“Quando Almirante collabora” – Panorama 22 agosto 1974

La «pista rossa» rivelata dal leader missino in parlamento e strombazzata a tutta pagina per più giorni sul quotidiano del Movimento sociale era solo l’invenzione di un poveraccio in cerca di quattrini.

 

Gli fosse andata bene «la sòla» (a Roma sta per bidone), avrebbe preso, dice lui, 40-50 milioni. Gli è andata male: ha preso un milione, ha fatto in tempo a spendere meno di 200 mila lire, la notte di martedì 13 agosto è stato arrestato a Bologna per calunnia. La notte prima, passeggiando per i corridoi bui del palazzo di giustizia di Roma, aspettando di essere interrogato dal sostituto procuratore Enrico De Nicola, aveva sghignazzato per mezz’ora: «Chi sa che colpo si sarà preso Almirante. Che bello, un partito politico preso in giro da un fesso come me».

La presa in giro del Msi, Francesco Sgrò, trentenne, romano autentico, usciere all’università di Roma, facoltà di chimica, garagista nelle ore libere, precedenti penali per furterelli vari, l’aveva organizzata esattamente un mese prima, il 12 luglio.

All’avvocato Aldo Basile, esponente missino (membro della commissione provinciale di vigilanza del partito, è stato candidato alle elezioni amministrative) aveva confidato con aria preoccupata mentre gli sistemava la macchina in rimessa: «Negli scantinati della facoltà di fisica c’è una santabarbara. Ho visto su un tavolo 30 candelotti di dinamite, una piantina della stazione Tiburtina disegnata su carta millimetrata, in alto da una parte sono riusciti a leggere la scritta: Palatino, ore 5,30».

Aveva anche aggiunto che rivelare quel segreto lo spaventava a morte e che bisognava fargli passare la paura con un po’ di soldi. Basile rispose che ci avrebbe pensato. Non successe niente fino al 17 luglio quando, di prima mattina, Sgrò telefonò all’avvocato avvertendolo che due uomini e due donne si stavano portando via la santabarbara. Diede anche qualche nome e qualche sommario cenno d’identificazione: David Iò, grande barba rossa, Luciano Proietti, Giuliana Santucci.

Sbagliato. Erano tutti inventati (di Luciano Proietti alla facoltà ce ne sono tre, esiste una Santucci che però si chiama Luciana) tranne quello di Iò, riferito volutamente sbagliato: David Ayò, assistente indicato «perché ha la tessera del partito comunista, fa sempre un gran casino e poi a me mi sta antipatico».

A quel punto Basile avvertì Giorgio Almirante, segretario del Msi. In compagnia del presidente del partito, Alfredo Covelli, Almirante si precipitò da Emilio Santillo, capo dell’ispettorato antiterrorismo al ministero dell’Interno, e raccontò tutta la storia, senza fare i nomi dei presunti bombardieri né quello dell’informatore, perché Basile aveva preferito fare a meno di darglielo almeno per il momento.

Nonostante che Almirante dichiari il contrario, la polizia si mosse con grande rapidità: Umberto Improta, capo della squadra politica della questura di Roma, bloccò l’università: di bome e bombaroli nessuna traccia. Alla stazione Tiburtina, dove ogni giorno passano o si formano 157 treni, venne stabilito un servizio di vigilanza straordinaria per tutte le 24 ore: quattro turni, ciascuno di cinque uomini.

Al ministero, intanto Santillo e i suoi funzionari cominciavano a capire che le carte erano imbrogliate: il Palatino (Roma-Parigi, tutto letto e cuccette) non parte dalla Tiburtina ma da Termini, e non alle 5,30 ma alle 19,30. I conti non quadravano; se Almirante voleva veramente collaborare doveva dire di più.

Lo disse il 20 luglio, mandando a Santillo, su un foglietto della Camera dei deputati, i nomi che Basile aveva avuto da Sgrò. Rintracciati attraverso l’archivio elettronico dell’università, i sospetti vennero pedinati: i tre Proietti giravano come trottole tra Ostia, Fregene e i castelli romani abbordando straniere di passaggio, Ayò faceva la vita di sempre, la ragazza aveva lasciato Roma con tutta la famiglia e non c’era tornata da più di un anno.

Il Palatino venne «coccolato» (secondo l’espressione di un funzionario) fino al 31 luglio: un uomo per ogni vagone. Alla fine ci si convinse che quella di Almirante era soltanto una delle 260 segnalazioni infondate che arrivano ogni anno al ministero.

Ma il botto venne , la notte sul 4 agosto, su un treno internazionale, l’Italicus, che parte dalla stazione Tiburtina e che viene portato sotto le pensiline alle 17,30. Sgrò incassò il milione (e sostiene che gliene furono promessi altri dieci) e si tagliò i baffi spioventi; Basile partì per Salsomaggiore; Almirante diede fiato alle trombe sul Secolo, il quotidiano del Msi: questa volta la pista era inequivocabilmente rossa, il Movimento sociale aveva avvertito per tempo ministro e poliziotti i quali non avevano fatto niente; la colpa dei morti toccava in parti eguali alla sinistra e allo Stato.

Sostenne la stessa tesi nel pomeriggio di lunedì 5 agosto, durante il dibattito alla Camera. Prese una doccia fredda mercoledì 7: Sgrò, di cui ormai Basile aveva fatto nome e indirizzo, è andato in questura a denunciare che una Mini Minor rossa aveva cercato di investirlo, disse a Improta, e lo ripeté davanti a due altri funzionari e un maresciallo, che s’era inventato tutto e che era stato pagato. Rifiutò di firmare il verbale, ma ormai la verità era uscita, anche se erano in pochi a saperla.

L’impalcatura crollò la sera del 12 agosto: nella redazione di Paese sera, davanti a un registratore, fumando in continuazione, e bevendo aranciata, Sgrò aveva rifatto la storia del suo «bidone ad Almirante», confessando pubblicamente di aver ricevuto un milione: «ammazza come so’ bravo, so’ stato proprio bravo».

Troppo bravo, ha commentato però un magistrato del tribunale di Roma. Sgrò infatti ha «inventato» anche molte cose quasi vere. Ha «inventato» di aver visto 30 candelotti di dinamite, che nel complesso pesano circa tre chili (la bomba sul treno pesava con tutta probabilità tre chili). Ha «inventato» che si trattava di un treno internazionale, Palatino, che non ha una sigla ma un nome preciso (come il treno della bomba, Italicus). Ha «inventato» un’ora (le 5,30) e una stazione (la Tiburtina) «a caso». Il treno della bomba venne portato sul binario di partenza alle 17,30 alla stazione Tiburtina.

 

Roberto Fabiani, Panorama 22 agosto 1974

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