“Sì, sono stati quelli di Tuti” – Epoca 7 gennaio 1976 –

Dopo le rivelazioni fatte a «Epoca» da Fianchini, mancava la controprova consistente nella conferma della sua tesi da parte dell’altro latitante: siamo ora in grado di fornirla noi. Adesso si spera che tutto non si concluda definendo mitomani coloro che hanno fornito la nuova pista.

Sono passati diciassette mesi dalla notte in cui, a pochi metri dalla stazione di San Benedetto Val di Sembro, l’esplosione sul treno Italicus dilaniò e arse i corpi di dodici passeggeri. Se l’inchiesta su quel mostruoso atto di terrorismo ha preso oggi nuovo vigore, ciò è dovuto in gran parte alle dichiarazioni rese nella sede romana del nostro giornale, il 18 dicembre scorso, da Aurelio Fianchini, evaso dal carcere di Arezzo dove scontava una condanna per furto. La parte sostanziale del racconto di Aurelio Fianchini è già nota. Noi della redazione di Epoca, quando ci rendemmo conto della gravità delle accuse formulate dal giovane, ritenemmo infatti doveroso informarne immediatamente l’opinione pubblica e gli inquirenti con la rapidità che soltanto i quotidiani possono offrire. Ciononostante abbiamo deciso di tornare sull’argomento perché ci pare di avere ancora qualche particolare importante da riferire, ed è nostro dovere di cronisti farlo fino in fondo. Sarà utile, tutto ciò, a chiarire le responsabilità di chi ordì e mise in atto la strage  dell’Italicus? I precedenti, nel nostro paese, non ci consentono, invero più d’un tenuissimo filo di speranza. Eppure anche questo tenue filo va seguito, bisogna tentare tutto per smascherare i criminali.

Prima di passare al racconto dettagliato che Fianchini, provato da tre giorni e tre notti di latitanza, ci fece con disagio ma sollievo insieme nel pomeriggio del 18 dicembre, bisogna fare una importante premessa. Chi ha messo in dubbio le «rivelazioni» dell’evaso di Arezzo si è spesso posto la domanda: cosa ne è di felice D’Alessandro, il suo compagno di fuga? Perché, se anche lui sa le stesse cose di Fianchini, non si fa vivo, magari soltanto con uno scritto, anche se non vuole costituirsi, per convalidare le affermazioni dell’amico? Ma è poi così sicuro che D’Alessandro le convaliderebbe?

A quest’ultima domanda siamo in grado di dare una risposta affermativa. Felice D’Alessandro può avere avuto delle motivazioni sue particolari per quel che riguarda l’evasione (la sua condanna per omicidio è ben altra cosa che quella per furto inflitta a Fianchini), ma su quello che Franci ha raccontato nel carcere d’Arezzo, e sulla necessità di divulgare quelle affermazioni, egli si è espresso in maniera identica ad Aurelio Fianchini. Ciò è avvenuto durante un colloquio assai breve, la mattina stessa dopo l’evasione. Fianchini e D’Alessandro, che credevano di essere ancora in grado di rintracciare Luciano Franci, dissero che quest’ultimo sapeva tutto della strage dell’Italicus, era fuggito insieme con loro perché convinto con una promessa di espatrio ed era disposto a dire la sua verità. In quel momento sia Fianchini che D’Alessandro erano ansiosi di trovare un rifugio per poter mettere a punto il piano: far parlare Franci prima di costituirsi. Va sottolineato che nessuno dei due ci ha mai rivolto richieste di denaro o di aiuto in cambio delle loro «rivelazioni».

Si trattò quindi di un incontro preliminare, che doveva precedere quello definitivo con il Franci stesso o senza di lui (se fosse stato impossibile «trovarlo» di nuovo), in cui si sarebbe parlato a fondo dei fascisti e dei loro attentati. D’Alessandro disse soltanto: «Lo abbiamo convinto a parlare; gli abbiamo fatto capire che per lui è meglio così. Franci aveva paura di Tuti; Tuti sapeva che era stato Franci a denunciarlo (poco prima della perquisizione nella casa di Empoli e dell’assassinio degli appuntati Falco e Ceravolo, ndr)».
Prima di allontanarsi i due evasi accennarono anche alla particolare situazione di omertà in cui si muovevano i fascisti aretini, riferendosi al fatto che Augusto Cauchi, uno dei capi del gruppo e personaggio di primo piano nell’organizzazione di Ordine Nero, sarebbe stato avvertito in una pensione di Firenze dove aveva trovato alloggio dell’ordine di cattura spiccato contro di lui ad Arezzo: l’avvertimento gli sarebbe giunto la sera stessa in cui Tuti sfuggiva alla cattura uccidendo chi gli sbarrava la strada, da un altro personaggio aretino. Cauchi è tuttora latitante e sul suo rifugio sono state fatte numerose congetture: dal Canada alla Spagna all’Inghilterra.
Fianchini giunse quindi due gironi dopo nella sede di Epoca, accompagnato dal suo legale Giovanni De Benedictis di Macerata, il quale fu presente a tutto l’incontro e ci fece, all’inizio, il punto sulla situazione processuale riguardante il suo assistito. Poi Fianchini ci parlò del suo incontro con Franci, nel carcere d’Arezzo.

“Sono stato arrestato il 5 agosto di quest’anno; con me erano detenuti vari fascisti aretini fra i quali Franci, Malentacchi, il professor Giovanni Rossi e Luca Donati (imputati per gli attentati dinamitardi di Ordine Nero; Rossi laureato in fisica, chimica e matematica, ricopriva una carica importante nel MSI di Arezzo ndr). Appena arrivato io ero in isolamento. Un giorno si avvicina il Franci allo spioncino, aveva una certa libertà, faceva lo scopino, girava come voleva. Mi dice: io sono il Franci, so che sei comunista, comunque qui è meglio evitare discussioni, il carcere è piccolino, abbastanza sereno, disteso. Mi ha allungato una mano, io non l’ho presa, naturalmente sapevo chi era, avevo letto i giornali. Comunque quello di Arezzo è un carcere piccolissimo, si è in contatto, quasi fisico, direi 24 ore su 24. I primi giorni cercavo di evitarlo, passeggiavo da solo; poi una battuta, poi un’altra. Ci sono 35 detenuti. D’Alessandro c’era già prima, ha fatto 18 mesi di carcere preventivo. A un certo momento ho capito che poteva essere utile fingere di essere amico del Franci e ho accettato addirittura di andare a mangiare nella sua cella. Sono entrato in confidenza. Dopo tre mesi circa ha cominciato a raccontare. Le cose non me le ha dette tutte insieme, piano piano, mi chiedeva consiglio, come si doveva comportare. Aveva uno spavento terribile del Tuti, del confronto con lui, perché Franci lo aveva accusato di aver consegnato l’esplosivo che poi fu rinvenuto a Castelfiorentino.
«In quel periodo dunque», continua il racconto di Fianchini, «sono venuto a conoscenza di fatti veramente clamorosi. Franci ci confida gli attentati terroristici fatti in Toscana. Quello di Terontola, quello della Camera di Commercio di Arezzo.

A proposito di questo ultimo Franci ci disse che il testo del volantino che fu trovato in tasca di Piero Malentacchi e che rivendicava al Fronte Nazionale Rivoluzionario la paternità di tale azione (vi era scritto tra l’altro che nuovi attentati sarebbero stati compiuti se non fosse stato liberato il “camerata” Fred, ndr) era stato suggerito a Franci da un noto professionista aretino. Poi si venne all’Italicus. La domanda gliela facemmo D’Alessandro ed io: “Ma Franci, e l’Italicus?». Ci disse che la bomba era stata messa alla stazione di Firenze, lui era in servizio quella sera alla stazione, fu messa dal Malentacchi ed era stata confezionata addirittura dal Malentacchi insieme al Tuti e al Franci stesso. Franci era quindi insieme al Malentacchi quella sera e la bomba era stata portata a Firenze con la 500 della Luddi. Il Franci ha fatto dei segnali, al momento giusto, aveva tutta la libertà di movimento. Sulla 500 hanno viaggiato Malentacchi e la Luddi, “comunque con la complicità mia”, precisò Franci. L’esplosivo diceva sempre Franci, non era dello stesso tipo di quello trovato nella cappella vicino a Castiglion Fiorentino; quindi si sentiva abbastanza sicuro di non esser collegato con l’Italicus. Materialmente la bomba sul treno la collocò Malentacchi, poi scappato insieme alla Luddi. Franci restò in stazione. «Quanto ai loro collegamenti, Franci diceva di essere amico di Affatigato, di Cauchi, di Elio Massagrande che era anche amico dell’avvocato Ghinelli (difensore di tutti i neofascisti aretini ndr) e del professor Rossi. Questo Rossi sarebbe stato addirittura uno dei capi di questa manovalanza locale, insieme a Clemente Graziani. Ma anche Franci era al corrente solo di certe cose, poi, a un certo punto più in là non andava. Nei riguardi della strage non esprimeva alcun senso di colpa. Franci aveva dunque confessato che l’esplosivo della chiesina era stato portato da un amico del Tuti con la macchina del Tuti. La notte dell’attentato a Terontola, Franci era di servizio a Firenze. L’esplosivo fu messo da tre fascisti che sono stati scarcerati. Gli ordini venivano appunto da questa gente di Arezzo, se poi c’erano altre persone sopra, ripeto, il Franci non ne era a conoscenza. Confessandoci la parte avuta nella strage dell’Italicus, lui era convinto, in base alla nostra promessa di espatrio, di riacquistare la libertà. Una volta fuori avrebbe dovuto confermare tutte le ammissioni che ci aveva fatto in carcere».

E veniamo all’evasione. «L’idea della fuga l’abbiamo avuta circa un mese fa. Le rivelazioni più importanti sono quasi 40 giorni che Franci le ha fatte. Avevamo pensato anche che scrivesse un memoriale, ma poi ci convincemmo che era più importante farlo uscire. Malentacchi non sapeva niente dell’evasione. Ho iniziato a segare le sbarre della mia cella sabato 13 dicembre, ho fatto dei tagli, poi li ho chiusi con dello stucco; la domenica ho segato ancora fino a lasciarne un pezzettino di un centimetro circa e lunedì siamo fuggiti. Fuori dovevano esserci due macchine ad aspettarci, ma le indicazioni che Franci ci aveva dato sulle strade intorno al carcere erano sbagliate. Doveva esserci un cancello aperto, quello che dà sui campi da tennis, e invece era chiuso. Siamo saltati dal muro di cinta ed è lì che abbiamo perso i quaderni che D’Alessandro aveva scritto in carcere, quattro o cinque. Siamo rimasti a piedi e siamo scappati tutti e tre lungo la ferrovia. Poi Franci non ci ha seguito».

Fin qui il racconto di Aurelio Fianchini. A noi restano da fare un paio di considerazioni. Abbiamo seguito questa storia da cronisti, riferendo con distacco quello che eravamo venuti a sapere. Adesso ci pare giusto insistere su due punti. E’ importante, in primo luogo, che tutto quello che può essere considerato vago, approssimativo o addirittura poco chiaro nel racconto dell’evaso di Arezzo a proposito dei motivi e delle modalità della fuga dal carcere, non debba in alcun modo indebolire la sostanza delle rivelazioni. Non debba cioè servire come alibi per abbandonare una pista, quella delle responsabilità del gruppo neofascista toscano, che altre volte si è persa tra difficoltà e intoppi alquanto strani.

Già una volta una donna indicò in Tuti e nei suoi “camerati” i colpevoli della strage di San Benedetto in Val di Sembro. Si trattava di Alessandra De Bellis, moglie del latitante Augusto Cauchi. Parlando con alcuni parenti aveva detto: “Della faccenda dell’Italicus io sono una delle pochissime persone a sapere tutto”.

I magistrati bolognesi non sono mai riusciti a interrogare la De Bellis, in quanto la donna è stata ricoverata in una clinica per forte esaurimento nervoso. Fu data in poche parole per folle.

Così, se oggi le rivelazioni di Aurelio Fianchini dovessero, per avventura, esser accantonate come frutto della fantasia di un “mitomane” (pare che questa definizione in certi ambienti aretini goda di una certa popolarità), sarebbe purtroppo legittimo il sospetto che il gruppo di Mario Tuti, perfino dopo che il geometra di Empoli è stato condannato all’ergastolo, per qualche ragione, debba restare “intoccabile”. La follia, si sa, è un’accusa molto dura da togliersi di dosso.

Sandra Bonsanti – Epoca 7-1-1976 n. 1318 (pagg. 60 – 63).

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