli esplosivi. Viene pertanto preparata una trappola, per cui il Maifredi va a Milano con i due ragazzi, Kim Borromeo e Spedini, per prendere l’esplosivo da consegnare agli arabi. Questo il rapporto vero redatto successivamente. Sennonché, neppure questa storia è tutta vera; intanto nel precedente rapporto, quello falso, si era dato luogo a qualcosa di più di un racconto: casualmente, abbiamo intercettato questi ragazzi con l’esplosivo. Si è detto che in quell’occasione, sulla base di confidenze particolari ricevute dai carabinieri, in quel giorno era stato visto anche un furgone targato Ginevra; pertanto, la faccenda era diventata più importante. Si parlava di una sosta all’albergo Palafitte di Iseo dove i ragazzi si erano fermati per chiedere ai camerieri se un certo signor Basilico avesse lasciato per loro qualcosa; ma non solamente questo; si diceva che i ragazzi sarebbero dovuti andare all’Aprica in un certo albergo Bozzi, dove avrebbero incontrato un signore in impermeabile chiaro che fumava il sigaro e leggeva l’Unità, naturalmente con la cravatta rossa. Sono quelle piccole cose che denotano già in partenza una cultura particolare. Tutto questo non era vero; però è vero che il capitano Delfino, attraverso i suoi sottufficiali, tra gli altri il maresciallo Siddi, hanno redatto verbali falsi, interrogando i camerieri degli alberghi Palafitte e Bozzi di Aprica; facendo indagini a Genova per sentire chi avrebbe potuto dare questo esplosivo.

Il problema in realtà è un altro: una quantità di denaro pubblico speso per inventare, redigere falsi verbali, mandare sottufficiali a destra e a sinistra, interrogare persone che non potevano sapere niente di questa operazione. Appurato che il rapporto era falso, sorgeva comunque l’altro problema: è un rapporto falso consegnato a un pubblico ministero, cioè ad un magistrato.

Dovei a tale proposito svolgere un’osservazione riguardo al suo accenno ai magistrati: ho letto infatti tutte le relazioni di questa Commissione, i libri di storiografi; a mio parere, essi tendono sempre ad imputare eventuali depistaggi ai servizi segreti, ai carabinieri, alla polizia, eccetera. Ma ci sono anche i magistrati che depistano: possono farlo dolosamente, stupidamente o per mancanza di professionalità. Questo è ciò che vorrà dimostrare proprio nel caso della strage di Brescia, dove la procedura è stata stracciata, ma soprattutto è stata insultata tutta la medicina legale.

PRESIDENTE. Tutto questo è stato riportato nella sua lettera a noi indirizzata. In essa attribuisce la responsabilità anche del lavaggio della piazza al procuratore. Ma questi fatti saranno successivamente analizzati. Per il momento seguiamo la vicenda di Fumagalli. Accertato che il primo rapporto era falso, che era stato presentato all’autorità giudiziaria, che cosa succede dopo?

ARCAIDurante il dibattimento di primo grado il Presidente, interrogando Delfino, volle sapere un po’ di più su questi due rapporti. Delfino fece questo racconto: “Assegnai al dottor Trovato il maresciallo Censon” – quello che era stato con lui in Valtellina per indagare sullo sconosciuto Fumagalli – “per interrogare, assistendolo come dattilografo, Kim Borromeo”. Alle due di notte – dice Delfino – il dottor Trovato è venuto da me dicendo che era necessario organizzare subito delle squadre per cercare di identificare Basilico; quel tale in impermeabile bianco con il sigaro e che leggeva l’Unità; e mandare una squadra a Genova per identificare chi avesse fornito l’esplosivo ai ragazzi. Allora, mandai fuori il maresciallo Censon che non sapeva come si era svolta l’operazione Fumagalli – ed è strano che non ne avesse fatto parte se nel 1972 aveva partecipato con lui proprio alla ricerca di Fumagalli – e chiesi al dottor Trovato: “Scusa, non ti hanno detto niente di come sono andate le cose in procura?”. E lui disse di non sapere niente. Allora disse che spiegò al dottor Trovato come si erano svolti i fatti, secondo il rapporto vero: “II pubblico ministero al dibattimento – nel momento in cui il capitano Delfino spiega questo – è appunto il dottor Trovato, il quale non si è opposto, non lo ha smentito; lo ha lasciato dire. Io gli ho spiegato, lui ha recepito. Sennonché, pochi giorni dopo il dottor Trovato manda circa cinque cartelle di istruzione di ordini al capitano Delfino per identificare Basilico, che avrebbe già dovuto sapere che si trattava di un maresciallo, per andare a Genova ed identificare l’altro; che era il maresciallo Arli, era un uomo di Delfino; quello all’Aprica era un uomo di Delfino; Basilico dell’albergo Palafitte era il brigadiere Tosolini di Delfino”.

CORSINI. Il maresciallo Arli di allora è l’attuale capitano Arli?

ARCAI. Anche lui è stato promosso.

PRESIDENTE. Mi faccia capire, perché a differenza di Corsini non sto capendo. Delfino, in dibattimento, dice che in realtà aveva informato il pubblico ministero della falsità del primo rapporto. In realtà il pubblico ministero non lo smentisce. Lei ci dice che invece vi era una richiesta di indagine del pubblico ministero che smentisce il fatto che fosse stato detto al dottor Trovato che il rapporto era falso.

ARCAI. E’ stata fatta una cosa semplicissima: ha scritto al capitano Delfino dicendogli di identificare il Basilico.

PRESIDENTE. Se avesse avuto conoscenza che il rapporto era falso non avrebbe dovuto farlo.

ARCAI. Esatto. Le ho scritte queste cose, sono anni che le vado ripetendo. Questo è l’inizio della vicenda di Carlo Fumagalli, con lo scorcio su Gianni Maifredi. Si tratta di un racconto che concerne una infinità di scatole cinesi, l’una infilata nell’altra: appena se ne muove una ne vedo subito due o tre, e mi perdo per strada. Allora, forse sarebbe meglio che voi mi faceste domande su punti specifici.

CORSINI. Anzitutto la ringrazio. A dire il vero avevo preparato un primo “pacchetto” di domande riguardanti esattamente i temi che lei adesso ha affrontato e alle quali indirettamente, cioè senza essere stato interpellato, ha dato delle risposte. Mi riferisco agli accertamenti su Maifredi, al rapporto falso circa l’arresto di Spedini e di Borromeo, la testimonianza che ha avuto dalla moglie di Maifredi, Clara Tonoli, e così via. In ordine a questi aspetti forse posso fare qualche altra domanda che esula dalle osservazioni che lei ci ha esposto.

La mattina del 28 maggio 1974 lei fu accompagnato in ufficio dal personale del nucleo investigativo comandato dal capitano Delfino. Accompagnò a scuola anche suo figlio Andrea: l’accusa ricostruì la presenza di suo figlio al bar Miracoli alla stessa ora, come testimoniarono i carabinieri della sua scorta su questa vicenda.

ARCAI. Non è che mi rallegri ricordare certe cose, ma sono fatti storici. C’era stato un precedente, per cui avevo ricevuto ulteriori minacce specifiche, aggravate dalla circostanza che era stato riferito che i miei percorsi per andare in ufficio erano stati studiati da coloro che avrebbero dovuto pestarmi. Corrispondevano ai percorsi alternativi che io facevo: erano stati studiati. Questo mi aveva preoccupato.

Faccio una piccola parentesi, che mi dovete consentire. Allora ero giudice istruttore di provincia: ero stato nove anni prima come pubblico ministero nella procura di Brescia e da quindici anni ero giudice istruttore nonché giudice di sorveglianza di Brescia. Dunque conoscevo bene l’ambiente e tutte le situazioni, ma solo per quel tanto di criminalità che c’è in una provincia tranquilla e operosa come è Brescia. Situazione politica zero, conoscenze politiche zero. Quando riferii al capitano Delfino di queste minacce concrete, mi venne assegnata una scorta, per cui da due o tre giorni, alle nove, la macchina dei carabinieri guidata dall’appuntato Farci, con a bordo il maresciallo Siddi, braccio destro di Delfino, veniva a prendermi a casa e mi accompagnava in ufficio. La mattina del 28 maggio si prospettava un po’ tempestosa, scioperi, cortei e via dicendo. Il problema di mio figlio era di andare a scuola perché nei giorni precedenti era stato ricoverato in ospedale, era stato male. Doveva superare una interrogazione in matematica e capitava, spesso, in occasione di scioperi, che se un determinato professore c’era, si approfittava per farsi interrogare. La mamma del ragazzo, anch’essa professoressa, ci teneva moltissimo, e diceva: “Devi andare e farti interrogare”. Ne ho approfittato. Il liceo scientifico dista da casa 300-400 metri, c’era la macchina, in fondo alla strada dove c’è il liceo scientifico si profilava un corteo di scioperanti, per cui ho detto: “Fatemi il piacere, prendiamo il ragazzo e lo accompagnamo a scuola”. Così fu fatto, lo chiamai, lo feci affrettare e scendere; saltò in macchina con noi e lo accompagnammo al liceo scientifico, dove egli entrò. Data la strada che avevamo preso (via Trento, via San Faustino), che era la più corta per andare al tribunale, proseguimmo. Passando in piazza della Loggia, vidi che c’erano già circa cinquanta carabinieri e un ufficiale altissimo, che si chiamava – lo appurai dopo, chiedendo al maresciallo Siddi chi fosse quell’ufficiale così alto – tenente Ferrari (era un ufficiale di complemento). Un particolare da ricordare questo, perché il tenente Ferrari avrà un certo ruolo nei confronti del capitano Delfino. Niente. Quando il 30 ottobre del 1974 il giudice che istruiva il processo per la strage… preciso: io istruivo il processo Mar, il processo per la strage lo istruiva il dottor Vino perché glielo avevo assegnato io.

PRESIDENTE. Chi era il pubblico ministero del suo processo?

ARCAI. Il dottor Trovato.

PRESIDENTE. E il pubblico ministero dell’altro processo?

ARCAI. Il dottor Lisciotto. Lei signor Presidente mette il dito su un’altra situazione. Dunque il dottor Trovato seguiva il Mar – è una situazione come ho detto piena di scatole cinesi – e il dottor Lisciotto era il pubblico ministero del processo per la strage. Io stesso assegnai al dottor Vino l’Istruttoria del processo della strage contro la mia volontà. Io avrei voluto – e lo dissi – assegnarla al dottor Besson, che poi avrà dei ruoli importanti in questa vicenda.

PRESIDENTE. E’ il giudice che condusse l’istruttoria su Bonati.

ARCAI. Sennonché ci fu una riunione alla Corte d’appello; improvvisamente dopo la strage di Brescia la situazione divenne molto pesante, molto intricata. Era evidente che bisognava nominare qualcuno e in Corte d’appello prevalse la nota teoria degli avanzamenti in magistratura secondo la legge enologica: il vino migliore è quello invecchiato! Siccome il dottor Vino era il più anziano nell’ufficio, l’istruttoria per la strage venne assegnata a lui anziché al dottor Besson.

PRESIDENTE. Torniamo all’episodio della mattina.

CORSINI. La testimonianza dei carabinieri…

ARCAI. Il 30 ottobre il dottor Vino venne nel mio ufficio. Purtroppo io non sapevo niente, ero completamente al di fuori di tutto, avevo il processo Fumagalli che mi teneva impegnato giorno e notte anche nei giorni festivi. Mi comunicò di avere spedito un avviso, allora si chiamava comunicazione giudiziaria: tuo figlio Andrea è implicato nella morte di Silvio Ferrari e nella strage. Gli rispondo che il 28 maggio – lo ricordo bene – mio figlio è stato accompagnato da me in macchina con Siddi e Farci. Da dove salta fuori tale questione? Lui mi disse: si tratta di vedere gli orari e via dicendo. Durante l’istruttoria i due – Siddi e Farci – furono interrogati dal dottor Vino al quale dissero: non è vero, noi non ce lo ricordiamo. Quando il dottor Vino me lo comunicò io gli dissi: giù in cortile adesso ci sono Farci e il maresciallo Siddi, chiamali e sentili subito, immediatamente, è importante. Niente! Noi poi li citammo, naturalmente con una memoria, su questo fatto; Vino li interrogò e ripeto (loro dissero) non solo non ricordiamo, anzi lo escluderemmo anche perché in epoca piuttosto recente il giudice Arcai ci ha chiesto se ricordavamo questo fatto, ma ce lo ha chiesto quasi a suggestionarci. Questo fu valorizzato molto in modo negativo e non sarebbe stato necessario farlo se Vino, quella sera stessa che io gli dissi che erano giù in cortile li avesse chiamati subito. Pazienza!

Comunque loro, durante il dibattimento, invece, sia il maresciallo Siddi che l’autista Farci dissero: a pensarci bene, a ricordare bene, ricordiamo vagamente che un giorno di maggio il giudice Arcai ci fece fermare la macchina davanti al liceo scientifico perché voleva vedere un ragazzo che entrava. Chi era il ragazzo? Non dissero “il figlio”, parlarono di un ragazzo che entrava al liceo scientifico. Il presidente Allegri ha insistito un po’ e loro hanno detto: “forse era il figlio, forse era il 28 maggio perché adesso ricordiamo che c’erano i cortei in giro”. Tant’è che nella sentenza redatta dal giudice a latere Maresca si legge addirittura: chissà poi perché i legali di Andrea Arcai se la sono presa tanto, con il povero Siddi e il povero Farci, se in pratica in dibattimento hanno ammesso. Ammesso sì, ma dopo tre anni; inoltre non è che lo abbiano ammesso per così dire a bocca piena. Ma questo è il meno perché c’è stato di peggio. Quando poi io lessi ciò che dicevano i testimoni che avevano evocato nel processo il ragazzino (che allora aveva quindici anni e mezzo ed era alto 1,56, non era l’ultimo nato, e cioè Andrea) ma dicendo che era il primogenito alto 1,75, di ventidue-ventitre anni. Io dissi: ma cosa dite? Voi Andrea lo conoscete, siete stati a mangiare in casa mia serviti da lui, trovate due gaglioffi che vi indicano Andrea alto 1,75 e di 23 anni e non li reprimete immediatamente? Che razza di giudici siete?

PRESIDENTE. Mi scusi, dottor Arcai, noi siamo una commissione d’inchiesta che si deve occupare da piazza Fontana al caso Moro e rispetto a questa accusa nei confronti di suo figlio si è formato molto presto un giudicato pienamente assolutorio.

ARCAI. Io ho dichiarato guerra a quell’istruttoria all’insegna della Colonna Infame.

PRESIDENTE. Questo lo abbiamo capito, la mia domanda è un’altra.

ARCAI. Non tanto per difendere mio figlio, ma per difendere per esempio Cosimo Giordano che era un povero disgraziatello.

PRESIDENTE. In realtà per quattro imputati viene abbastanza presto eliminato il sospetto di colpevolezza e di ciò gliene do atto. La mia domanda è un’altra, lei oggi rinnova una forte accusa che il coinvolgimento di suo figlio nella strage di piazza della Loggia aveva un unico fine: bloccare la sua inchiesta su Fumagalli. Questo è il punto. Noi abbiamo capito che cosa lei aveva scoperto ed accertato in quell’inchiesta, ma qual era l’altro livello verso cui lei stava indirizzando l’inchiesta, per cui il blocco dell’inchiesta assume senso e significato?

CORSINI. Era esattamente la domanda a cui volevo arrivare.

PRESIDENTE. Questi sono i punti su cui la Commissione deve centrare la sua attenzione.

ARCAI. Chi era Fumagalli?

PRESIDENTE. Questo lo sappiamo bene era un capo partigiano, un partigiano bianco.

ARCAI. Sul punto nel luglio 1974 venni sentito dalla Commissione parlamentare sulla mafia perché in base a certe supposizioni di un commissario componente della commissione, Giorgio Pisanò, in base ad accertamenti da lui effettuati, pareva ci fosse una connessione tra Fumagalli e la mafia perché il suo braccio destro, Gaetano Orlando – era siciliano, come se tutti i siciliani fossero mafiosi – nell’ ambiente veniva, forse per il suo modo di fare, chiamato “il mafiosetto”. Io dissi chiaramente alla Commissione: per me non è esatto, per me il gruppo eversivo di Carlo Fumagalli, i suoi complici ed il loro progetto eversivo è Juventino; dissi testualmente così, è bianconero. Fu pubblicato…

PRESIDENTE. Ce lo spieghi, cosa voleva dire?

ARCAI. Mi riferivo a quelli che erano i referenti più immediati, suoi pari, non più alti, arriveremo a quelli, e cioè ex partigiani bianchi, tipo Taviani, tipo Sogno…

CORSINI. Sogno non era bianco.

ARCAI. E che cos’era?

CORSINI. Era un monarchico.

PRESIDENTE. Non era rosso. La verità è che il fazzoletto che avevano al collo era azzurro. Andiamo avanti.

ARCAI. Iniziai anch’io ad indagare: anzi, gli unici documenti allegati al processo Sogno furono documenti acquisiti da me. In seguito me li chiese il collega Violante e glieli mandai. Mi disinteressai di Sogno perché feci questo ragionamento: sapevo chi era Sogno, che era stato con gli americani, agendo con gli americani, che era stato un capo partigiano valido e in gamba, e ambasciatore, uso ai segreti e alle cose segrete.

PRESIDENTE. Lei quindi ritiene che al di là della maggioranza silenziosa, Degli Occhi, eccetera il livello a cui non si voleva che lei arrivasse era quest’altro.

ARCAI. La maggioranza silenziosa era un fenomeno pittoresco; Carlo Fumagalli aveva ben altri referenti, e precisamente: quelli immediati, più diretti, erano Piccone Chiodo, Adamo Degli Occhi, il generale Palumbo (perché c’era), quelli più alti erano di livello politico. Tra di essi, per quello che emergeva negli atti, c’erano Pacciardi e Taviani. Io feci anche alla Commissione antimafia, allora, questo ragionamento: Carlo Fumagalli, una persona intelligente e concreta – è un operatore industriale, non un ragazzino con molta fantasia -, se un bel dì di maggio si sveglia e dice “voglio fare il Presidente della Repubblica”, chi gli crede? Non ha la cultura, non ha il carisma, non ce l’ha assolutamente. Lo stesso Adamo Degli Occhi era piuttosto sul patetico, pittoresco.

PRESIDENTE. Un noto penalista.

ARCAI. Ma era bravo come penalista, era bravo. Carlo Fumagalli ha sicuramente dei referenti che rendono attendibile il suo programma, ma chi sono?

CORSINI. Lei è a conoscenza di rapporti tra Fumagalli e Luciano Liggio?

ARCAI. Perché mi fa questa domanda? Non lo so.

PRESIDENTE, Perché lei in un articolo che ha scritto…

ARCAI. Quale articolo? Non lo so. E’ successo un fatto stranissimo: io a Milano feci…

PRESIDENTE. La domanda precisa è questa. Lei in un articolo pubblicato su “Brescia oggi” del 17 dicembre 1983 afferma l’esistenza di fotografie scattate il 29 aprile 1974 all’inaugurazione a Milano, in via Giambellino 52, di una enoteca di proprietà del noto capo mafia Luciano Leggio detto “Liggio”. Lei afferma che in una delle fotografie è ben visibile il brigadiere Tosolini, allora braccio destro del capitano Delfino, e che nella stessa foto è visibile anche Carlo Fumagalli, capo del Mar, sul quale lei svolgeva indagini alle quali, almeno ufficialmente, collaborava anche il capitano Delfino. Quindi il fatto che lei denuncia è che pochi giorni prima della strage di piazza della Loggia in un’enoteca che apparteneva ad un capo mafia c’erano insieme Fumagalli e il braccio destro di Delfino che indagava su Fumagalli. Lei lo conferma?

ARCAI. Certo che lo confermo, l’ho scoperto io facendo il relatore e redattore della sentenza “Nuova mafia” di Luciano Liggio: sequestri di Rossi Di Montelera, Torielli e altri che adesso non ricordo…

PRESIDENTE. Scusandomi con l’onorevole Corsini, volevo farle una domanda precisa. Quello che lei dice conferma una valutazione probabile che è allo studio della Commissione, che cioè tutti questi gruppi eversivi che lei ha definito bianconeri siano stati per un lungo periodo, diciamo fino al 1974, in qualche modo seguiti, se non incoraggiati seguiti con le briglie lunghe, da parte di apparati istituzionali con alle spalle, probabilmente. precise responsabilità politiche, e che poi invece nel 1974 c’è una svolta e questi gruppi vengono buttati a mare. Quindi l’operazione Maifredi, il primo rapporto di Delfino, potrebbero rientrare in questa logica, in questa strategia, vale a dire il tentativo di recidere i rapporti che ad un certo punto erano diventati pericolosi.

ARCAI. Mi pare di averlo già scritto, sono d’accordo su questo per un complesso di ragioni. Intendiamoci: non c’è dubbio, per quello che ho accertato e che ho capito poi leggendo e facendo certi processi anche di terrorismo rosso, perché ho fatto poi anche i processi Feltrinelli e Curcio a Milano, e anche in quelle circostanze mi sono trovato di fronte a servizi segreti che facevano questi lavori, carabinieri che facevano altrettanto, e mi sono trovato anche nel processo Fumagalli…

PRESIDENTE. Questo per noi è interessante perché l’ipotesi che seguo è che poi tutto ciò sia continuato dal 1974 in poi con riferimento al terrorismo di sinistra, che cioè anche il terrorismo di sinistra sia stato seguito, almeno a briglia lunga, almeno fino al sequestro Dotto.

ARCAI. Io lo ritengo molto probabile.

PRESIDENTE. In tutto questo lei, sempre in uno di questi articoli, ha sottolineato che il vero obiettivo della bomba di Brescia erano probabilmente i carabinieri, sulla base della nota ipotesi ricostruttiva secondo cui se in quel giorno di maggio non avesse piovuto, sotto il portico ci sarebbero state le forze dell’ordine.

ARCAI. Il tenente Ferrari.

PRESIDENTE. Ora ci arriviamo. Lei dice che il vero problema è capire perché sono i carabinieri che impediscono che questo fatto emerga, che cioè il vero obiettivo era l’Arma, e ciò ci riconduce sempre attraverso il filone del Mar alla vicenda di Pian del Rascino, che le do atto non essere in Valtellina, ma sull’Appennino centrale.

ARCAI. Non me lo ricordavo.

PRESIDENTE. Me lo ricordo io. Vuole ricostruire tutto questo, compresa la vicenda dell’uccisione di Esposti?

CORSINI. Signor Presidente, mi scusi, visto che ha toccato questo punto, vorrei integrare la mia domanda. Lei intervenne personalmente a Pian del Rascino dopo il conflitto a fuoco nel quale viene ucciso Giancarlo Esposti il 31 maggio 1974: vorrei sapere chi era con lei, come fu rinvenuta in quella occasione la fotografia di Cesare Ferri, che accertamenti furono disposti, a chi furono delegati, come furono eseguiti.

ARCAI. Signor Presidente, serve più tempo.

CORSINI. Cesare Ferri è un nome importante.

ARCAI. Certo che è un nome importante, perché ad un certo punto Delfino scrisse su “Lotta continua” o su “Autonomia”, non mi ricordo, in un’intervista: “Ferri lo abbiamo abbandonato perché abbiamo trovato una pista migliore”, cioè Buzzi. Perché poi il nome di Buzzi ritornerà.

CORSINI. Va bene, ma fermiamoci alla mia domanda.

ARCAI. Fatemi prima mettere a posto le mie scatole cinesi. Fumagalli era conosciuto e seguito dal colonnello Burlando e dal maggiore Rossi – ricordo che Burlando faceva parte del Sid – fin dal 1970 come abbiamo già detto. Poi nel 1974 il generale Palumbo si ritrova di fronte a Milano il nome di Fumagalli non più come semplice aggregato in quel disegno di nuova repubblica presidenziale che si andava discutendo nei diversi Gruppi che auspicavano questa nuova forma istituzionale, ma a capo di molti uomini; soltanto in Valtellina – si diceva – che ne avesse duecento pronti a muoversi.

CORSINI. Cento in meno rispetto a quelli di Bossi.

PRESIDENTE. Colleghi, non approfittiamo dell’assenza dei colleghi della Lega Nord.

ARCAI. Fumagalli a mio avviso era più pericoloso di Bossi; era un uomo concreto e con i piedi per terra. Si scoprì quindi che bisognava inquadrare il Mar con la Rosa dei venti in quanto viaggiavano di conserva, con altri gruppi di galantuomini, di gente per bene come ad esempio il generale Nardella, che a un certo punto presero coscienza che Fumagalli era in possesso di uomini, Land Rover attrezzate militarmente…

PRESIDENTE. Infatti a Pian del Rascino si recano con una Land Rover.

ARCAI. In quel caso avevo telefonato al capo della polizia Zanda Loi e al prefetto Garrubba perché cercassero quella Land Rover che poi fu trovata a Pian del Rascino.

FRAGALA’. Si trattava di Zanda Loi?

ARCAI. Sì Zanda Loi era l’allora capo della polizia, non di Parlato, direi tutt’altra pasta di uomo.

PRESIDENTE. Parlato lo incontreremo dopo in via Gradoli.

ARCAI. Ne siete a conoscenza?

FRAGALA’. Sì, dottor Arcai.

ARCAI. Al proposito devo dire che fu iniziato un provvedimento disciplinare nei miei confronti sulla base di una denuncia formale inoltrata presso il Ministero di giustizia e il Consiglio Superiore della magistratura dal Capo della polizia dottor Parlato, con un appunto anonimo dove venivo descritto come un eversore. Ripeto, questo appunto anonimo fece da base ad un procedimento disciplinare nei miei confronti.

Pertanto Fumagalli aveva a disposizione non solo armi, uomini e progetti eversivi, ma risultava essere anche un sequestratore ed un rapinatore: quindi, per un generale dei carabinieri, per un generale come Nardella e come tutti gli altri galantuomini che gravitavano tra Rosa dei venti e Mar-Fumagalli, non fu certamente un bell’accertamento sapere che Fumagalli sequestrava le persone, come ad esempio Aldo Cannavale, per autofinanziarsi; che utilizzava i ragazzi bresciani e milanesi per rapinare banche in Valtellina e in Valcamonica: che usava i contrabbandieri di caffè e altresì che aveva progettato con un certo Paolo Pederzani e, se ben ricordo, con Giancarlo Esposti, una rapina ad un treno svizzero che trasportava a date fisse dei valori, e che infine aveva compiuto anche rapine di altro genere. Quindi non si trattava più del compagno in un progetto puro come l’oro, ma di un criminale. A quel punto è scattata la molla per eliminarlo. A Milano hanno ritenuto che non fosse possibile farlo perché Fumagalli aveva delle protezioni: si pensi soltanto che nel 1970 egli rimase a Milano per ben due anni latitante, ciò nonostante frequentava la questura, era amico di Calabresi, riceveva carabinieri e nessuno lo arrestava. Umberto Del Grande, l’anarchico amico intimo di Pinelli, lo chiamava: “il latitante d’oro”; tuttavia bisogna dire che le Land Rover per andare a fare caccia grossa in Africa, Del Grande se le faceva revisionare da Fumagalli. Inoltre Fumagalli aveva al suo seguito degli anarchici, come ad esempio Mauro Targer, oltre che – ripeto – l’amicizia con Del Grande, anarchico. Aveva con sé il socialista Angelo Falsacci assessore di non ricordo più quale comune nei pressi di Milano. Sempre al suo seguito vi erano dei criminali comuni, addetto al furto, come ad esempio un certo Giovanni Rossi ed altri soggetti che si dedicavano al furto di automobili di un certo valore che venivano “taroccate” nell’officina di via Folli e in quello di Segrate e poi vendute. Fumagalli si autofinanziava attraverso due settori distinti: da una parte i ladri e dell’altra i falsari, i “taroccari”; inoltre intratteneva rapporti con quelli che lui definiva i compagni di strada, i massoni ed altresì aveva contatti con trafficanti di vario genere che ne inquinavano…

PRESIDENTE. Abbiamo compreso che era diventato un personaggio pericoloso!

CORSINI. Ritornerei al punto, veniamo al 31 maggio del 1974, vorrei sapere della sua presenza a Pian del Rascino e della fotografia di Ferri, questa era la mia domanda.

ARCAI. Desideravo prima concludere il discorso. Fumagalli venne eliminato con quella operazione con la quale venne trasportata – ed è questa la gravità della situazione – la competenza a giudicare da Milano a Brescia; praticamente in quel modo, come ho sempre sostenuto, “ci venne portata la strage a casa”. Questo è il punto! Infatti i carabinieri sapevano che l’esplosivo era a Milano, anzi credo che prima o poi salterà fuori anche questo dato. Infatti, Clara Tonoli durante il processo ne ha fatto cenno e ne ha parlato anche Orlando nelle dichiarazioni rese ai giudici Grassi e al capitano Giraudo. Ora, quell’esplosivo veniva da Rovereto, era stato conservato una notte a Brescia, per poi essere trasportato a Milano, poi da qui fatto riportare nel bresciano! In tal senso, la mia considerazione era la seguente: se questo esplosivo doveva essere consegnato al comunista – perché il concetto dei servizi segreti era: “picchia subito a sinistra” – perché sono passati dalla Valcamonica e non attraverso Lecco, che è la via più diretta che da Milano porta in Valtellina? Delfino aveva imposto che l’operazione dovesse farsi passando dal bresciano, perché a Brescia bisognava catturarlo. Ma automaticamente – quello che Trovato non ha capito e che mi ha meravigliato – la competenza a giudicare su una quantità tale di esplosivo era di Milano. Voi carabinieri sapevate che l’esplosivo era a Milano; lo avete mandato a prendere da Rovereto (ammesso che venga da Rovereto) a mezzo di Gianni Maifredi; ha pernottato a Brescia e poi il giorno dopo è stato portato a Milano per essere riportato nel bresciano.

PRESIDENTE. Mi scusi dottore, ma questo lo abbiamo capito. Ma io volevo sapere se lei ritiene che Fumagalli è stato “bruciato” perché il personaggio ormai era diventato impraticabile.

ARCAI. era impraticabile.

CORSINI. Colpevolizzano il figlio per sottrargli il processo.

PRESIDENTE. Questo lo abbiamo capito. La Commissione ha però elementi per una ricostruzione più ampia, perché una serie di elementi sembra che ci voglia dire che nel 1974 vi è stata una vera e propria svolta anche da parte del potere politico. Il senatore Andreotti ci ha confermato che mentre nel 1959 – e per sette anni – non si era mai occupato, come Ministro della difesa, di servizi segreti, nel 1974 invece, per effetto di tutta la vicenda De Lorenzo, ha dai servizi segreti istruzioni molto precise. Il generale Maletti ci ha detto che fino al 1974 non gli avevano neanche spiegato se dovevano difendere o meno la Costituzione. Gli elementi che abbiamo ci fanno pensare che questo indirizzo diverso politico è connesso anche ad un quadro internazionale che muta. Però queste sono valutazioni che lasciamo alla Commissione. La domanda dell’onorevole Corsini riguardava l’episodio di Pian del Rascino. Quindi, essendo Esposti con la barba, non somiglia più all’identikit che i carabinieri avevano diffuso del possibile autore della strage di piazza della Loggia, ma è la fotografia di Cesare Ferri.

ARCAI. E’ un altro complesso di scatole. Bisogna razionalizzarle in un certo modo per poter rispondere al quesito. Preciso intanto che io avevo dato ordine di ricercare una Land Rover che sicuramente esisteva ma che non era stata trovata. Tra il 29 e il 30 maggio telefonai a Roma al prefetto Zanda Loi per raccomandargli la ricerca di questa maledetta Land Rover, che poi risultò intestata ad un certo Sirtori e non a Gaetano Orlando, come quest’ultimo ha dichiarato al giudice Grassi. Sirtori a sua volta era un prestanome del ramo criminali comuni di Fumagalli. Il giorno seguente ancora sollecitai, non trovando il prefetto Zanda Loi, il prefetto Carruba. Improvvisamente saltò fuori la notizia del conflitto a fuoco in Pian del Rascino. Implicati: Giancarlo Esposti, ucciso, Kim Borromeo e Alessandro Danieletti, catturati; un terzo, Riverito, partito il giorno prima. La notizia era importante anche perché il giorno stesso della strage, il 28 maggio, il brigadiere di pubblica sicurezza Leopoldo De Lorenzo, nel pomeriggio, aveva fatto un identikit su due soggetti che lui stesso aveva visto in vicolo Legnaiuolo; due strani soggetti che camminavano davanti a lui e uno diceva all’altro: “Lo facciamo adesso?”. Lui, insospettito, li seguì un po’ per vedere cosa volevano fare. In quel momento ci fu uno scroscio improvviso di pioggia, li perse tra la gente che andava a rifugiarsi all’altezza del portico X Giornate… dove erano i carabinieri e donde, a causa della pioggia, il tenente Ferrari fece arretrare i carabinieri, nel cortile della prefettura distante un centinaio di metri. Secondo l’identikit di queste due figure, che ho ancora presenti, in una di esse – accertato poi dal padre e dalla sorella – Giancarlo Esposti è preciso. Un detenuto di Roma chiese di parlare – se ben ricordo – con Vitalone, affermando di riconoscere Esposti. Aggiungo che due o tre settimane dopo feci un intervento presso la questura di Milano dove trovai una fotografia di Giancarlo Esposti e la sequestrai (è allegata agli atti del Mar) che è precisa all’identikit, tanto che mi vennero dei sospetti sul tempismo – già nel pomeriggio era pronto – nel fare l’ identikit di Giancarlo Esposti. Non solo; si saprà poi che anche il capitano Delfino, non si sa perché, interrogò il brigadiere De Lorenzo e fece un verbale firmato dal solo De Lorenzo e non dal capitano Delfino. Si trattava di un’altra scatolina che lasciava pensare. Il 31 (il processo sulla strage ancora non era stato formalizzato) Trovato, che era il pubblico ministero per Carlo Fumagalli, ed io andammo a Rieti. Io ricordavo bene quell’ identikit, nel vedere Giancarlo Esposti che aveva la barba di settimane pensai che non era lui. Sennonché, c’è da inserire un’altra scatola. Si seppe dell’uccisione di Esposti la sera del 30, e noi partimmo per Rieti la mattina del 31 (sentivamo attraverso la radio del funerale). Alle 23.30 del giorno 30 maggio era venuto a casa mia (mi pare che ero già a letto o stavo lavorando) il capitano Fugaro, che comandava la polizia giudiziaria di Brescia, per recapitare un rapporto diretto al procuratore della Repubblica per la strage, ma che avevano pensato che era bene che conoscessi anch’io. In questo rapporto si dice (è agli atti del Mar e anche della strage) che il colonnello Morelli, il capitano Delfino, il colonnello Losacco (Losacco è quello che sequestra la lettera di minaccia) e il capitano Fugaro si erano trovati alla legione, avevano studiato il caso e avevano prospettato che autori della strage fossero Alessandro Danieletti e D’Intino, perché, secondo voci confidenziali che essi avevano raccolto, Esposti, Danieletti e gli altri si erano allontanati da Brescia la sera del 28 maggio. In realtà fu accertato che si erano allontanati da Brescia subito dopo la cattura di Carlo Fumagalli il 10 maggio. Non solo; in quella occasione, scappando da Milano, Giancarlo Esposti era passato a salutare il padre dicendogli: “Hanno arrestato il Vecchio”…

PRESIDENTE. Il Vecchio è Fumagalli.

ARCAI. “Hanno arrestato il Vecchio; i carabinieri ci hanno tradito”.

PRESIDENTE. Perché tradito?

ARCAI. Era morto, non potevo interrogarlo. Risulta da più elementi raccolti agli atti del Mar che Giancarlo Esposti aveva diretti riferimenti con i Carabinieri, non solo di Milano ma anche del Veneto, in particolare di Trieste.

PRESIDENTE. A Pian del Rascino, c’è un conflitto armato o un’esecuzione?

ARCAI. Io lo cercavo; si sapeva che Giancarlo Esposti doveva essere cercato. Ricordo tra l’altro che ci tenevo ad avere tutti i reperti di Pian del Rascino perché mi interessava trovare una pistola che Giancarlo Esposti aveva ricevuto da un ufficiale, non ricordo se dei Carabinieri o dell’esercito e le cartine topografiche dei posti di blocco. Inoltre, risultava che a questo cosiddetto conflitto a fuoco avesse partecipato un maresciallo venuto da Roma – volevo vedere le fotografie ma non sono mai riuscito a vederle – armato di un fucile con telescopio, che non è in dotazione all’Arma. Chi era costui? Era qualcosa che mi ripromettevo di accertare, ma che mi fu proprio precluso.

PRESIDENTE. Per mantenerci sul piano dell’oggettività, possiamo dire che lei aveva dubbi sull’autenticità dello scontro armato e che pensava ad una possibile esecuzione a distanza da parte di un tiratore scelto con un fucile di precisione.

ARCAI. No, perché questo fucile non l’ho visto; volevo avere le fotografie per vedere se era vero.

PRESIDENTE. C’era un sospetto.

ARCAI. E’ in quel momento che mi venne sottratto tutto.

CORSINI. E la fotografia di Ferri?

ARCAI. Io stesso ho ricevuto notizia da Danieletti dei rapporti che c’erano tra Giancarlo Esposti e Cesare Ferri. Tra le carte ritrovate in una tasca di Giancarlo Esposti c’erano due fotografie formato tessera; sul retro di una delle quali c’era scritto il nome di Ferri. Erano dello stesso tipo di quelle che conoscevo e che erano fatte nell’officina di Carlo Fumagalli per fare documenti falsi. Lo stesso Esposti aveva un documento falso a nome di Costa, come anche Fumagalli; venivano fatti in officina. Quindi il primo pensiero fu: li aveva evidentemente Giancarlo Esposti prima che scappasse da Milano, perché doveva fare anche documenti falsi per Ferri. Di qui la mia deduzione: Ferri con Fumagalli e con Esposti. Dallo stesso carcere, quando appresi ciò, telefonai al capitano Delfino e gli dissi che doveva fare un’operazione, fermare Ferri e gli altri due di cui adesso non ricordo il nome, tenendomeli a disposizione a Milano.

PRESIDENTE. Ma lei perché continuava a fidarsi del capitano Delfino anche dopo aver scoperto che il primo rapporto era falso?

ARCAI. Era l'”arnese” che lo Stato mi aveva dato. I giudici hanno quegli “arnesi” che gli dà lo Stato, che paga lo Stato.

CORSINI. Delfino ha poi fatto questi accertamenti su Ferri?

ARCAI. Io Delfino ho cominciato ad abbandonarlo.

PRESIDENTE. Ma non avrebbe potuto chiedere di servirsi della Finanza o della Polizia?

ARCAI. L’ho anche fatto, perché i discorsi di Pisanò erano registrati e io feci l’errore di farli trascrivere in dattiloscritto alla Guardia di Finanza: offesa all’Arma e altre cose del genere. Delfino ad un certo punto era l’unico che poteva fare indagini sulla strage e sul Mar; la Polizia era tagliata fuori completamente. Io me ne sono accorto soprattutto quando feci l’ultimo interrogatorio di Gianni Maifredi, che fu un interrogatorio inquisitorio perché lo misi “alla frusta” per le armi e per tante altre cose.

CORSINI. Delfino eseguì quegli accertamenti che lei chiese su Ferri?

ARCAI. Io ritornai a Brescia da Rieti e, a seguito di mia richiesta, mi fu risposto che stava effettuando indagini la Procura. Chiesi allora in Procura e mi si rispose che appena pronto mi avrebbero inviato il fascicolo. Io non avevo chiesto a Delfino di fare indagini su Ferri; chiesi soltanto di fermarli e di tenerli a mia disposizione quali indiziati nell’inchiesta Mar sulla strage. Quando finalmente ebbi in mano il fascicolo inviato dalla Procura risultava che Delfino aveva chiesto il fermo alla Procura della Repubblica quali indiziati nel Mar, ma come indiziati nel Mar c’era un’istruttoria formale, cosa c’entrava il procuratore della Repubblica se l’ordine lo avevo dato io, giudice istruttore di quelle indagini? Quindi era già qualcosa fuori dalla procedura e dalle regole. Nessuna indagine fu fatta. I tre, Ferri, Gorla e Cipelletti, erano stati interrogati da un sostituito della Procura della Repubblica, Dottor Giannini, attualmente deceduto, e avevano dedotto tutti e tre un alibi. Controllando poi il fascicolo, notai che di questi alibi quello di Ferri non era stato assolutamente controllato, come anche quello di Gorla; quanto a Cipelletti avevano controllato l’alibi attraverso l’interrogatorio di una sua “morosina” di sedici anni, sottoposta ad interrogatori e perquisizioni notturne. Quindi, praticamente non avevano fatto niente: ad esito di queste poche cose il procuratore della Repubblica li aveva rimessi in libertà. A quel punto ero stato tagliato fuori con un qualcosa di scorretto e non procedurale. Il processo Mar era presso il giudice istruttore; qualunque riferimento doveva essere al giudice istruttore e non al procuratore della Repubblica. Io su questo ho scritto due lunghi articoli su “Brescia Oggi”.

CORSINI. Conosco i lavori che lei ha scritto e pubblicato. Come è venuto a conoscenza della circostanza che un sacerdote, Don Gasparotti, affermava di aver visto Cesare Ferri nella chiesa di Santa Maria in Calchera, la mattina del 28 maggio, giorno della strage; che provvedimenti ha preso?

ARCAI. A me venne riferito da un avvocato di Brescia; si trattava di un avvocato che difese poi Angiolino Papa ed altri imputati. Egli mi disse che un sarcedote aveva visto Cesare Ferri, che io cercavo, in una chiesa di Brescia la mattina del 28 maggio con una sporta. Vi è poi un discorso da fare sulle sportine contenenti esplosivo.

Chi è questo? E’ un prete che però ha paura, non ne vuol sentir parlare; al momento, sta trattando con la Curia. Capitò in ufficio il maresciallo Toaldo. Sapevo che conosceva l’ambiente dei preti. Pertanto, gli dissi: “Io so questo. Voi ne sapete niente?”. Egli disse: “Sì, ma ne sono a conoscenza soltanto io perché non lo ho ancora riferito a nessuno, in quanto Don Gasparotti sta trattando con la Curia per stabilire se comparire o no per riferire questa notizia”. Così, gli ho detto: “Poche storie, andate da Don Gasparotti, invitatelo a venire subito nel mio ufficio; se non vuole venire, ritornate da me e lo manderò a prendere con un mandato di accompagnamento”. Dopo mezz’ora, Don Gasparotti è venuto da me; ha reso delle dichiarazioni su Cesare Ferri; ad un certo punto, mi sono reso conto che Ferri, secondo le sue dichiarazioni, non era più tanto importante per me quanto per la strage; pertanto, ho chiuso l’interrogatorio; ne ho fatto una copia che ho mandato al dottor Vino. Durante il dibattimento in Corte d’Assise Delfino e Toaldo furono interrogati e minacciati di arresto per falsa testimonianza. Delfino, inoltre, intervenne facendo inserire una sua nota dove diceva che al mattino di quel giorno, alle ore 8,30, i carabinieri avevano saputo dell’esistenza di Don Gasparotti. Se lo era praticamente inventato.

http://www.parlamento.it/parlam/bicam/terror/stenografici/steno21.htm