Le dichiarazioni di Angelo Moretti

Altre rivelazioni sul Tuti venivano promesse dal detenuto Moretti Angelo, il quale, sentito nella Casa circondariale di Sulmona, aveva riferito alla P.A. che nel 1976, trovandosi detenuto a Porto Azzurro e lavorando in infermeria, aveva stretto rapporti di amicizia col Tuti, il quale gli aveva confidato di aver rimosso col Franci un paio di metri di binario sulla linea ferroviaria Milano-Roma, nei pressi di Firenze. Era passato un treno,ma probabilmente per l’elevata velocità, non era deragliato. Fallito così questo attentato, il Tuti ed il Franci avevano ideato e realizzato quello all’Italicus.

Il Tuti inoltre si sarebbe avvalso dello stesso Moretti per corrispondere con dei suoi amici france­si, i quali in una delle lettere (l’unica di cui il Moretti conosceva il contenuto) avrebbero comunicato di aver messo a disposizione per l’evasione del Tuti 30 milioni ed un motoscafo.

Nel ’76-’77 inoltre il Tuti avrebbe proposto un piano per far si che il Moretti potesse eliminare quel Mennucci di Pisa che l’aveva tradito. Il Moret­ti avrebbe dovuto denunciare un piano per uccidere il direttore del carcere, facendo trovare una pisto­la nella cella del Tuti. Come premio per la delazio­ne avrebbe ottenuto un permesso, ed ad Empoli avrebbe ricevuto da un ingegnere le armi necessarie per uccidere il Mennucci.

Il Tuti – a dire del Moretti – aveva frequentato un campo para-militare in Iugoslavia ed in un conflitto con la polizia del posto, aveva riportato una fe­rita ad una gamba. Aveva riferito poi il Moretti che Luciano Liggio gli aveva preannunciato l’omicidio del dott. Furci, sanitario del Carcere di Regina Coeli, cui addebita­va di averlo fatto ricoverare presso il centro clinico del carcere di Pisa, anziché, come desiderava, presso un Ospedale o una clinica privata. L’omicidio era stato attribuito alle B.R., e di ciò il Liggio aveva mostrato soddisfazione.

Con una successiva lettera in data 26.11.1982 all’on. Ernesta Belussi il Moretti aveva insistito nel dire di essere stato in rapporti di amicizia col Concutelli e col Tuti, quest’ultimo “intrigato nel fatto Italicus”.

Sentito dunque all’udienza del 31 gennaio 1983, il Moretti confermava solo in parte quanto dichiarato alla polizia. Dopo aver smentito di aver parlato col Liggio del dott.Furci e della sua uccisione,negava anche che il Tuti gli avesse detto di aver ideato e rea­lizzato col Franci l’attentato all’Italicus dopo il fallimento del tentativo per far deragliare un treno presso Firenze. Il Tuti, a dire del Moretti, si sa­rebbe limitato a riferirgli che qualcuno l’aveva ac­cusato ingiustamente per la vicenda dell’Italicus, insistendo per altro sulla sua innocenza. Evidente­mente queste sue dichiarazioni erano state frainte­se dai funzionari di polizia ohe l’avevano sentito in carcere.

Alle numerose contestazioni, fondate soprattut­to sul contenuto della lettera scritta all’on.Belussi, il Moretti finiva per dire di temere per la sua incolumità e di voler deporre a porte chiuse. Dopo essere stato accontentato, confermava tutto quanto dichiarato ai funzionari di polizia, con l’unica ec­cezione dell’episodio relativo a Luciano Liggio.

Spiegava però che il Tuti, dopo avergli parlato del fallito tentativo di far deragliare un treno, gli aveva detto di “essere stato tirato dentro con la faccenda, dell’Italicus”, così facendogli intendere di non essere responsabile di quell’attentato.

Anche il Moretti verrà tratto in arresto ed imputato di calunnia nei confronti dei funzionari di polizia che l’avevano interrogato, avendoli implicitamente accusati di aver riferito il falso.

Sentenza appello Italicus pag 136-139

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Martino Siciliano – dichiarazioni G.I. Salvini

“……Ero a conoscenza di tale piano poiché Maggi, Barbaro e Giangastone Romani e, in genere, l’ambiente direttivo ordinovista, compreso Delfo Zorzi, parlarono dell’esistenza di una struttura parallela che, in caso di presa del potere da parte del Partito Comunista, fosse capace di rifornire di armi, munizioni, documenti e soldi oltre ad appartamenti predisposti da utilizzarsi come “basi partigiane”, cioè per la “resistenza” all’invasore.
Conobbi tale struttura proprio con il nome di PIANO DI SOPRAVVIVENZA e, contestualmente, mi venne fatto anche il nome dei NUCLEI DIFESA DELLO STATO, ma non sono in grado di fornire particolari più precisi in quanto i quadri direttivi di Ordine Nuovo sostenevano che, per ragioni di riservatezza, era opportuno conoscerne maggiori particolari solo al momento del bisogno. Non so se elementi di O.N. fossero inquadrati in tale struttura, ma ricordo che essa era composta da civili o da ex-militari e che vi erano anche delle donne.
Nel periodo in cui venni a sapere di questa struttura, era il 1971, i quadri direttivi di O.N. consigliarono la lettura di una pubblicazione di
Che Guevara sulla guerriglia. So che il Piano di Sopravvivenza era articolato in strutture periferiche, ognuna con un suo responsabile. Inoltre i quadri direttivi di O.N. avevano detto, in relazione al Piano, che in caso di emergenza ci si doveva rivolgere alla caserma dei Carabinieri di Via Pascoli”

Martino Siciliano – sentenza ordinanza G.I. Salvini pag. 299 int. 19.10.1994

Carlo Digilio – dichiarazioni sentenza g.i. Salvini

“……In pratica i NUCLEI DIFESA dello STATO o LEGIONI e il gruppo SIGFRIED di cui faceva parte il prof. FRANCO facevano riferimento a
strutture dell’Esercito italiano e consistevano, per dirla breve, nell’approntamento di gruppi di civili destinati ad affiancare, in caso
di necessità e come supporto, le strutture militari ufficiali.
I NUCLEI DIFESA dello STATO più precisamente si chiamavano NUCLEI TERRITORIALI IN DIFESA DELLO STATO o Legioni ed erano collocati
strategicamente in diverse Regioni. Quella di Verona era la quinta.
In sostanza erano formate da persone che si erano tenute sempre in contatto con l’Esercito, come ex sottufficiali, ex Carabinieri, ex
combattenti delle varie Armi e costituivano dei piccoli plotoni che facevano addestramento anche con militari in servizio. Erano piccole
Unità capaci anche di essere indipendenti una dall’altra, secondo le tecniche di un certo tipo di difesa. Fra loro si conoscevano solo i Capi
gruppo.
L’esistenza di questa struttura in sostanza semiufficiale era pienamente nota alle Autorità militari.
A partire da un certo momento fu sciolta e forse reinglobata in altre strutture. Il suo fine era la difesa del territorio in caso di invasione e se
necessario aveva anche compiti antinsurrezionali in caso di sommosse da parte di comunisti.
In sostanza questa struttura seguiva la linea ortodossa della N.A.T.O. Era sicuramente presente in Veneto in forze, in Alto Adige e in
Valtellina, ove ad essa facevano riferimento le persone del gruppo di FUMAGALLI, persone che io comunque non ho mai conosciuto.
A Verona il responsabile o uno dei responsabili era il Colonnello SPIAZZI.
Dico questo non per scienza diretta, ma solo perchè il nome era noto nell’ambiente con tale veste.
Io non ho mai fatto parte di tale struttura in quanto avevo già un altro punto di riferimento.
Ricordo tuttavia che fui invitato da BANDOLI a seguirlo in una occasione allorché un gruppo di questi NUCLEI effettuò una seduta di addestramento ed aggiornamento ad Avesa e cioè un poligono di tiro vicino a Verona. Io e Bandoli ci andammo solo per verificarne la serietà e l’affidabilità e poi riferirne al Comando di Verona.
Ricordo che mi fu fornita una tuta mimetica come era d’uso allorquando partecipassero dei civili che non avrebbero potuto certo stare in abiti borghesi.
Poiché l’Ufficio mi comunica che in tale occasione sarebbe stato presente anche il Colonnello SPIAZZI, devo dire che sinceramente della sua presenza non mi ricordo. C’erano comunque vari ufficiali che presiedevano all’andamento dell’esercitazione. Tali gruppi utilizzavano poligoni come questo oppure località isolate per prove di efficienza fisica, uso della radio e tutto quello che è connesso ad un coordinamento tattico in caso di resistenza non convenzionale.
Questa mia esperienza ad Avesa può collocarsi più o meno nel 1968. Bandoli ed io riferimmo positivamente in merito all’esercitazione e la
relazione fu fatta dal Bandoli. Poiché l’Ufficio mi fa cenno alla denominazione PIANO DI SOPRAVVIVENZA in relazione a tali NUCLEI, posso confermare che Piano di sopravvivenza o Corso di sopravvivenza era una terminologia propria di un tipo di addestramento che doveva consentire di resistere, in caso di invasione, fino alla riorganizzazione delle Forze regolari.
Faceva quindi parte della realtà di questi NUCLEI addestrarsi per essere pronti ad affrontare tali necessità”.

Carlo Digilio – dichiarazioni sentenza g.i. Salvini pag 297-298